Capitolo I

Lassù sulle montagne

E’ passato solo un anno da quando Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia e Gianpiero Fiorani, patron indiscusso della Banca Popolare di Lodi trascorrono in pace qualche momento di vacanza sui monti dell’Alto Adige. Fazio e Fiorani si conoscono da tempo e i loro destini sembrano destinati ad incrociarsi, anzi ad intrecciarsi. Fazio da anni è il «Grande Manovatore» del sistema bancario italiano. Stabilisce le regole con le quali le banche si devono aggregare, decide sulle fusioni: ha bocciato offerte come quella del San Paolo sulla Banca di Roma, sostenendo che nel sistema bancario italiano non debbono esistere Opa ostili. Ha respinto fusioni come quella che avrebbe visto unite Unicredito e Comit. Ne promuove delle altre: come quella che vede passare la Bipop, squassata da uno scandalo, nelle mani di Capitalia dell’allora suo grande amico Cesare Geronzi e sfilarla proprio alla Popolare di Lodi che vi aveva messo gli occhi sopra. Nessuno osa opporglisi: è o non è con la sua «moral suasion», e con il suo attento apparato di vigilanza sul sistema, il vero dominatore del mercato bancario italiano?
Gianpiero Fiorani è un ambizioso banchiere di provincia che vuole fare della sua Popolare il perno di aggregazione delle piccole banche italiane ed entrare nell’empireo dei «grandi». Per raggiungere il suo fine non risparmia nessun mezzo: scala banche senza badare tanto ai conti e scaricandone il peso a volte sulla Borsa a volte sulla stesse banche conquistate. Coltiva amicizie importanti, in primis con il mondo cattolico, di cui diventa finanziatore di iniziative, come quella che lo vede siglare un patto con la Conferenza Episcopale italiana per il finanziamento di operazioni culturali e della ristrutturazione delle parrocchie italiane. Scavalca misteriosamente i pochi ostacoli che gli si pongono sul cammino: nelle scalate alle banche, in parte condotte tramite finanziarie estere e che vedono beneficiati con miliardi di plusvalenze soggetti spesso sconosciuti, inciampa in un’indagine della Consob prima e del Tribunale di Lodi poi. Ma tutto si chiude senza troppi clamori. Infine arriva l’amicizia con Fazio, che passa non solo attraverso i rapporti personali con la famiglia ma anche con atti concreti: nel 2003 quando fallisce, per speculazioni sbagliate e crediti incagliati la Banca della Lega, voluta da Bossi e amici per raccogliere i risparmi della Padania, Fazio ricorre a lui per salvarla dopo che altre banche italiane chiamate ad intervenire hanno rifiutato. Così paga il conto della banca e anche dell’appoggio che da allora in poi Fazio ottiene dagli esponenti della Lega, un tempo suoi acerrimi nemici. Non si sa se in quell’estate del 2004, sui monti dell’Alto Adige Fazio e Fiorani discutano dei nuovi assetti possibili del sistema bancario italiano in cui Fiorani vuole crescere, costi quel che costi, e che Fazio vuole difendere da quella che ritiene una pericolosa ingerenza delle banche straniere. Quel che è certo è che dall’inverno di quell’anno cominciano a partire le manovre sotterranee di Borsa su Antonveneta. La banca è strategica sia per posizione territoriale (domina il ricco mercato del Nordest), sia per dimensione: è il quinto istituto italiano. E’ una banca attiva e vivace: a suo tempo fu una delle finanziatrici della scalata a Telecom che vide protagonisti gli emergenti della Razza Padana, Emilio Gnutti e i bresciani, Roberto Colaninno e gli altri. Ma ha un assetto fragile: il suo azionariato è spaccato tra gli olandesi dell’Abn Ambro e una finanziaria, la Deltaerre, che raccoglie i litigiosi imprenditori veneti e altre partecipazioni sparse. Un universo tenuto insieme con maestria fino a poco prima dal prestigioso presidente dell’Antonveneta, Silvano Pontello, navigato finanziere e protagonista della crescita della banca, ma che si sfalda con la sua scomparsa.

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