Roulette russa

Se se ne parla vuol dire che il rischio c’è. E non riguarda solo Citi group o Bank of America. “Se sono troppo grandi per fallire, vuol dire che sono troppo grandi” dice Greenspan, e a ragione, anche se l’ex presidente della Fed ha esaurito ormai ogni credibilità. A guardare il dibattito che si sviluppa ai massimi livelli governativi e tra gli addetti ai lavori negli Stati Uniti un nuovo scossone ai mercati finanziari sembrerebbe ineluttabile ed imminente.

C’è il vecchio e saggio Paul Volcker, apprezzato ex presidente della Fed e membro del team economico di Obama, che propone uno spezzatino preventivo e una separazione delle attività prettamente bancarie da quelle di bank investment delle cinque maggiori entità creditizie americane. Il che significa ad esempio che Bank of America dovrebbe scorporare e mettere sul mercato le attività ereditate da Merrill Lynch, JPMorgan Chase gli asset ricevuti da Bear Stearns e Goldman Sachs dovrebbe rinunciare al suo status di holding bancaria.

Purtroppo l’amministrazione Obama non è dello stesso avviso e la sua politica rimane pericolosamente attendista, ben attenta a non pestare i calli ai banchieri di Wall Street. Così da una parte si lanciano proclami demagogici sui bonus dei banchieri, dall’altra non si fa nulla per evitare il pericolo di un probabile collasso, continuando nella politica dei rinvii che finora è servita solo a nascondere la polvere sotto il tappeto.

Così si aspetta il casus belli, che l’entità più traballante, probabilmente Citi group, si trovi in difficoltà tale che il governo, il suo maggior azionista, dovrà intervenire vendendo i gioielli di famiglia per pagare i creditori, lasciando con un palmo di naso gli azionisti. Oppure peggio ricorrere di nuovo ad aiuti di Stato nell’attesa che passi la tempesta. Intanto le cinque big continuano ad incrementare i loro profitti giocando al tavolo dei derivati, il cui mercato è cresciuto dieci volte tanto rispetto a quando è scoppiata la crisi. Insomma siamo alla roulette russa.

Obama alza la voce, i banchieri fanno orecchie da mercante

Milano Finanza, riprendendo un articolo del Wall Street Journal, ci fa sapere che il Tesoro americano si prepara a vendere azioni Citigroup:

Il Dipartimento del Tesoro americano e Citigroup hanno iniziato a confrontarsi su come procedere alla vendita della quota del 34% detenuta dal Governo nel capitale della banca, in seguito al salvataggio pubblico da circa 50 miliardi di dollari accordato all’istituto a suo tempo.

Secondo fonti informate sulla vicenda, il Tesoro americano potrebbe iniziare a cedere i titoli in suo possesso già a partire da ottobre per poi arrivare a completare l’operazione nel giro di sei-otto mesi. Il progetto è ancora in una fase iniziale e alcune transazioni dovranno ottenere il via libera degli organi di controllo.

Sono due i possibili scenari: nel primo caso, il Governo potrebbe mettere sul mercato la propria quota a blocchi nel corso dei prossimi sei o otto mesi, mentre nel secondo caso lo Stato potrebbe vendere piccole tranche di titoli giornalmente o settimanalmente.

Ci sarebbe anche una terza possibilità che prevede la cessione dell’intera quota in un unico blocco. In realtà, secondo il Wall Street Journal, il piano che prevede una riduzione della quota controllata dal Tesoro americano si accompagnerà all’emissione di nuove azioni che verranno offerte sul mercato.

Stando alle ricostruzioni del Wsj, la scorsa settimana il Tesoro ha ricevuto circa 7,7 milioni di azioni ordinarie Citigroup, in sostituzione di azioni privilegiate che aveva ottenuto quando, nel pieno della tempesta finanziaria, le aveva concesso aiuti per 45 miliardi di dollari.

Ora Citigroup potrebbe procedere all’emissione di nuove azioni per 5 miliardi di dollari e sfruttare quindi la raccolta per ridurre la partecipazione pubblica.

Il piano, in sintesi, prevede un’emissione di nuove azioni per 5 miliardi di dollari e la simultanea vendita da parte del governo di una sua indeterminata quota di azioni. Al contempo Citigroup potrebbe usare quanto ricavato dalla vendita delle azioni di nuova emissione per riacquistare parte delle azioni privilegiate ancora in mano al Tesoro.

Facciamo due conti. Il totale degli aiuti governativi messi in campo per il salvataggio di Citigroup è stato per la precisione di 45 miliardi di dollari (escluse le garanzie). Poi in Febbraio una quota di azioni privilegiate, per un valore di 25 miliardi di dollari, sono state convertite in azioni ordinarie a 3,25 dollari per azione.

Perciò, anche vendendo tutto il pacchetto di azioni ordinarie nelle mani del Tesoro rimarrebbero 20 miliardi di dollari in azioni privilegiate, cosa che porterebbe la quota di Citigroup detenuta dal governo dal 34% a circa il 22%.

Ancora molto ma meglio di niente penseranno i contribuenti americani, i quali, però, farebbero bene a non esultare tanto per una restituzione ancora tutta da vedere, perchè potrebbero essere comunque richiamati presto a metter mano al portafoglio.

Infatti su Citigroup, così come sulle altre grandi banche americane (mentre delle piccole ne muore una al giorno) si sta addensando la nube nera delle carte di credito e continua a peggiorare la situazione dei mutui. Il CEO di Citigroup, Vikram Bandit, è stato alquanto evasivo sull’argomento in una recente intervista televisiva:

But when Bartiromo went right for the jugular and asked when the company would return to operating profitability — a question that investors and analysts have been wondering for some time — Pandit was again vague.

“A lot of this to me is a question of where the economy is,” Pandit said. He noted that two particularly troubling businesses for the company are the credit card and mortgage portfolios. “When we see those assets turn, I think you will start to see a change in the profitability of Citi. … We do believe that we’re seeing some good signs in both the credit card portfolio and the mortgage portfolio.”

Si, un ragionamento geniale, “quando smetteremo di perdere soldi nei due maggiori settori nei quali stiamo andando male, allora potremmo smettere di andare male”. Ecco, questi sono i grandi banchieri che hanno in mano il destino della finanza e dell’economia mondiale, a cui oggi Barack Obama mostra il pugno alzando la voce, ben sapendo che sono solo chiacchiere e che tutto continuerà a girare come prima.

Corradino sempreinpiedi

Il Presidente dell’Abi, Corrado Faissola, nel corso dell’incontro con i piccoli imprenditori di Confesercenti, è tornato a difendere l’operato del sistema bancario italiano. Faissola ha affermato che “le banche ce l’hanno fatta da sole, hanno pagato il loro scotto alla crisi e retto alla bufera”. E ancora “dal governo è arrivato un grande contributo nel momento in cui ha predisposto dei salvagente, ma in concreto non c’è stato niente”. Le banche “se sono rimaste in piedi non lo devono allo Stato”. E sui Tremonti Bond: “costano troppo e rischiano di introdurre lo Stato nella gestione degli istituti”.

Caro Faissola, facile fare i banchieri quando a remare sulle scialuppe sono sempre i risparmiatori. Certo il bagnino Tremonti ha solo predisposto i salvagente ma ci vuole una bella faccia tosta a dire che le banche ce l’hanno fatta da sole.

Chi è che paga ogni volta il conto – e la lista, a partire dai bond argentini, Cirio, Parmalat e così via, è lunga – grazie ad autorità regolatrici che non regolano, controllori che non controllano, legislatori che non legiferano uno straccio di class action (altro che lobbies americane!)? Per non parlare di commissioni, condizioni, spese bancarie e quant’altro viene imposto da una quanto mai dubbia libera concorrenza (antitrust dove sei?).

Lo so, non è colpa di voi banchieri se poi gli italiani sono così sprovveduti e, quando avete bisogno di capitali, si fanno tranquillamente inondare di schifezze che non vi costano niente al contrario dei Tremonti-bond. Ma almeno un pò di riconoscenza: non ti prendere tutti i meriti e ammettilo, se le banche sono rimaste in piedi non lo devono allo Stato ma a quei poveri fessi che ancora vi danno retta.

Chi si contenta gode?

Gli investitori hanno largamente respinto l’offerta del Santander, relativa al buy-back di titoli abs per un valore nominale di 16.5 miliardi di euro. La mega offerta ha raggiunto meno del 4 per cento del totale. Anche la maggior parte degli analisti si aspettava un’adesione bassissima.

La banca spagnola guidata da Emilio Botin aveva annunciato l’avvio del programma di riacquisto dei titoli il 24 agosto scorso. Si trattava di un’ulteriore mossa della banca per capitalizzare il ribasso dei prezzi sul mercato del debito. L’iniziativa riguardava 27 cartolarizzazioni emesse dall’istituto gran parte delle quali avente come sottostante mutui, crediti al consumo e prestiti commerciali, ad un prezzo scontato del 39 per cento.

Secondo il Financial Times “la scarsa adesione suggerisce che l’offerta era troppo bassa, vista la crescente fiducia nelle prospettive di crescita sia di Santander che dei prezzi di negoziazione dei titoli abs, difficili da valutare durante tutta la crisi finanziaria”. Ora, scrive il quotidiano economico, “sebbene privato del capital gain previsto con il piano di riacquisto, è probabile che Santander descriva il risultato come una dimostrazione di fiducia degli investitori”.

Sarà forse così, ma allora che necessità aveva Don Emilio di lanciare l’operazione di buy-back più grande della storia? Ci ha provato? Possibile che la banca considerata la più solida al mondo improvvisi un’operazione di tale portata senza conoscerne l’asito più scontato? O non è vero piuttosto che Don Emilio le sta provando tutte per raschiare il fondo del barile, fino ad arrivare a svendere anche parte dei suoi gioielli brasiliani?

Lo scrivevo già lo scorso luglio: “Non si può che concludere che Santander ha bisogno di questi soldi per puntellare il proprio capitale di garanzia e che viene fatto più per disperazione che per qualsiasi altro tipo di logica strategica. E se Santander, una delle più solide banche al mondo, è in cerca disperata di capitali, possiamo immaginare in quale stato siano le altre banche”. E una conferma viene dalle voci che circolano in questi giorni sulla sottocapitalizzazione delle banche europee.

E l’Oracolo di Omaha cosa prevede?

Il New York Times ci aggiorna sull’ex più ricco uomo del mondo (oggi numero 2 dietro il suo amico Bill Gates):

Warren E. Buffett segue due regole cardinali negli investimenti. Regola No. 1: Mai perdere soldi. Regola No. 2: Mai dimenticare la Regola No. 1.

Orbene un sacco di vecchie regole sono finite nella spazzatura quando la crisi finanziaria ha colpito anche l’Oracolo di Omaha.

A 79 anni Buffet sta venendo fuori dal peggior anno della sua lunga, leggendaria carriera. Sulla carta ha perso personalmente circa 25 miliardi di dollari durante il panico finanziario del 2008, abbastanza da costargli il titolo di uomo più ricco del mondo.

Eppure poche persone dentro o fuori Wall Street hanno capitalizzato la crisi più abilmente di lui. Dopo aver consigliato Washington di salvare l’industria finanziaria nazionale ed aver sollecitato gli Americani a comprare azioni mentre il mercato annaspava, ci si è tuffato lui stesso. Buffet ha approfittato di un mercato disastrato — come pure di tutti quei salvataggi finanziati dai contribuenti — tanto da mettere al sicuro la sua fama di uno dei più grandi investitori di ogni tempo.

Quando tanti altri lo scorso autunno scappavano impauriti, Buffet ha investito miliardi in Goldman Sachs — facendo di gran lunga un miglior affare di Washington. Poi ha rischiato altri miliardi in General Electric. Mentre non hanno mai salvato direttamente Buffet, i contribuenti salvavano alcune delle sue scelte azionarie. Goldman, American Express, Bank of America, Wells Fargo, U.S. Bancorp — tutte hanno ricevuto un aiuto pubblico di cui in ultima istanza hanno beneficiato gli azionisti privati come Buffet.

Buffett ci ha preso così bene — almeno, finora, sembra l’abbia fatto — che il suo guadagno potrebbe essere enorme. Ma ora, solo un anno dopo che la crisi ha colpito, sembra essere preoccupato che il più forte mercato azionario potrebbe vacillare di nuovo. Dopo aver comprato con tanta audacia quando in tanti vendevano i loro asset, la sua holding, Berkshire Hathaway, si tira indietro, comprando meno azioni e investendo invece sul debito corporate e governativo. E Buffet avverte che l’economia, sia pure in miglioramento, rimane profondamente in sofferenza.

“Non siamo ancora fuori dai guai”, ha detto Buffet la scorsa settimana in un’intervista, nella quale rifletteva sulle lezioni degli ultimi 12 mesi. “Dobbiamo far riprendere un’economia balbettante in modo che funzioni come dovrebbe”.

Tuttavia Buffet non sembrava così traumatizzato dalla rievocazione di quello che una volta definì come l’equivalente finanziario di Pearl Harbour. (Un guadagno netto stimato 37 miliardi di dollari sarebbe un balsamo per la psiche di chiunque).

Le notizie che le borse non vogliono sentire

C’è una notizia che è passata quasi inosservata in questi giorni: i clienti di Cerberus stanno ritirando i loro soldi dall’hedge fund. Parliamo di 5,5 miliardi di dollari o di circa il 71% degli asset dell’hedge fund.

Quando investitori e depositanti chiedono l’immediato ritiro del 71% dei loro risparmi c’è un modo solo per definire la cosa: si chiama assalto agli sportelli.

Colpo di coda o Big One?

Non vi tedio con numeri e percentuali. Potete consultare l’andamento delle borse in qualsiasi sito finanziario. Questo post solo per segnare sul calendario questa giornata e ricordarla come quella in cui gli inguaribili ottimisti dissero che si trattava solo di un colpo di coda della crisi. Mentre qualcun altro parlò di Big One.

In arrivo un’altra Lehman Brothers?

Bank of America ha ottenuto parere favorevole da parte di una corte distrettuale di Miami alla richiesta di un’ordinanza restrittiva alla liquidazione di asset legati a mutui immobiliari per 1 miliardo di dollari da parte di Colonial Bank. L’atto di citazione di Bank of America riguardava oltre 6mila mutui emessi da sue sussidiarie. Il giudice, nella sua motivazione, ha concluso che la misura era necessaria in quanto la Colonial “è sull’orlo del collasso”.

La Colonial Bank ha 355 filiali in cinque Stati e 25 miliardi di asset. L’istituto è sotto investigazione da parte delle autorità federali per irregolarità contabili e potrebbe ora dover fronteggiare ulteriori difficoltà. Se non ce la facesse a sopravvivere, si tratterebbe del quinto più grande fallimento nella storia del sistema bancario americano e il più grande fallimento di un’istituzione finanziaria federale dopo la confisca e la vendita nello scorso Settembre della Washington Mutual alla J.P. Morgan. Ovviamente un’ eventuale bancarotta costerebbe al fondo di garanzia del governo miliardi di dollari.

E per fortuna che solo qualche giorno fa Ben Bernanke si vantava di aver fermato l’Armageddon finanziario dandosi così da solo una bella pacca sulla spalla. Vedremo quello che accadrà a Settembre, forse anche prima, consapevoli che, come la storia insegna, la tragedia si ripresenta sempre come farsa.

Update. Non ho fatto in tempo a scrivere il post che la Colonial è già praticamente fallita. I funzionari della FDIC si saranno già presentati per il sequestro e per dare l’avvio alla procedura speciale. Una volta ripulita e risanata sembra ci sia già pronto il compratore, la BB&T, una banca regionale del Sud-Est americano. Anche questa volta è andata “meglio delle attese”. O no?

fotomontaggio tratto da LOLFed

Banche sull’orlo di una crisi dei crediti

Che il “deterioramento” del credito stia diventando una costante nei risultati delle banche al di là e al di quà dell’oceano non è confermato solo dai timori espressi dal chief executive di Deutsche Bank, Joseph Ackermann, il quale afferma che i veri effetti della tempesta perfetta devono farsi ancora sentire, prevedendo l’arrivo di un’ondata di perdite sui crediti concessi alle imprese ed ai consumatori che potrebbe mettere in ginocchio il sistema finanziario peggio che il buco nero dei titoli tossici. Sono i numeri a parlare da soli.

Barclays ha chiuso i primi sei mesi dell’anno con una crescita degli utili del 9,9%, passati da 1,72 a 1,89 miliardi di sterline (3,16 miliardi di dollari), al di sotto di quanto previsto, per una volta, dagli analisti che avevano pronosticato una crescita a 2,2 miliardi di sterline. Ma come già abbiamo visto per Credit Suisse, Goldman Sachs, J.P. Morgan e la stessa Deutsche Bank gran parte degli utili (il 35% per Barclays) sono derivati dalle attività di investment banking, cioè tutte quelle attività che hanno a che fare con le scommesse sui cambi, i titoli, le materie prime e tutto quello su cui è possibile scommettere.

Dall’altro lato gli accantonamenti per future perdite sui crediti – l’introduzione del mark to fantasy se ha nascosto le perdite dovute ai titoli tossici non vale per la tradizionale attività creditizia – crescono esponenzialmente. La banca inglese ha dovuto accantonare per i rischi da deterioramento del credito 4.56 miliardi di sterline, il doppio di quanto accantonato nello stesso periodo dello scorso anno, un importo superiore anche a quello previsto dagli analisti.

John Varley, il numero uno della Barclays, bontà sua, minimizza, ma le cifre parlano chiaro e deve ammettere: “In alcune partite di credito abbiamo visto il tasso di deterioramento ridursi e qualche segnale di stabilizzazione ma – aggiunge – non voglio sopravvalutare tutto ciò perchè, ad esempio, la disoccupazione crescerà in molte economie dove siamo presenti e la disoccupazione ha un effetto ritardato sui crediti”.

Più ottimista Stephen Green, il CEO di HSBC (Hongkong and Shangai Banking Corporation), con base a Londra, oggi al quinto posto delle classifiche mondiali per valore degli asset. Ottimismo forse obbligato anche per il nome che porta. Green pur dimostrandosi prudente con l’affermazione che le previsioni economiche rimangono incerte, tuttavia dichiara che “forse abbiamo toccato, o stiamo per toccare il fondo del ciclo dei mercati finanziari”. Non sembrerebbe così dai risultati presentati dalla sua banca anche se il mercato ha premiato la sua dichiarazione con un bel +6,4%.

HSBC, infatti, ha riportato, nel primo semestre, una diminuzione dei suoi profitti pari al 57 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008, con un utile netto che dai 7,7 miliardi di dollari dello scorso anno scende a 3,3 miliardi di dollari, proprio a causa del deteriorarsi dei crediti concessi a imprese e consumatori negli United States e in qualche altro posto.

Anche in questo caso il segno positivo dei profitti è stato ottenuto dalla divisione investment banking che ha guadagnato nel primo semestre, al lordo delle tasse, 6.3 miliardi di dollari, in particolare speculando su titoli e cambi. Ma la cosiddetta “buona” notizia è bilanciata da persistenti perdite sui crediti concessi a imprese e consumatori. HSBC ha dovuto accantonare ben 13,93 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto ai 10.1 miliardi accantonati nello stesso periodo l’anno precedente.

E il più grosso mal di testa per HSBC continua ad essere rappresentato dal credito al consumo con accantonamenti che arrivano a 7,3 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 6,69 miliardi dello stesso periodo, anche se inferiori se paragonati ai 8,8 miliardi del secondo semestre 2008.

Altro che stabilizzazione finanziaria! Tra la mina vagante delle carte di credito, l’aumento dei fallimenti e della disoccupazione dovremmo aspettarci l’arrivo dell’onda più alta della tempesta perfetta. Invece i responsabili della crisi continuano a usare il trucchetto di nascondere la polvere sotto il tappeto. E là sotto la bolla del mercato azionario continua a gonfiarsi. Non importa se sarà tra uno, tre, sei mesi o un anno. Alla fine esploderà anche questa bolla ma chi l’ha cavalcata questa volta non avrà più neanche il tappeto sotto al quale nascondersi.

Update. Sottotitolo del mio post: “Quello che non vi farà mai sapere la stampa ufficiale”. Guardate qui come liquida i risultati di Barclays e HSBC un giornale “autorevole” come il Sole 24 Ore. A tanto siamo ridotti con gli affascinanti “conti migliori delle attese”.

Roulette tedesca

Dopo l’arrivo dei soliti risultati al di sopra delle attese con le trimestrali delle sue colleghe a stelle e strisce, tocca a Deutsche Bank iniziare il balletto delle banche europee. Ma non sono rose e fiori.

La più grande banca tedesca presenta sì infatti un utile netto di 1,1 miliardi di euro nel secondo trimestre, al di sopra, non c’era da sbagliarsi, delle previsioni degli analisti, ma purtroppo è costretta ad accantonare per rischi su future perdite la bazzecola di 1 miliardo di euro, il doppio di quanto accantonato nel trimestre precedente e pari a tutto l’accantonato nel 2008.

Il totale include 433 milioni relativi a due controparti, non citate dalla banca, come pure una crescita del 50% di accantonamenti per prestiti a clienti private e corporate, a causa del deteriorarsi della situazione economica e del mercato del credito in Germania e Spagna.

Non si fanno previsioni da parte della banca per il 2009, con il chief executive Josef Ackermann che sforna l’ovvia considerazione che i risultati saranno fortemente influenzati dai progressi nell’economia mondiale.

Ma da dove arrivano allora i profitti? Semplice, come Goldman insegna, dall’attività di trading, cioè quell’attività che, abbiamo già visto, consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa su cui sia possibile scommettere. Si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Intanto Deutsche Bank perde il 7.4% in borsa trascinandosi dietro, salvo qualche rara eccezione tutto il settore finanziario europeo, Unicredit in testa, che oggi scende del 4,53%, in attesa di conoscere i suoi risultati al di sopra delle attese.