Capitolo V

Arriva la Guardia di Finanza

All’indomani dell’assemblea che vede vittoriosa la cordata di Fiorani e soci su Antonveneta, la Consob accerta ufficialmente che la scalata è stata condotta insieme ai bresciani e obbliga la Lodi a lanciare a sua volta un’Opa sulla banca. L’Abn rilancia alzando il prezzo della sua per tentare di spaccare il fronte avversario allettandolo con un’offerta, anche se appare inutile, visto che tutte le azioni le hanno in mano già Fiorani e soci che si muovono di concerto appoggiandosi l’uno con l’altro anche finanziariamente. E mentre la battaglia tra legali si fa furibonda e decine di avvocati, advisor finanziari ed esperti, impiegano con notevole profitto la loro «arte» tra Tribunali amministrativi e penali, la Guardia di finanza va e viene dalle banche interessate sequestrando faldoni di carte e portandoli alla procura che a sua volta le invia agli uffici e ai commissari della Consob.
E’ uno scenario nuovo per l’Italia, non abituata a questo tipo di indagini e dove anzi i reati finanziari vengono in genere scoperti quando la frittata è già stata cucinata in qualche crac che ha bruciato le penne dei risparmiatori. Ma questa volta le cose sembrano andare in maniera diversa un po’ per il «coraggio» e la determinazione mostrata dagli inquirenti, un po’ per la collaborazione tra Consob e magistrati, resa possibile dalla silenziosa entrata in vigore di una nuova direttiva rivoluzionaria: quella sul market abuse, cioè sulle frodi finanziarie, che stringe in un’unica collaborazione magistrati e ispettori della Consob e inasprisce inoltre le pene sui reati finananziari prevedendo per l’insider trading e l’aggiottaggio condanne fino a sei anni. Di più, rendendo legittimo l’uso delle intercettazioni. E sulle intercettazioni crollano le versioni ufficiali della Popolare di Lodi, le intercettazioni trasformano l’operazione finanziaria in una saga parentale che coinvolge pesantemente il governatore di Bankitalia.
Tutta la scalata ad Antonveneta avviene, infatti, sotto l’occhio vigile della Banca d’Italia. Fiorani può contare sull’amicizia di Fazio nel suo obbiettivo di prendere in mano la banca padovana. Fazio non vuole che gli olandesi ne prendano il controllo, è deciso a fare sì che la Popolare di Lodi vinca. Ma a che prezzo? Le inchieste della Consob e della magistratura gettano luce su un universo di scorrettezze e reati finanziari da far rabbrividire anche uno speculatore e non certo degno di una banca che vuole diventare un punto di riferimento nel sistema finanziario italiano. Ma a Fazio non sembra importare molto: anche all’indomani della condanna della Consob, Fiorani, Gnutti e Ricucci vanno e vengono dai suoi uffici in Palazzo Koch come se nulla fosse successo. Ma sta a lui dire l’ultima parola sulla conquista della Lodi perché sta alla Banca d’Italia avere il controllo del sistema e dire se Fiorani, con i suoi numeri, è in grado di prendere il controllo di Antonveneta in una strana operazione che vede una banca piccola mangiarne una molto più grande. I numeri sembrano dargli torto: molti commentatori finanziari si affannano a spiegare con le cifre che i conti della Lodi sono precari ed anche poco chiari, che le valutazioni con le quali si presenta per chiedere lo scambio tra le azioni proprie quelle di Antonveneta, hanno troppi valori incerti. A molti sembra che Antonveneta sia per la banca di Fiorani non solo un modo per diventare grande in Italia ma anche una via per salvare, con la fusione, la Lodi stessa. Più volte la Banca d’Italia e la sua vigilanza impongono a Fiorani di trovare i mezzi e di giustificare con quali soldi comprerà Antonvenea e chi sottoscriverà gli aumenti di capitale necessari a ristabilire il suo patrimonio, già scarso. Ma per lui Fazio fa qualche eccezione. Fino a poco tempo prima aveva proclamato che solo una banca con disponibilità di capitale poteva comprarne un’altra. Adesso comincia a sostenere che si può anche tollerare i debiti e rinviare nel tempo la messa a posto dei conti. Aveva giurato che non avrebbe accolto Opa giudicate ostili sulle banche e invece promuove quella di Fiorani che Abn giudica tale.
Fiorani presenta i suoi piani: molte banche straniere gli offrono capitali per pagare le Opa che ha lanciato, in cambio, ovviamente, del pegno sulle azioni. Del resto con gli appoggi che mostra di avere in questa avventura chi pensa che lui, Fiorani, potrà mai rischiare la pelle? E poi, quale banca è mai fallita in Italia? Nel tentativo di presentare conti tali da potere giustificare l’operazione, Fiorani mette in moto una girandola di accordi in cui rientrano i suoi soci di sempre: Gnutti, gli imprenditori bresciani, banche straniere che, in cambio, accettano commissioni da favola per metterli in atto. Deve dimostrare che è riuscito per fare entrare soldi in cassa a vendere parte delle partecipazioni di minoranza della Lodi: ma chi si compra una partecipazione di poche azioni sparse qua e là? Nessuno a lume di logica. Ma interviene la Earchimede di Gnutti, di cui anche la Lodi è azionista insieme ad altri bresciani già «pescati» fra i concertisti dalla Consob, i Marinelli, i Bossini e l’Unipol di Consorte che è alleata storica di Gnutti e di Fiorani stesso. Intervengono le banche straniere che comprano azioni, dietro le quali spuntano operazioni ardite che, alla fine, delineano uno scenario già visto in altre scalate della Lodi: cioè che si tratta di vendite fittizie e che la banca deve ricomprarsi, dopo un certo tempo, le azioni vendute. Compaiono ad agire in queste operazioni gestite anche da banche prestigiose come la Deutsche bank, finanziarie da nomi intriganti: come una società Sonata creata in Lussemburgo che sembra fatta apposta per far gioire i concertisti. Gli ispettori della Banca d’Italia indagano e il parere degli uffici tecnici, alla fine, è negativo: non è possibile con questi numeri dare il via libera all’Opa finale con la quale Fiorani pensa di conquistare Antonveneta. Fazio chiama tre avvocati esterni per superare l’opposizione che rischia di mandare all’aria il progetto. E alla fine firma. Di notte, in privato, avverte Fiorani. In pubblico proclama: «che vinca il mercato». Di quale mercato si tratti lo rivelano, poco dopo, le intercettazioni disposte dalla magistratura per fare chiarezza sulla vicenda. Sono lo spaccato di un mondo di favori e di poca trasparenza nelle decisioni che travolge la credibilità della Banca d’Italia in primis, degli altri protagonisti poi. Un mondo che rischia di compromettere anche l’altra Opa in corso, quella su Bnl, in cui Fazio sostiene gli stessi bresciani guidati, questa volta dall’Unipol, cara alla sinistra. I magistrati, alla vigilia dell’ultima assemblea di Antonveneta, decidono di sequestrare le azioni e interdire tutti i giocatori a commettere altri atti: Fiorani, il suo direttore finanziario, Gnutti e gli altri non possono, per due mesi, amministrare. Nel confermare l’ordinanza di sequestro il gip, Clementina Forleo, deve rivelare sulla base di quali prove prende la sua decisione. E le intercettazioni, insieme a molti altri atti, diventano di dominio pubblico. Si accende il dibattito su che cosa fare per ripristinare la credibilità della Banca d’Italia e sulle intercettazioni che violano la privacy.
Al lettore accorto indovinare tra il disegno di legge sul risparmio che dovrebbe introdurre nuove regole anche per la Banca d’Italia (compreso il mandato a termine per il governatore) e quello che si minaccia per limitare le intercettazioni disposte dai magistrati, quale arriverà per primo all’approvazione del Parlamento.

 

giovedì 8 dicembre 2005

Con le dita nella marmellata

“I conti alla Lodi dei difensori di Fazio”. Il Sole 24 Ore, con un commento in prima pagina e un’intervista, becca due politici del Centrodestra con le dita nella marmellata. Claudio Gatti scrive infatti nel suo servizio: “Che al Senato della Repubblica Giampiero Fiorani avesse in Luigi Grillo, (Forza Italia), e Ivo Tarolli, (Udc), due amici fedelissimi non è mai stato un mistero. Quello che finora non si è mai saputo è che in banca a Lodi, Grillo e Tarolli non avevano soltanto un amico. Avevano anche un conto. A testa”. Claudio Gatti si premura di intervistare sulla vicenda Luigi Grillo che in verità si arrampica sui vetri per giustificare il suo conto corrente, acceso in epoca sospetta.

“Gli affari rispettino l’etica”. Non è un caso che il quotidiano confindustriale apra la prima pagina con la frase pronunciata dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. In effetti oggi la stampa è piena di scandali finanziari che con l’etica hanno poco a che fare. Dall’incriminazione di Sergio Billè, alle inchieste giudiziarie di Roma e Milano su Unipol, all’incriminazione per aggiotaggio e falso in bilancio nel caso Impregilo.

Dal caso Bpi-Antonveneta sta uscendo di tutto. E anche la Repubblica, che assieme ai Ds aveva difeso Giovanni Consorte, sta prendendo le distanze dal capo dell’Unipol. In un servizio che compare nella stessa pagina in cui vengono pronunciate le parole sull’etica degli affari del presidente Ciampi, si legge: “E ora Giovanni il bonapartista finisce per allarmare i Ds”. “A sinistra crescono i dubbi sull’operazione Bnl di Consorte e sui suoi rapporti con i furbetti del quartierino”.

Il quotidiano Finanza&Mercati attacca invece, in un editoriale da accreditare al direttore Osvaldo De Paolini, il presidente della Repubblica per aver “benedetto l’offensiva finale delle procure”. Nel titolo di apertura di prima pagina si legge: “Spallata finale a Unipol-Bnl. Dilemma di Fazio sull’opa”. “Dai pm milanesi scacco a Roma: l’indagine non è soltanto su Consorte e Sacchetti come clienti Bpi. E’ estesa per un cavillo all’intera compagnia bolognese. Il governatore sotto pressione per l’ok. (Il 14 giornata clou). Ma se supererà lo snodo Bankitalia, la parola tornerà alla Consob”.

Nell’ambito dell’operazione Billè-Ricucci si scopre addirittura che fra gli azionisti di Fiorani c’era Calisti Tanzi, rimasto nella ex Popolare di Lodi anche dopo il crac di Parmalat. Lo ha scoperto il Corriere della Sera con un servizio di Mario Gerevini. “I titoli di Tanzi per circa 10 milioni congelati dai magistrati. L’ex patron di Collecchio: per comprarli un prestito dalla Lodi”.

“Bpi, ipotesi Giarda”, titola invece il quotidiano Mf. “Gronchi denuncia altri sette conti vip. Coinvolto Menclossi, teste anti Fiorani. “Dino Giarda, ex sottosegretario al Tesoro e numero uni di Bpi investimenti è tra i papabili per la presidenza della Popolare Italiana, anche se finora non sarebbero state messe a punto proposte concrete”.
 

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