Capitolo IV

La scalata segreta si ferma a Chiasso

Nel febbraio, alla frontiera di Chiasso, i finanzieri fermano la Mercedes di Stefano Fransoni, amministratore unico della Garlsson, una società domiciliata nelle Isole Vergini, il cui unico beneficiario risulta essere Stefano Ricucci. La società è stata costituita alla vigilia del Natale dell’anno scorso e provvidenzialemente, ad un mese dalla sua nascita, beneficia di un finanziamento per 100 milioni della Lodi, destinato a comprare azioni Antonveneta. Ricucci entra così a tutto titolo, insieme ai bresciani, tra coloro che hanno partecipato alla scalata segreta di Antonveneta fatta dalla Lodi con i soldi della Lodi. Le indagini, complesse, conducono in Svizzera dove tutti i movimenti si intrecciano intorno alla filiale svizzera della banca di Fiorani, la Bipielle Suisse. Ha lavorato lì un manager, Enrico Menclossi, ex amico personale di Fiorani, e protagonista dei primi affari, mai chiariti della Bipielle Suisse. Menclossi entra in urto con Fiorani di cui, forse, non condivide i metodi, viene licenziato e avvia una causa di lavoro in Svizzera in cui spiffera alle autorità elevetiche quello che sa sulle operazioni che ruotano intorno alla banca da lui una volta diretta. Salta un altro coperchio dalle pentole di Fiorani. Dalle indagini, che i magistrati estendono alla Svizzera con rogatorie e richieste di documenti, spuntano come funghi finanziarie di comodo create dalla Lodi per comprare azioni Antonveneta che beneficiano, alla fine, dei soldi della Lodi stessa. Due hedge fund, il Generation Fund e l’Active Fund, risultano avere come unico investimento destinato le azioni della Banca scalata. Il direttore finanziario di Fiorani, Boni, viene chiamato a rispondere del perché la Lodi investa i suoi soldi in questi fondi che hanno come unico impiego rastrellate le azioni di Banca Antonveneta. Interrogato dalle autorità risponde arrampicandosi sugli specchi e sostenendo di non avere potuto informarsi su dove metteva i soldi il signor Colnago, cui li aveva affidati, perché aveva altro da fare e di avere appreso dai giornali che l’unico impiego era quello di acquistare le azioni della banca padovana. Fiorani, per parte sua, nega le sue responsabilità e dice che solo il direttore finanziario sa dove finiscono gli investimenti della Lodi.
Mentre le indagini della magistratura proseguono, la Consob comincia a muovere i primi passi e, sulla base dei documenti acquisiti, a lanciare le sue prime «punizioni».

 

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