Se lo dice Bernanke…

Ben Bernanke, anche se l’economia si trova su un terreno più stabile, non si aspetta una rapida ripresa economica. E’ quanto ha affermato il presidente della Federal Reserve parlando ad un gruppo di banchieri alla conferenza annuale della Fed di Kansas City tenutasi a Jackson Hole, nel Wyoming. “L’attività economica sembra stabilizzarsi negli Stati Uniti e fuori del paese” ha detto, ed ha aggiunto che le prospettive per un ritorno a breve termine della crescita “sembrano buone” ma la ripresa economica “sarà probabilmente relativamente lenta all’inizio, con la disoccupazione in diminuzione solo gradualmente dagli alti livelli”. Per chi è disposto a soffrire e conosce l’inglese, qui il testo completo del discorso. Se poi volete sapere se Bernanke è uno che c’azzecca, leggetevi questo articolo su Repubblica del 10 giugno 2008, giusto 14 mesi fa, alla vigilia del crollo di Settembre-Ottobre.

Eurorimbalzo, esultanza prematura

Questo grafico, via Paul Krugman, dovrebbe far tornare con i piedi per terra tutti quelli che in questi giorni hanno esultato e suonato le trombe perchè il Pil di Francia e Germania è tornato leggermente a salire.


Qui sono comparati i Pil di Stati Uniti e Germania (GDP sta per Gross Domestic Produict – Prodotto interno lordo, per l’appunto) fatti pari a 100 nel secondo trimestre del 2008.

Certo, nota Krugman, la Germania cresce nel secondo trimestre del 2009 ma questo dopo aver sofferto un calo molto più forte che gli Stati Uniti, nonostante la Germania non abbia avuto una bolla immobiliare.

Non saltate dunque subito alla conclusione che la Germania ha risposto bene alla crisi.

L’economia peggiora più lentamente

Ieri abbiamo visto con Krugman come la rilevazione dei dati sulla disoccupazione negli Stati Uniti non abbia nulla a che fare con la realtà e come avvenga invece sulla base di un sondaggio nel quale viene chiesto all’intervistato se lavora e, nel caso, se stia cercando un lavoro. Non entrano in questo conteggio i sotto-occupati, le centinaia di migliaia di lavoratori che negli ultimi due anni a causa della crisi sono dovuti passare da un rapporto di lavoro a full time ad uno a part-time e tutti coloro che, stanchi di cercare un posto di lavoro e non trovarlo, si sono rassegnati e non lo cercano più.

Oggi, sullo stesso argomento, vi propongo, insieme all’imperdibile fatica quotidiana di Andrea Mazzalai, la traduzione dell’ultimo articolo di Robert Reich. La sua tesi, manco a dirlo, è che l’unica verità che emerge dai nuovi dati sulla disoccupazione è che il peggioramento sta rallentando. Ma non illudiamoci di poter tornare da dove eravamo partiti. Ne usciremo fuori con un’economia che apparirà straordinariamente differente da quella che avevamo solo due anni fa.

L’economia sta peggiorando più lentamente. E’ questa l’unica chiave di lettura che viene fuori dai report economici, incluso quello importante di stamattina sull’occupazione. L’andamento della perdita di posti di lavoro è rallentato — le richieste di sussidio sono scese a 247.000 dopo le 443.000 di Giugno, e il tasso ufficiale della disoccupazione è passato da 9.5 a 9.4 per cento.

Tuttavia fate attenzione a questi dati. Essi non includono il crescente numero di persone che sono passate da un lavoro a tempo pieno ad un lavoro part-time. Nè includono un largo numero di quelli che non cercano più un lavoro. Nè considerano i molti milioni che hanno trovato un nuovo lavoro pagato meno rispetto al vecchio che hanno perso. E non includono nelle statistiche nessuno dei tipici brevi contratti settimanali, per coloro che hanno ancora un lavoro a tempo pieno. (Da questo punto di vista un’altra indicazione che le cose stanno peggiorando più lentamente — la settimana lavorativa è salita molto leggermente dalle 33 ore). Nè, se è per questo, i numeri considerano le 130.000 persone che mensilmente entrano a far parte della forza lavoro, pronte e desiderose di lavorare, ma che non riescono a trovare un lavoro.

Se fossero incluse tutte queste persone, la mia stima sarebbe che un americano su cinque che altrimenti lavorerebbe a tempo pieno sia oggi sotto-occupato. Stiamo vivendo il più grande declino rispetto a qualsiasi crollo economico avvenuto dopo la seconda guerra mondiale.

L’economia a livello globale continua a contrarsi ma più lentamente di prima. Ma i consumatori non comprano, le esportazioni stanno ancora diminuendo e gli investimenti sono fermi, per cui la sola chiara ragione è che lo stimolo sta cominciando a funzionare. Pure — questa un’altra importante cosa cui guardare — la perdita di posti di lavoro continua a camminare più velocemente della contrazione. In altre parole, gli imprenditori stanno usando questa crisi per liberarsi di più lavoratori, proporzionalmente, di quanto abbiano mai fatto sin dalla Grande Depressione. L’economista Arthur Okun, dopo aver riconsiderato tutta la storia economica, una volta pronunciò una regola di massima secondo la quale ogni due per cento in meno di crescita dell’economia genera un aumento della disoccupazione pari all’uno per cento. Questa volta tale regola è stata infranta: la discesa della crescita si è risolta in un molto più grande incremento della disoccupazione. E se vi ricomprendiamo la sotto-occupazione, è cresciuta in modo davvero sorprendente.

Rallegriamoci allora che l’economia stia andando peggio più lentamente di prima. Ma non illudiamoci pensando di poter tornare dove eravamo. Molti dei posti di lavoro andati perduti non torneranno mai più. Alla fine nuovi posti di lavoro li rimpiazzeranno ma difficilmente tutti. La struttura dell’economia americana sta cambiando. Usciremo fuori da tutto questo con un’economia che apparirà straordinariamente differente da quella che avevamo nel 2007.

Banche sull’orlo di una crisi dei crediti

Che il “deterioramento” del credito stia diventando una costante nei risultati delle banche al di là e al di quà dell’oceano non è confermato solo dai timori espressi dal chief executive di Deutsche Bank, Joseph Ackermann, il quale afferma che i veri effetti della tempesta perfetta devono farsi ancora sentire, prevedendo l’arrivo di un’ondata di perdite sui crediti concessi alle imprese ed ai consumatori che potrebbe mettere in ginocchio il sistema finanziario peggio che il buco nero dei titoli tossici. Sono i numeri a parlare da soli.

Barclays ha chiuso i primi sei mesi dell’anno con una crescita degli utili del 9,9%, passati da 1,72 a 1,89 miliardi di sterline (3,16 miliardi di dollari), al di sotto di quanto previsto, per una volta, dagli analisti che avevano pronosticato una crescita a 2,2 miliardi di sterline. Ma come già abbiamo visto per Credit Suisse, Goldman Sachs, J.P. Morgan e la stessa Deutsche Bank gran parte degli utili (il 35% per Barclays) sono derivati dalle attività di investment banking, cioè tutte quelle attività che hanno a che fare con le scommesse sui cambi, i titoli, le materie prime e tutto quello su cui è possibile scommettere.

Dall’altro lato gli accantonamenti per future perdite sui crediti – l’introduzione del mark to fantasy se ha nascosto le perdite dovute ai titoli tossici non vale per la tradizionale attività creditizia – crescono esponenzialmente. La banca inglese ha dovuto accantonare per i rischi da deterioramento del credito 4.56 miliardi di sterline, il doppio di quanto accantonato nello stesso periodo dello scorso anno, un importo superiore anche a quello previsto dagli analisti.

John Varley, il numero uno della Barclays, bontà sua, minimizza, ma le cifre parlano chiaro e deve ammettere: “In alcune partite di credito abbiamo visto il tasso di deterioramento ridursi e qualche segnale di stabilizzazione ma – aggiunge – non voglio sopravvalutare tutto ciò perchè, ad esempio, la disoccupazione crescerà in molte economie dove siamo presenti e la disoccupazione ha un effetto ritardato sui crediti”.

Più ottimista Stephen Green, il CEO di HSBC (Hongkong and Shangai Banking Corporation), con base a Londra, oggi al quinto posto delle classifiche mondiali per valore degli asset. Ottimismo forse obbligato anche per il nome che porta. Green pur dimostrandosi prudente con l’affermazione che le previsioni economiche rimangono incerte, tuttavia dichiara che “forse abbiamo toccato, o stiamo per toccare il fondo del ciclo dei mercati finanziari”. Non sembrerebbe così dai risultati presentati dalla sua banca anche se il mercato ha premiato la sua dichiarazione con un bel +6,4%.

HSBC, infatti, ha riportato, nel primo semestre, una diminuzione dei suoi profitti pari al 57 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008, con un utile netto che dai 7,7 miliardi di dollari dello scorso anno scende a 3,3 miliardi di dollari, proprio a causa del deteriorarsi dei crediti concessi a imprese e consumatori negli United States e in qualche altro posto.

Anche in questo caso il segno positivo dei profitti è stato ottenuto dalla divisione investment banking che ha guadagnato nel primo semestre, al lordo delle tasse, 6.3 miliardi di dollari, in particolare speculando su titoli e cambi. Ma la cosiddetta “buona” notizia è bilanciata da persistenti perdite sui crediti concessi a imprese e consumatori. HSBC ha dovuto accantonare ben 13,93 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto ai 10.1 miliardi accantonati nello stesso periodo l’anno precedente.

E il più grosso mal di testa per HSBC continua ad essere rappresentato dal credito al consumo con accantonamenti che arrivano a 7,3 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 6,69 miliardi dello stesso periodo, anche se inferiori se paragonati ai 8,8 miliardi del secondo semestre 2008.

Altro che stabilizzazione finanziaria! Tra la mina vagante delle carte di credito, l’aumento dei fallimenti e della disoccupazione dovremmo aspettarci l’arrivo dell’onda più alta della tempesta perfetta. Invece i responsabili della crisi continuano a usare il trucchetto di nascondere la polvere sotto il tappeto. E là sotto la bolla del mercato azionario continua a gonfiarsi. Non importa se sarà tra uno, tre, sei mesi o un anno. Alla fine esploderà anche questa bolla ma chi l’ha cavalcata questa volta non avrà più neanche il tappeto sotto al quale nascondersi.

Update. Sottotitolo del mio post: “Quello che non vi farà mai sapere la stampa ufficiale”. Guardate qui come liquida i risultati di Barclays e HSBC un giornale “autorevole” come il Sole 24 Ore. A tanto siamo ridotti con gli affascinanti “conti migliori delle attese”.

Passaggio a Nord-Ovest

Secondo un recentissimo sondaggio del Wall Street Journal solo il 36% degli americani ritiene che Obama ed il Congresso dovrebbero preoccuparsi di rilanciare l’economia da subito anche se questo significasse un maggior debito pubblico, mentre il 59% pensa che dovrebbero puntare a mantenere sotto controllo il deficit anche se questo può voler dire ritardare la ripresa.

Senonchè ad una precedente domanda, il 38% degli intervistati aveva dichiarato che le priorità assolute del governo dovrebbero essere la creazione di posti di lavoro e la crescita dell’economia, mentre solo il 17% aveva indicato in cima alle priorità il controllo del deficit e della spesa statale.

Evidentemente gli americani ritengono che ci sia un modo per rilanciare l’economia e creare posti di lavoro senza che il governo tiri fuori un solo dollaro, ovvero come avere la botte piena e la moglie ubriaca. Purtroppo il sondaggio del Wall Street Journal non ci rivela come i pionieri americani pensano di raggiungere il nuovo Eldorado.

Banche in cura dimagrante

Il CEO di Citigroup Vikram Pandit, Bandit per gli amici, ha dichiarato ieri che la banca non si ritirerà dalle attività in Asia anche se la crisi finanziaria ha ridotto il bilancio di Citi di un buon 25%.

“Non abbiamo alcun dubbio che l’Asia rappresenterà una smisurata fetta della crescita mondiale nei prossimi dieci anni e Citi avrà una grande opportunità per espandere la sua presenza”, ha affermato il banchiere già salvato dal governo americano, che detiene ora il 34% del colosso creditizio.

Se punta sull’Asia in un lontano futuro ed è difficile prevedere quel che accadrà solo nei prossimi mesi, Citigroup continua la sua cura dimagrante e si disimpegna anche dal tavolo italiano, dove sta pensando di vendere o, in assenza di buone offerte, di chiudere la sua divisione di private banking.

L’operazione, che fa parte di un programma mondiale di ristrutturazione del gruppo da cui ci si attende la dismissione di asset del valore di 650 miliardi di dollari, prevede una diminuzione del personale di 500 unità entro la fine dell’anno, con un taglio dei posti di lavoro che colpirà proprio l’attività del credito al consumo.

Intanto anche Bank of America continua sulla strada del ridimensionamento e del taglio dei costi grazie ai quali vengono fuori le trimestrali che fanno gridare al miracolo i soliti ottimisti di professione. Il suo Chief Executive Kenneth Lewis ha annunciato che la banca chiuderà circa 610 filiali, riducendo del 10% la sua rete, dopo un’espansione da costa a costa durata vent’anni.

Insomma prosegue lo sciopero dei consumatori, i profitti arrivano solamente grazie a drammatici tagli dei costi e continua ad aumentare la disoccupazione. Se volete, non chiamatela depressione.

Così giù che sembra di star sù

L’ho scritto in tutte le salse che Wall Street è diventata una bisca a cielo aperto, dove tra i pochi giocatori che si aggirano tra i tavoli la fanno da padroni quei pochissimi che possono permettersi di rischiare grosso (vedi Goldman Sachs), anche perchè giocano con le fiches pagate dai contribuenti americani e la garanzia che se perdono pagherà Pantalone, truccando il mercato anche con dati manipolati e comunque sempre “migliori di quelli attesi”. Ormai c’è poco altro da aggiungere, se non segnalare questi due interessanti contributi (articoli in inglese) di Jeffrey Cooper e di Smita Sadana e offrirvi la mia traduzione libera di quel che ne pensa anche Robert Reich.

Been Down So Long It Seems Like Up To Me (sono stato giù così tanto che ora mi sembra di star sù), il precoce libro del 1966 di un Richard Farina al tramonto della sua vita, definiva i tardi anni ’60 come gli anni della controcultura. Al rally del mercato azionario che ha spinto l’indice Dow Jones di nuovo sopra i 9000 punti per la prima volta dall’inizio dell’anno potrebbe essere dato il medesimo titolo e potrebbe essere definito come molto-desiderato per la ripresa finanziaria.

Cosa ha spinto il mercato azionario verso l’alto? Principalmente gli inaspettati risultati positivi delle società nel secondo trimestre. Ma quei profitti non sono stati dovuti ai consumatori che all’improvviso si sono ritrovati con un mucchio di soldi in più nei loro portafogli. I profitti sono venuti da drammatici tagli ai costi — inclusi, cosa più ragguardevole, i tagli al costo del lavoro. Se un’azienda taglia a sufficienza i suoi costi, può mostrare un profitto anche se le sue vendite sono vicine allo zero.

Qui il problema è duplice. Primo, tali profitti non possono essere mantenuti. C’è un limite ai tagli oltre il quale l’attività scompare. Secondo, quando viene tagliato il costo del lavoro per mostrare dei profitti, il consumatore finisce per avere meno soldi in tasca per comprare i beni che quell’attività produce. Anche se conservano il posto di lavoro, essi probabilmente avranno paura di perderlo, per cui eviteranno ulteriormente gli ipermercati.

La maggior parte delle compagnie che hanno riportato degli utili hanno superato le aspettative degli analisti, ma questo significa solamente che i profitti sono stati meno cattivi di quanto gli analisti temevano. Secondo il responsabile degli investimenti della BNY Mellon Wealth Management se le società che non hanno ancora presentato le trimestrali mostrano i medesimi risultati di quelle che l’hanno già fatto, complessivamente i profitti delle società saranno scesi del 25% rispetto all’anno passato. Questa potrebbe essere una contrazione inferiore rispetto a quella attesa dagli analisti, ma è comunque terribile. L’utile operativo che le società presenti nel listino S&P 500 hanno dichiarato finora è stato quasi il 29% più basso di quello dello scorso anno e l’80% più basso di quello del 2007, secondo Standard and Poors. Ahi.

“Meglio delle attese” è un eufemismo di moda in questi giorni a Wall Street che stà per “Siamo più felici di quanto pensavamo potessimo essere”. Ma Wall Street è il leader nel mercato dei festeggiamenti, anche quando non c’è nulla di cui rallegrarsi. Si vuole che gli investitori pensino positivamente, nella presunzione che pensare positivimanete possa essere una profezia auto-realizzantesi: se gli investitori iniziano a mettere più soldi nel mercato, allora il mercato automaticamente crescerà, conducendo più investitori a metterci più soldi — prima che, è questa la verità, il rally finisca perchè niente di fondamentale è cambiato nell’economia reale.

Guardate sempre all’economia reale, dove disoccupazione e sotto-occupazione stanno salendo. Non è così divertente quanto festeggiare ed investitire proprio ora, ma è di gran lunga più sicuro.

I conti senza l’oste

Oggi andrebbero rilette sotto un’altra luce le dichiarazioni rese ieri da Bernanke nella parte che gli ottimisti ad oltranza hanno ignorato, quella in cui, per intenderci, il presidente della Fed afferma che molte banche sono ancora a rischio.

Dopo diverse trimestrali di cui il mercato, arrampicandosi sugli specchi, ha messo in evidenza solo gli aspetti positivi – positivi rispetto a quanto previsto dagli analisti più pessimisti -, oggi infatti sono arrivati i risultati di Morgan Stanley, passata inopinatamente in rosso in questo secondo trimestre.

La banca ha messo a segno una perdita netta di 1,26 miliardi di dollari, pari a 1,10 dollari ad azione, a fronte dell’utile da 1,06 miliardi, o 61 cent, dello stesso periodo dello scorso anno. La banca d’affari ha anche reso noto di aver registrato oneri per 74 cent ad azione legati ai rimborsi versati al fondo di salvataggio Tarp.

Gli inguaribili ottimisti si rifanno la bocca con la Wells Fargo: la quarta banca Usa per valore degli asset, ha registrato un aumento dell’81% degli utili nel secondo trimestre a al livello record di 3,17 miliardi di dollari (57 cent ad azione). Il risultato è superiore agli attesi 34 centesimi dei soliti pessimisti.

Peccato che sulla testa della Wells penda la spada di Damocle di quei 5,1 miliardi di dollari di capitali freschi che la banca deve raccogliere entro Novembre, grazie alla performance ottenuta negli stress test a cui è stata sottoposta nel mese di Aprile. Tanto che addirittura il Wall Street Journal (per gli abbonati) è costretto ad ammettere che c’è un buco nel portafoglio della banca e il rischio è che il buco si allarghi mentre i profitti si riducono, visto che deve anche restituire i 25 miliardi ricevuti dal governo.

E dove ha previsto di raccogliere tutti questi soldi la Wells Fargo? Dal mercato dei mutui, che sembra diventata la sua principale attività dopo l’acquisizione della Wachovia. Purtroppo, chiosa il WSJ, i tassi sui mutui e la disoccupazione sono in crescita e non si vede all’orizzonte un’altra fonte di profitti, finchè il mercato immobiliare è fermo.

Già la solita storia, tutti prevedono una ripresa entro l’anno, quando invece i dati fondamentali – il mercato immobiliare, la disoccupazione e la domanda aggregata – peggiorano. Ma tanto abbiamo capito come funziona: finchè c’è musica si balla! Anche al tempo di una marcia funebre.

Bernanke nel cestino

Beh, oggi avevo scritto un articolo, ma poi mi sono accorto che le mie stesse considerazioni le ha svolte meglio di me Marco Sarli nel suo pezzo quotidiano, di cui condivido anche le virgole.

Non mi rimane che anticipare la chiusura estiva del blog o invitare Marco a prendersi delle meritatissime ferie.

Tiramisù

Ovvero cosa succede quando le si provano proprio tutte per tirare sù un mercato tenuto artificialmente in vita manipolando dati e scorgendo germogli verdi anche tra le erbacce già bruciate dal sole infuocato di questa caldissima estate.

Giovedì scorso, nonostante il solito dato macroeconomico meno peggiore dello zero virgola zero rispetto a quanto previsto dal più pessimista degli analisti, le borse sino ad un’ora dalla chiusura erano in territorio negativo. Ecco allora i media accorrere in soccorso con una notizia che ha l’effetto di rianimare il moribondo: Nouriel Roubini, l’economista americano che per primo previde la crisi finanziaria e che è sempre stato scettico sulle possibilità di un superamento rapido della recessione, a quanto pare comincerebbe a vedere rosa.

A Roubini con un abile montaggio viene fatto dire in un’intervista apparsa sulla CNBC: «Credo di poter dire che abbiamo passato il momento peggiore, o per lo meno che siamo molto vicini all’inversione di tendenza. Sia in termini economici che finanziari le condizioni possono volgere al miglioramento, anche se la recessione continuerà fino alla fine dell’anno». Tutto rigorosamente virgolettato e ripreso anche da Bloomberg che sottolinea come le dichiarazioni di Roubini hanno contribuito a infondere ottimismo negli analisti e nel mercato, spingendo Wall Street al rialzo.

Peccato che non fosse vero niente, o meglio quelle frasi erano state estrapolate da un contesto dando loro un diverso significato. Tanto è vero che è dovuto intervenire Nouriel Roubini in persona con un comunicato stampa che ha rimesso le cose a posto e tutti i puntini sulle i.

Naturalmente le autorità di borsa si guardano bene dall’intervenire e dall’andare a vedere cosa stia succedendo in un mercato ormai ridotto a una bisca a cielo aperto e facilmente manipolabile dati i bassi volumi di scambio. Anche attraverso l’informazione, distorcendo dati e notizie come sta avvenendo per i risultati delle trimestrali o semplicemente ignorandoli come ad esempio il collasso delle esportazioni nei primi sette paesi industrializzati del mondo.