Le ultime parole famose

Il miliardario Mark Cuban dopo aver vaticinato il crollo dei mercati se Donald Trump avesse vinto le elezioni, insiste nelle sue performances che farebbero invidia al Mago Otelma, affermando che Trump non è preparato su nessun argomento o materia di governo. Forse ha ragione. Forse Trump merita un rating C-minus.

Ovviamente Cuban durante le campagna elettorale 2016 appoggiò Hillary Clinton e partecipò al dibattito presidenziale di Long Island lo scorso settembre. Per l’occasione twittò questo messaggio “Ho appena prenotato una poltrona in prima fila per vedere Donald distrutto da Hillary Clinton”. Ma allora, cosa si merita Mark Cuban che non ne azzecca una?

La Corea è vicina

Siamo sull’orlo di un olocausto nucleare che potrebbe far scomparire il genere umano dalla faccia della terra e i democratici organizzano marce di protesta perchè vogliono vedere la denuncia dei redditi di Donald Trump.

Tutti i pundit dei media americani sono mobilitati in questa nobile causa e in prima fila la CNN con il suo stato maggiore: i vari Wolf Blitzer, Don Girolimoni, Gloria Borgia, Ramu Raju, Fahred Zacaria nonchè l’esperto in fonti anonime Jimmy Asciutto. Obama non partecipa perchè impegnato ancora con la sua lunga extended vacanza iniziata 8 anni fa.

Certamente Trump merita di venire demonizzato e temuto più del tiranno nord coreano che è pronto a lanciare una testata nucleare sulla costa californiana, mentre noi non vediamo l’ora di gioire con i pundit per poter spettegolare sul 740 del Presidente. Saremo così contenti che non ci accorgeremo nemmeno di essere morti.

Genesi della banca costruita in volo da Silvano Pontello

Fiorani accompagnato dai Carabinieri

La maledizione della Banca Nazionale dell’Agricoltura

La storia di Antonveneta si intreccia con quella della Banca Nazionale dell’Agricoltura, costituita nel 1921 a Milano dal conte Giovanni Armenise (cui, alla morte, succedette il nipote Giovanni Auletta Armenise, presidente dell’istituto fino al 1995); nel 1938 la sede fu spostata a Roma, Via Salaria, e fu autorizzata a operare nel campo del credito agrario sia di esercizio sia di miglioramento. Il nome della Banca Nazionale dell’Agricoltura è legato alla strage di piazza Fontana, un attentato terroristico avvenuto in una filiale dell’istituto nel centro di Milano: ivi un ordigno esplose il 12 dicembre 1969 alle 16:37 uccidendo diciassette persone (quattordici immediatamente) e ferendone altre ottantotto. Nel 1977 la BNA era la decima banca italiana per raccolta e la prima banca privata. E’ in questo periodo che il conte Auletta comincia ad avere problemi di capitalizzazione e nel 1995 il conte svende la sua banca per 623 miliardi alla Banca di Roma, la quale, a sua volta, rivende la BNA alla Banca Popolare Antoniana Veneta nel 2000 per 2mila miliardi. In tale data si fuse per incorporazione nella Banca Antoniana Popolare Veneta, poi Banca Antoveneta, a sua volta confluita nel Monte dei Paschi di Siena che pagò al Santander 9mila miliardi nel pieno della crisi finanziaria del 2008 per una banca che gli spagnoli avevano comprato tre mesi prima per soli 4,5mila miliardi. Negli ambienti finanziari, sensibili alla cabala e alla superstizione, sentir parlare di BNA ha sempre provocato prurito nelle parti intime dove non batte mai il sole, ma effettivamente esiste una qualche maledizione, forse lanciata dal conte Auletta, se consideriamo la fine che hanno fatto banche, CEO e Presidenti che pensavano di fare un grande affare comprando la Banca dell’Agricoltura, prima, e la Banca Antonveneta dopo la fusione con la BNA.

Introduzione

E’ il giallo finanziario dell’estate, assieme alla scalata alla Rcs, e tiene in sospeso la comunità finanziaria italiana, il governo ed anche, nella sua complessità, le sorti della politica. E’ partito da una banale contesa intorno alle sorti di una importante banca di provincia, l’Antonveneta, e come una valanga ha travolto sul suo cammino tutto e tutti: a partire da un’istituzione secolare e prestigiosa come la Banca d’Italia per arrivare agli equilibri tra maggioranza e opposizione e a quelli, sempre in bilico, tra magistratura e politica. Dalla sua soluzione dipende oggi un bene prezioso: la credibilità finanziaria dell’Italia e la prova della sua capacità di rimediare ai guasti di un mercato finanziario che ha mostrato di essere fondato più su rapporti personali, intrecci di potere, collusioni politiche, che su regole di comportamento e numeri, come dovrebbe essere prassi in un Paese industriale avanzato.
Nessuno può dire come se ne verrà fuori oggi dal caso Antonveneta: troppe ferite sono ancora aperte per tracciare un bilancio. Ma dal racconto di questa vicenda e dalle mosse dei protagonisti si può capire che cosa è in gioco e quali saranno le possibili soluzioni.

Capitolo I

Lassù sulle montagne

E’ passato solo un anno da quando Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia e Gianpiero Fiorani, patron indiscusso della Banca Popolare di Lodi trascorrono in pace qualche momento di vacanza sui monti dell’Alto Adige. Fazio e Fiorani si conoscono da tempo e i loro destini sembrano destinati ad incrociarsi, anzi ad intrecciarsi. Fazio da anni è il «Grande Manovatore» del sistema bancario italiano. Stabilisce le regole con le quali le banche si devono aggregare, decide sulle fusioni: ha bocciato offerte come quella del San Paolo sulla Banca di Roma, sostenendo che nel sistema bancario italiano non debbono esistere Opa ostili. Ha respinto fusioni come quella che avrebbe visto unite Unicredito e Comit. Ne promuove delle altre: come quella che vede passare la Bipop, squassata da uno scandalo, nelle mani di Capitalia dell’allora suo grande amico Cesare Geronzi e sfilarla proprio alla Popolare di Lodi che vi aveva messo gli occhi sopra. Nessuno osa opporglisi: è o non è con la sua «moral suasion», e con il suo attento apparato di vigilanza sul sistema, il vero dominatore del mercato bancario italiano?
Gianpiero Fiorani è un ambizioso banchiere di provincia che vuole fare della sua Popolare il perno di aggregazione delle piccole banche italiane ed entrare nell’empireo dei «grandi». Per raggiungere il suo fine non risparmia nessun mezzo: scala banche senza badare tanto ai conti e scaricandone il peso a volte sulla Borsa a volte sulla stesse banche conquistate. Coltiva amicizie importanti, in primis con il mondo cattolico, di cui diventa finanziatore di iniziative, come quella che lo vede siglare un patto con la Conferenza Episcopale italiana per il finanziamento di operazioni culturali e della ristrutturazione delle parrocchie italiane. Scavalca misteriosamente i pochi ostacoli che gli si pongono sul cammino: nelle scalate alle banche, in parte condotte tramite finanziarie estere e che vedono beneficiati con miliardi di plusvalenze soggetti spesso sconosciuti, inciampa in un’indagine della Consob prima e del Tribunale di Lodi poi. Ma tutto si chiude senza troppi clamori. Infine arriva l’amicizia con Fazio, che passa non solo attraverso i rapporti personali con la famiglia ma anche con atti concreti: nel 2003 quando fallisce, per speculazioni sbagliate e crediti incagliati la Banca della Lega, voluta da Bossi e amici per raccogliere i risparmi della Padania, Fazio ricorre a lui per salvarla dopo che altre banche italiane chiamate ad intervenire hanno rifiutato. Così paga il conto della banca e anche dell’appoggio che da allora in poi Fazio ottiene dagli esponenti della Lega, un tempo suoi acerrimi nemici. Non si sa se in quell’estate del 2004, sui monti dell’Alto Adige Fazio e Fiorani discutano dei nuovi assetti possibili del sistema bancario italiano in cui Fiorani vuole crescere, costi quel che costi, e che Fazio vuole difendere da quella che ritiene una pericolosa ingerenza delle banche straniere. Quel che è certo è che dall’inverno di quell’anno cominciano a partire le manovre sotterranee di Borsa su Antonveneta. La banca è strategica sia per posizione territoriale (domina il ricco mercato del Nordest), sia per dimensione: è il quinto istituto italiano. E’ una banca attiva e vivace: a suo tempo fu una delle finanziatrici della scalata a Telecom che vide protagonisti gli emergenti della Razza Padana, Emilio Gnutti e i bresciani, Roberto Colaninno e gli altri. Ma ha un assetto fragile: il suo azionariato è spaccato tra gli olandesi dell’Abn Ambro e una finanziaria, la Deltaerre, che raccoglie i litigiosi imprenditori veneti e altre partecipazioni sparse. Un universo tenuto insieme con maestria fino a poco prima dal prestigioso presidente dell’Antonveneta, Silvano Pontello, navigato finanziere e protagonista della crescita della banca, ma che si sfalda con la sua scomparsa.

Capitolo II

Gli Olandesi storcono il naso

In quell’inverno si comincia a trattare sui possibili nuovi assetti in cui Fiorani si è infilato comunicando, a gennaio, di avere in mano il 2% di Antonveneta. Gli olandesi storcono il naso, ma accettano la trattativa, forse anche per non indispettire troppo la Banca d’Italia che spinge per un accordo tra i due in nome della difesa dell’italianità della banca. Si tratta. Ma tutte le proposte di compromesso portano ad un assetto che vede la Lodi comandare, affiancata dalle «truppe» dei veneti e l’Abn in una posizione di supporto e di minoranza. Si tratta. Ma mentre è in corso la trattativa nelle stanze del potere, sui mercati la partita è già avanti, anzi pare quasi già decisa. E’ Fiorani a muovere le sue truppe secondo un canovaccio già sperimentato in altre scalate. Finanzia con i prestiti della Lodi la scalata dall’estero, usando dei prestanome per comprare le azioni. Gli fanno da puntello in quest’operazione i bresciani Gnutti, i fratelli Lonati e l’immobiliarista Danilo Coppola, con al seguito un nugolo di investitori bresciani di minore importanza. Tutti si fanno ricchi comprando azioni finanziate dalla Lodi e incassando poi in seguito una ricca plusvalenza nell’ordine del 25% con buona pace della Lodi che ne ha pagato il costo del finanziamento.
E’ una scalata che non può che essere segreta, perché condotta di fatto contro le norme della legge, che vuole le partecipazioni dichiarate e gli accordi resi espliciti, senza contare tutti i giri di denaro e di finanziamenti estero su estero in barba alle leggi bancarie.
In superficie, infatti non si vede se non dal titolo Antonveneta che in Borsa comincia ad avere strani andamenti e dalle voci che dicono che Fiorani abbia già in mano la banca. Abn sostiene che non è lei a comprare. Fiorani giura, ufficialmente, di non avere partecipazioni oltre quelle, modeste, già dichiarate. Gli olandesi dell’Abn tentano il tutto e per tutto e rendono esplicito il gioco e lanciano un offerta pubblica di acquisto su Antonveneta ad un prezzo giudicato interessante, 25 euro per azione. Ma i giochi sono ormai fatti perché Fiorani ha già raccolto gran parte delle azioni disponibili. Non ha infatti mosso solo i bresciani, ma ha conquistato, uno ad uno, gli imprenditori veneti che, attratti dai guadagni, gli vendono, anche loro con ricche plusvalenze, le loro azioni della banca. Benetton, Sinigaglia, Boscolo che sono finanziati dalla Lodi, gli vendono le sue azioni. Si affianca ad essi Stefano Ricucci, che, con la sua Magiste, vive anche esso, abbondantemente dei finanziamenti della banca di Fiorani. A poco servono le richieste di chiarimento del ministro del Tesoro Domenico Sinsalco al presidente della Consob, Lamberto Cardia, sugli strani movimenti del titolo. La sfida della Lodi è già vinta dietro le quinte, manca solo l’ufficializzazione.
Fiorani, così poco alla volta, comincia a dire che ha comprato azioni Antonveneta: comincia uno strano balletto che vede a questo punto l’intervento della Banca d’Italia. Per legge è infatti l’istituto centrale a decidere se si può salire nell’azionariato di una banca e se si hanno i conti a posto per potere ambire al suo controllo: Fazio autorizza Fiorani a salire. Esita a dare il via libera agli olandesi che si indispettiscono e presentano esposti alla Consob prima e all’Europa dopo. Fiorani, da parte, sua butta sul tavolo le sue carte e risponde lanciando una offerta pubblica di acquisto e scambio su Antonveneta: chiede di controllare la banca dando in cambio pochi quattrini liquidi e molte azioni delle controllate dalla Popolare. Di più non può fare, ma l’accordo segreto con i suoi alleati è di ferro. I conti non tornano, ora. Ma quando Antonveneta con il suo peso entrerà nel carniere della Lodi tutto potrà tornare a posto con il concorso dei risparmiatori cui si potranno vendere azioni della nuova grande Popolare.

Capitolo III

La casa di carte comincia a franare.

Tutti i movimenti e queste trame si consumano in vista dell’assemblea di Antonveneta di fine aprile in cui si deve decidere chi comanderà sulla banca. Ma l’edificio costruito da Fiorani e soci, comincia a franare. Un funzionario «zelante» della Lodi, Giuseppe del Miglio, vede tutto questo strano movimento di conti nella «sua» banca: qualche decina di persone che aprono conti correnti e che hanno ricevuto finanziamenti per 500 milioni, mille miliardi delle vecchie lire, a tassi bassi, per comprare azioni Antonveneta. Segnala il caso alla Banca d’Italia, ma per risposta ottiene un invito ad occuparsi dei tassi a cui sono stati dati i prestiti e non del resto. Come se tutto fosse normale. Non si sa se poi comunichi la stessa cosa ad un amico che lavora alla Rothschild, advisor dell’Abn. Lui smentisce di averlo fatto. Ma succede che l’avvocato degli olandesi presenta alla Procura della Repubblica di Milano un esposto nell’interesse di Abn e contro la Lodi su questi strani movimenti. L’esposto, dal quale prendono il via le indagini finisce sul tavolo di un magistrato giovane ma agguerrito: è Eugenio Fusco, un giovane abruzzese, che ha già dipanato molti intrighi finanziari, non ultimo quello Parmalat. Conosce poi come le sue tasche i «modi» finanziari dei bresciani: ha fatto rinviare a giudizio e poi condannare Chicco Gnutti per insider trading, una delle poche sanzioni di questo genere comminate in Italia. Il pubblico ministero Fusco, insieme alla sua collega Giulia Perotti e in tandem con la Consob di Lamberto Cardia comincia ad indagare per i reati di insider trading, aggiottaggio e ostacolo alla vigilanza della Consob.
Gli viene in aiuto, oltre che l’esperienza, anche una certa dose di fortuna e qualche «gola profonda» che Fiorani ha seminato sul suo cammino con i suoi modi spicci e spregiudicati di agire.

Capitolo IV

La scalata segreta si ferma a Chiasso

Nel febbraio, alla frontiera di Chiasso, i finanzieri fermano la Mercedes di Stefano Fransoni, amministratore unico della Garlsson, una società domiciliata nelle Isole Vergini, il cui unico beneficiario risulta essere Stefano Ricucci. La società è stata costituita alla vigilia del Natale dell’anno scorso e provvidenzialemente, ad un mese dalla sua nascita, beneficia di un finanziamento per 100 milioni della Lodi, destinato a comprare azioni Antonveneta. Ricucci entra così a tutto titolo, insieme ai bresciani, tra coloro che hanno partecipato alla scalata segreta di Antonveneta fatta dalla Lodi con i soldi della Lodi. Le indagini, complesse, conducono in Svizzera dove tutti i movimenti si intrecciano intorno alla filiale svizzera della banca di Fiorani, la Bipielle Suisse. Ha lavorato lì un manager, Enrico Menclossi, ex amico personale di Fiorani, e protagonista dei primi affari, mai chiariti della Bipielle Suisse. Menclossi entra in urto con Fiorani di cui, forse, non condivide i metodi, viene licenziato e avvia una causa di lavoro in Svizzera in cui spiffera alle autorità elevetiche quello che sa sulle operazioni che ruotano intorno alla banca da lui una volta diretta. Salta un altro coperchio dalle pentole di Fiorani. Dalle indagini, che i magistrati estendono alla Svizzera con rogatorie e richieste di documenti, spuntano come funghi finanziarie di comodo create dalla Lodi per comprare azioni Antonveneta che beneficiano, alla fine, dei soldi della Lodi stessa. Due hedge fund, il Generation Fund e l’Active Fund, risultano avere come unico investimento destinato le azioni della Banca scalata. Il direttore finanziario di Fiorani, Boni, viene chiamato a rispondere del perché la Lodi investa i suoi soldi in questi fondi che hanno come unico impiego rastrellate le azioni di Banca Antonveneta. Interrogato dalle autorità risponde arrampicandosi sugli specchi e sostenendo di non avere potuto informarsi su dove metteva i soldi il signor Colnago, cui li aveva affidati, perché aveva altro da fare e di avere appreso dai giornali che l’unico impiego era quello di acquistare le azioni della banca padovana. Fiorani, per parte sua, nega le sue responsabilità e dice che solo il direttore finanziario sa dove finiscono gli investimenti della Lodi.
Mentre le indagini della magistratura proseguono, la Consob comincia a muovere i primi passi e, sulla base dei documenti acquisiti, a lanciare le sue prime «punizioni».

 

Capitolo V

Arriva la Guardia di Finanza

All’indomani dell’assemblea che vede vittoriosa la cordata di Fiorani e soci su Antonveneta, la Consob accerta ufficialmente che la scalata è stata condotta insieme ai bresciani e obbliga la Lodi a lanciare a sua volta un’Opa sulla banca. L’Abn rilancia alzando il prezzo della sua per tentare di spaccare il fronte avversario allettandolo con un’offerta, anche se appare inutile, visto che tutte le azioni le hanno in mano già Fiorani e soci che si muovono di concerto appoggiandosi l’uno con l’altro anche finanziariamente. E mentre la battaglia tra legali si fa furibonda e decine di avvocati, advisor finanziari ed esperti, impiegano con notevole profitto la loro «arte» tra Tribunali amministrativi e penali, la Guardia di finanza va e viene dalle banche interessate sequestrando faldoni di carte e portandoli alla procura che a sua volta le invia agli uffici e ai commissari della Consob.
E’ uno scenario nuovo per l’Italia, non abituata a questo tipo di indagini e dove anzi i reati finanziari vengono in genere scoperti quando la frittata è già stata cucinata in qualche crac che ha bruciato le penne dei risparmiatori. Ma questa volta le cose sembrano andare in maniera diversa un po’ per il «coraggio» e la determinazione mostrata dagli inquirenti, un po’ per la collaborazione tra Consob e magistrati, resa possibile dalla silenziosa entrata in vigore di una nuova direttiva rivoluzionaria: quella sul market abuse, cioè sulle frodi finanziarie, che stringe in un’unica collaborazione magistrati e ispettori della Consob e inasprisce inoltre le pene sui reati finananziari prevedendo per l’insider trading e l’aggiottaggio condanne fino a sei anni. Di più, rendendo legittimo l’uso delle intercettazioni. E sulle intercettazioni crollano le versioni ufficiali della Popolare di Lodi, le intercettazioni trasformano l’operazione finanziaria in una saga parentale che coinvolge pesantemente il governatore di Bankitalia.
Tutta la scalata ad Antonveneta avviene, infatti, sotto l’occhio vigile della Banca d’Italia. Fiorani può contare sull’amicizia di Fazio nel suo obbiettivo di prendere in mano la banca padovana. Fazio non vuole che gli olandesi ne prendano il controllo, è deciso a fare sì che la Popolare di Lodi vinca. Ma a che prezzo? Le inchieste della Consob e della magistratura gettano luce su un universo di scorrettezze e reati finanziari da far rabbrividire anche uno speculatore e non certo degno di una banca che vuole diventare un punto di riferimento nel sistema finanziario italiano. Ma a Fazio non sembra importare molto: anche all’indomani della condanna della Consob, Fiorani, Gnutti e Ricucci vanno e vengono dai suoi uffici in Palazzo Koch come se nulla fosse successo. Ma sta a lui dire l’ultima parola sulla conquista della Lodi perché sta alla Banca d’Italia avere il controllo del sistema e dire se Fiorani, con i suoi numeri, è in grado di prendere il controllo di Antonveneta in una strana operazione che vede una banca piccola mangiarne una molto più grande. I numeri sembrano dargli torto: molti commentatori finanziari si affannano a spiegare con le cifre che i conti della Lodi sono precari ed anche poco chiari, che le valutazioni con le quali si presenta per chiedere lo scambio tra le azioni proprie quelle di Antonveneta, hanno troppi valori incerti. A molti sembra che Antonveneta sia per la banca di Fiorani non solo un modo per diventare grande in Italia ma anche una via per salvare, con la fusione, la Lodi stessa. Più volte la Banca d’Italia e la sua vigilanza impongono a Fiorani di trovare i mezzi e di giustificare con quali soldi comprerà Antonvenea e chi sottoscriverà gli aumenti di capitale necessari a ristabilire il suo patrimonio, già scarso. Ma per lui Fazio fa qualche eccezione. Fino a poco tempo prima aveva proclamato che solo una banca con disponibilità di capitale poteva comprarne un’altra. Adesso comincia a sostenere che si può anche tollerare i debiti e rinviare nel tempo la messa a posto dei conti. Aveva giurato che non avrebbe accolto Opa giudicate ostili sulle banche e invece promuove quella di Fiorani che Abn giudica tale.
Fiorani presenta i suoi piani: molte banche straniere gli offrono capitali per pagare le Opa che ha lanciato, in cambio, ovviamente, del pegno sulle azioni. Del resto con gli appoggi che mostra di avere in questa avventura chi pensa che lui, Fiorani, potrà mai rischiare la pelle? E poi, quale banca è mai fallita in Italia? Nel tentativo di presentare conti tali da potere giustificare l’operazione, Fiorani mette in moto una girandola di accordi in cui rientrano i suoi soci di sempre: Gnutti, gli imprenditori bresciani, banche straniere che, in cambio, accettano commissioni da favola per metterli in atto. Deve dimostrare che è riuscito per fare entrare soldi in cassa a vendere parte delle partecipazioni di minoranza della Lodi: ma chi si compra una partecipazione di poche azioni sparse qua e là? Nessuno a lume di logica. Ma interviene la Earchimede di Gnutti, di cui anche la Lodi è azionista insieme ad altri bresciani già «pescati» fra i concertisti dalla Consob, i Marinelli, i Bossini e l’Unipol di Consorte che è alleata storica di Gnutti e di Fiorani stesso. Intervengono le banche straniere che comprano azioni, dietro le quali spuntano operazioni ardite che, alla fine, delineano uno scenario già visto in altre scalate della Lodi: cioè che si tratta di vendite fittizie e che la banca deve ricomprarsi, dopo un certo tempo, le azioni vendute. Compaiono ad agire in queste operazioni gestite anche da banche prestigiose come la Deutsche bank, finanziarie da nomi intriganti: come una società Sonata creata in Lussemburgo che sembra fatta apposta per far gioire i concertisti. Gli ispettori della Banca d’Italia indagano e il parere degli uffici tecnici, alla fine, è negativo: non è possibile con questi numeri dare il via libera all’Opa finale con la quale Fiorani pensa di conquistare Antonveneta. Fazio chiama tre avvocati esterni per superare l’opposizione che rischia di mandare all’aria il progetto. E alla fine firma. Di notte, in privato, avverte Fiorani. In pubblico proclama: «che vinca il mercato». Di quale mercato si tratti lo rivelano, poco dopo, le intercettazioni disposte dalla magistratura per fare chiarezza sulla vicenda. Sono lo spaccato di un mondo di favori e di poca trasparenza nelle decisioni che travolge la credibilità della Banca d’Italia in primis, degli altri protagonisti poi. Un mondo che rischia di compromettere anche l’altra Opa in corso, quella su Bnl, in cui Fazio sostiene gli stessi bresciani guidati, questa volta dall’Unipol, cara alla sinistra. I magistrati, alla vigilia dell’ultima assemblea di Antonveneta, decidono di sequestrare le azioni e interdire tutti i giocatori a commettere altri atti: Fiorani, il suo direttore finanziario, Gnutti e gli altri non possono, per due mesi, amministrare. Nel confermare l’ordinanza di sequestro il gip, Clementina Forleo, deve rivelare sulla base di quali prove prende la sua decisione. E le intercettazioni, insieme a molti altri atti, diventano di dominio pubblico. Si accende il dibattito su che cosa fare per ripristinare la credibilità della Banca d’Italia e sulle intercettazioni che violano la privacy.
Al lettore accorto indovinare tra il disegno di legge sul risparmio che dovrebbe introdurre nuove regole anche per la Banca d’Italia (compreso il mandato a termine per il governatore) e quello che si minaccia per limitare le intercettazioni disposte dai magistrati, quale arriverà per primo all’approvazione del Parlamento.

 

giovedì 8 dicembre 2005

Con le dita nella marmellata

“I conti alla Lodi dei difensori di Fazio”. Il Sole 24 Ore, con un commento in prima pagina e un’intervista, becca due politici del Centrodestra con le dita nella marmellata. Claudio Gatti scrive infatti nel suo servizio: “Che al Senato della Repubblica Giampiero Fiorani avesse in Luigi Grillo, (Forza Italia), e Ivo Tarolli, (Udc), due amici fedelissimi non è mai stato un mistero. Quello che finora non si è mai saputo è che in banca a Lodi, Grillo e Tarolli non avevano soltanto un amico. Avevano anche un conto. A testa”. Claudio Gatti si premura di intervistare sulla vicenda Luigi Grillo che in verità si arrampica sui vetri per giustificare il suo conto corrente, acceso in epoca sospetta.

“Gli affari rispettino l’etica”. Non è un caso che il quotidiano confindustriale apra la prima pagina con la frase pronunciata dal presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. In effetti oggi la stampa è piena di scandali finanziari che con l’etica hanno poco a che fare. Dall’incriminazione di Sergio Billè, alle inchieste giudiziarie di Roma e Milano su Unipol, all’incriminazione per aggiotaggio e falso in bilancio nel caso Impregilo.

Dal caso Bpi-Antonveneta sta uscendo di tutto. E anche la Repubblica, che assieme ai Ds aveva difeso Giovanni Consorte, sta prendendo le distanze dal capo dell’Unipol. In un servizio che compare nella stessa pagina in cui vengono pronunciate le parole sull’etica degli affari del presidente Ciampi, si legge: “E ora Giovanni il bonapartista finisce per allarmare i Ds”. “A sinistra crescono i dubbi sull’operazione Bnl di Consorte e sui suoi rapporti con i furbetti del quartierino”.

Il quotidiano Finanza&Mercati attacca invece, in un editoriale da accreditare al direttore Osvaldo De Paolini, il presidente della Repubblica per aver “benedetto l’offensiva finale delle procure”. Nel titolo di apertura di prima pagina si legge: “Spallata finale a Unipol-Bnl. Dilemma di Fazio sull’opa”. “Dai pm milanesi scacco a Roma: l’indagine non è soltanto su Consorte e Sacchetti come clienti Bpi. E’ estesa per un cavillo all’intera compagnia bolognese. Il governatore sotto pressione per l’ok. (Il 14 giornata clou). Ma se supererà lo snodo Bankitalia, la parola tornerà alla Consob”.

Nell’ambito dell’operazione Billè-Ricucci si scopre addirittura che fra gli azionisti di Fiorani c’era Calisti Tanzi, rimasto nella ex Popolare di Lodi anche dopo il crac di Parmalat. Lo ha scoperto il Corriere della Sera con un servizio di Mario Gerevini. “I titoli di Tanzi per circa 10 milioni congelati dai magistrati. L’ex patron di Collecchio: per comprarli un prestito dalla Lodi”.

“Bpi, ipotesi Giarda”, titola invece il quotidiano Mf. “Gronchi denuncia altri sette conti vip. Coinvolto Menclossi, teste anti Fiorani. “Dino Giarda, ex sottosegretario al Tesoro e numero uni di Bpi investimenti è tra i papabili per la presidenza della Popolare Italiana, anche se finora non sarebbero state messe a punto proposte concrete”.
 

Magliari

Giovedì 29 Settembre 2005

I magliari

I verbali dei primi interrogatori – si era solo a metà luglio – dei pm di Milano a Gianpiero Fiorani, letti oggi, possono provocare una intensa ilarità alla luce delle successive intercettazioni telefoniche e di quanto appurato dai giudici milanesi ma nello stesso tempo costituiscono la metafora di una finanza italica stracciona e sgangherata ai cui interpreti e personaggi può essere attribuita una sola definizione descrittiva, quella di magliari. Per i più giovani ricordiamo che “magliari” erano quegli imbroglioncelli (furbetti del quartierino diremmo oggi) che alla fine degli anni ’50 tentavano di arricchirsi in giro per l’europa vendendo stoffe e tappeti di contrabbando, e il cui archetipo fu magistralmente immortalato da Alberto Sordi nel film intitolato appunto “I magliari”, un piccolo capolavoro del regista Francesco Rosi. Nella accezione comune il termine ha poi assunto un significato più ampio e viene usato come sinonimo di imbonitore, ciarlatano, ciurmatore, imbroglione, saltimbanco, trombone, buffone, pagliaccio. Nel corso degli interrogatori, pubblicati oggi dal quotidiano “il Giornale”, quello che Fazio considera come il più grande banchiere italiano (e se avesse ragione?) cade spesso nel comico e nel ridicolo come quando afferma che l’amicizia di lunga data con il governatore gli ha procurato più danni che altro negli affari o come quando afferma che negli incontri amichevoli, non ufficiali, non si è mai parlato di attività bancarie. Chissà forse parlavano solo di baci in fronte e di caciotte. Ma a parte queste sue affermazioni pittoresche è tutto l’ impianto difensivo, la sua ricostruzione delle vicende della scalata ad Antonveneta, la spiegazione delle operazioni finanziarie, della loro tempistica, delle concessioni dei finanziamenti ai correntisti amici, dei suoi rapporti con i concertisti, ad avere il sapore di un imbroglio costruito su una montagna di menzogne ed a trasportarci in un’atmosfera da fiera paesana, davanti all’imbonitore che tenta di venderci il pelapatate automatico. Mi chiedo come sia stato possibile che abbia pensato di poterla fare franca. Ma poi riflettendo mi dico che proprio questo è il mondo della finanza e delle banche in Italia. E che forse Fazio aveva ragione nell’etichettarlo come il più grande banchiere italiano, perché questo è quanto passa il convento: Cirio, Parmalat, 4you e chissà ancora quanti altri scheletri negli armadi insieme a costi e commissioni più alti d’europa e a sistemi di vendita il cui unico obbiettivo è tosare la clientela e spremere come limoni i lavoratori. Cari banchieri, è ora di una rivoluzione. Cari furbetti del quartierino, è ora di fare le valigie.
Mercoledì 28 Settembre 2005

La pelle dell’orso

Fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio, con certi interlocutori poi….. M’è venuto in mente questo detto popolare leggendo l’articolato e supercondizionato accordo di cessione delle azioni Antonveneta tra Bpi, pattisti (escluso l’astuto Coppola) e Abn Amro. Ed evidentemente a questa saggia massima si sono ispirati i legali degli olandesi confezionando un contratto a prova di… ogni evenienza. Forse, perchè le vie del caso sono infinite. E, sempre forse, tutti abbiamo venduto la pelle dell’orso prima di averlo ucciso o catturato. Con questo non voglio dire che tutto potrebbe saltare (ipotesi alla quale lascerei comunque sempre la porta aperta e se fossi un bookmaker londinese la darei ancora 1 a 40) ma sicuramente prima della definitiva parola FINE credo che torneremo ancora a parlare di passaggi delicati, nodi intricati, colpi di scena (e di coda), Bankitalia, ispettori e governatori, come in tutte le saghe o soap opera che si rispettino, dove quando sembra che la storia sia finita accade sempre qualcosa per poterla tirare per le lunghe ancora un centinaio di puntate. Senza dimenticare poi che, anche se nella parte di un morto vivente, è sempre sul set, seduto alla sua poltroncina, il regista-attore-stregone di Alvito che, chissà, forse ringalluzzito dalla sua impunità, starà anche pensando di confezionare qualche pozione magica delle sue. Quindi armiamoci di pazienza e vediamo come va a finire. A cominciare dai prossimi appuntamenti: dissequestro azioni (i magistrati nicchiano), revoche delle Opa Bpi da parte di Consob e Bankitalia (chi farà la prima mossa?) e l’ennesimo colpo di scena.

Sabato 24 Settembre 2005

Fazio vs Groenink, scontro di religione

Trovo entusiasmanti le illazioni (ottimamente illustrate da Alberto Statera su Repubblica) a proposito del conflitto confessionale che avrebbe influenzato la vicenda Fazio-Antonveneta: con l´entourage catto-cattolico del governatore fortemente contrario all´ipotesi che la banca del Santo di Padova cadesse in mani olandesi, dunque protestanti. Anche ammesso che la circostanza abbia pesato solo perifericamente sullo scontro tra cordate, come un dettaglio quasi inconscio, ci troviamo sprofondati in un capitolo inedito, e appassionante, di quei romanzoni di dietrologia religiosa e di intrighi esoterici, tipo Codice di Leonardo, che è tanto bello leggere sotto l´ombrellone o in metropolitana. I Templari, l´Opus Dei, la finanza ebraica, il petrolio wahabita, e adesso anche la congiura protestante contro il Tesoro papista. Grande merito del caso Fazio è avere trasportato perfino nelle noiosissime cronache finanziarie quel pizzico di gotico, di fantasy, di cinematografico che così raramente allieta la lettura dei barbosi annali del potere economico. Un bravo sceneggiatore potrebbe trarne quasi un capolavoro, con l´Opus Dei e la Spectre luterana che incrociano le spade nell´ombra, e la figlia suora che salva l´umanità solo all´ultimo fotogramma.

Martedì 20 Settembre 2005

Le cinque carte del ministro

Secondo il quotidiano torinese La Stampa il ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco, ha cinque strumenti per influire sulla revoca del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, per mano del consiglio superiore, sempre che il resto del governo gli dia via libera.
L’ipotesi A è “una richiesta del ministro dell’Economia al consigliere anziano del consiglio superiore di convocare il consiglio” in sede straordinaria, per discutere la eventuale revoca del Governatore.
L’ipotesi B è di disporre “un’ispezione straordinaria”, ma essa potrebbe riguardare soltanto la gestione amministrativa della Banca d’Italia, non la vigilanza sulle aziende di credito.
Ipotesi C: gli azionisti della Banca d’Italia potrebbero promuovere “una speciale azione giudiziaria di responsabilità nei confronti del consiglio superiore” per non aver adempiuto ai “propri doveri”.
L’ipotesi D è una revoca concertata tra governo e Presidenza della Repubblica. I trattati europei la permetterebbero qualora il governatore si sia reso “colpevole di gravi mancanze”.
L’ipotesi E, infine, contempla una ‘Commissione permanente della vigilanza sulla Banca d’Italia’, presieduta dal ministro dell’Economia e composta allo stato attuale da due senatori e tre deputati, un consigliere della Corte dei Conti, il direttore generale del Tesoro. Nell’ipotesi dei consiglieri giuridici, questa commissione, “inattiva da tempo”, potrebbe essere convocata dal ministro per discutere le proposte di modifica dello statuto della Banca d’Italia.

Non vorremmo essere nei panni del ministro per tutto l’oro del mondo. Le sue carte valgono come il due di coppe con briscola a bastoni. Neanche Sisifo resisterebbe a spingere il granitico Fazio. Siniscalco avrebbe dovuto avere il coraggio di imporre al governo la soluzione di questo conflitto mettendo in gioco la sua poltrona. Avrebbe anche fatto una più dignitosa figura. Ora non gli resta che sperare nella soluzione meno gradevole e meno onorevole per lui, per Fazio e per il governo. Alla procura di Roma si stanno preparando.
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Venerdì 16 Settembre 2005

Il “Grande balzo”

La nostra organizzazione attraverso il sito e sulla stampa con le recenti interviste rilasciate da Umberto Baldo, Segretario Responsabile della Uilca di Banca Antonveneta, sul Sole 24 Ore, La Stampa, il Mattino di Padova e il Corriere della Sera di oggi e ieri sul telegiornale del TG3 Veneto fa opinione e quindi politica ma anche dimostra di essersi guadagnata una buona dose di credibilità ed autorevolezza. Pur conoscendo i “vizietti” degli intervistatori che ovviamente ci mettono sempre del proprio anche per sintetizzare le dichiarazioni, la posizione della nostra sigla ne esce sempre abbastanza chiara e netta e, penso, condivisa dai lavoratori. Prima a proposito dello “spezzatino” ed ora, se, come pare e come tutti speriamo, andrà in porto la cessione ad Abn Amro della quota di Antonveneta in mano a Bpi, a proposito della ripresa del confronto con la nuova governance. Credo risulti chiara e netta anche ora la nostra posizione: rispetto degli impegni e degli accordi sottoscritti e ripresa del confronto su tutte le questioni rilevanti, come un eventuale ripensamento del Piano industriale, lasciato trasparire dal presidente Fantozzi nella sua intervista al Sole 24 Ore, attraverso un metodo che riconosca il ruolo fondamentale del sindacato e con interlocutori aziendali nel pieno dei loro poteri e al massimo livello come richiede questa fase storica per Antonveneta.
P.S.: A seguito di alcuni messaggi ricevuti dopo la pubblicazione di questo pezzo, precisiamo che il titolo “Il Grande balzo” non è riferito alla Uilca (non rientrando il salto in alto, in lungo o della quaglia tra le nostre specialità) bensì è riferito all’ambiziosa e condivisibile aspirazione per uno sviluppo di Banca Antonveneta espressa dagli stessi suoi vertici in alcune recenti dichiarazioni. D’altra parte la Uilca non si è mai presentata in quel di Lodi per accreditarsi con quelli che sembravano i nuovi padroni, ma ha sempre avuto una posizione chiara e netta facendo sin dall’inizio la scelta che ritenevamo l’unica in grado di tutelare al meglio i lavoratori e portandola fino in fondo con coerenza e determinazione: “verba volant, scripta manent”.

Martedì 13 Settembre 2005

L’imbroglio italiano

Antonio Fazio ha rinunciato alla riunione dell’Ecofin di Manchester ma non ha intenzione di rinunciare al suo incarico. Per i principali quotidiani stranieri il fatto è acquisito, ma non per questo incontestabile.

Alcuni, come Le Monde e La Vanguardia, si limitano a dar conto della tenace resistenza del governatore. Altri, e sono le grandi testate della finanza internazionale, manifestano apertamente il loro disappunto.

Come altre volte in passato, il Wall Street Journal invita a non ignorare le conseguenze che il caso Fazio potrebbe avere sull’economia italiana: “In gioco ci sono il futuro del sistema bancario e politico del paese e la sua lotta decennale per avere una seria considerazione in Europa, al pari di Germania, Francia e Gran Bretagna”.

Per il quotidiano di Wall Street, che appare deluso da una riforma della Banca d’Italia che non esprime una volontà politica abbastanza forte, il presidente del consiglio “dovrebbe tentare di forzare la situazione”: “È sconcertante vedere che Silvio Berlusconi cammina su una linea sottile, quando sarebbe nel suo stesso interesse mettere fine a questa situazione”.

Sulle conseguenze negative del caso Fazio, l’Economist è d’accordo: “ha indebolito la credibilità della Banca d’Italia e ha rafforzati il sospetto che nell’élite italiana viga una comoda cultura protezionistica”, con implicazioni “non solo per le prospettive d’investimento in Italia ma anche per la moneta unica, che si basa sulla possibilità di una crescente libertà di movimento dei capitali”.

Il settimanale britannico, che paragona l’ostinata resistenza di Fazio alle dimissioni a quella di Grigorij Rasputin alla corte di Nicola II, non trascura le conseguenze del caso sulla politica italiana, in cui sono evidenti “divisioni nella coalizione di governo che hanno paralizzato ogni decisione”.

L’accordo della Banca popolare italiana per il passaggio di controllo di Antonveneta ad Abn Amro è descritto da Le Figaro come “il sorprendente epilogo di una battaglia finanziaria che dallo scorso aprile tiene con il fiato sospeso gli ambienti bancari europei. L’accordo”, scrive il quotidiano francese, “arriva dopo che il principale artefice di questa scalata, l’ex presidente di Bpi Giampiero Fiorani, è stato sospeso dall’esercizio delle sue funzioni da un tribunale”.

Anche El Mundo non nasconde la sorpresa per una “rocambolesca virata di 180 gradi” che potrebbe permettere agli olandesi di “trasformare in realtà il loro sogno”. Per Financial Times “l’imbroglio bancario volge all’epilogo”: non solo per il passaggio di Antonveneta agli olandesi, ma anche per la probabile acquisizione della Banca nazionale del lavoro da parte di Unipol: “Ma non sarà semplice”.

E ancora oggi Antonio Fazio guadagna la prima pagina del Wall Street Journal, che dedica un dettagliato articolo a una ricostruzione della vicenda Antonveneta e alle intercettazioni delle telefonate tra il numero uno della Banca d’Italia con l’amministratore delegato della Banca Popolare italiana, Giampiero Fiorani. A partire dalla chiamata in piena notte nella quale il governatore annunciò in anteprima il suo via libera all’offerta Bpi per Antonveneta. Il primo quotidiano economico statunitense, dopo aver ricostruito la vicenda, sottolinea come Fazio non desideri rilasciare commenti sulla vicenda. E segnala come la “inusualmente stretta relazione tra il controllore bancario e l’amministratore delegato di una banca suggerisca come il familismo tuttora pervada l’Italia delle aziende, a meno di due anni di distanza dallo scandalo della Parmalat.

Giovedì 8 Settembre 2005

A un passo dall’accordo

Stamattina abbiamo aperto la homepage con il titolo “Bpi e Abn a un passo dall’accordo” riservandoci un margine di prudenza, d’obbligo in questi casi e con questi personaggi, per non doverci rimangiare in seguito un titolo “trionfalistico” su una conclusione che potrebbe ancora trovare intoppi, prevedibili alcuni e imprevisti altri, sulla sua strada. Gli advisor hanno trovato un accordo di massima che però deve ancora passare al vaglio del CdA della Popolare italiana in particolare e di Consob, Bankitalia e soprattutto dei magistrati milanesi che devono sbloccare le azioni sequestrate e decidere se riservare o meno la stessa sorte al cash che la Lodi incasserebbe.
La conclusione di questa vicenda è comunque dietro l’angolo e non possiamo non provare una punta di soddisfazione per come si va profilando l’accordo. Nell’ipotesi ormai raggiunta dagli advisor infatti non si parla più di cessione di sportelli. Niente spezzatino dunque. Evidentemente i consulenti al lavoro hanno tenuto conto delle problematiche e delle resistenze che la soluzione con l’acquisizione di significative quote di sportelli avrebbe comportato, escludendola proprio con queste motivazioni e preservando l’unitarietà aziendale, come Cgil, Cisl e Uil all’Assemblea del 27 luglio e la nostra organizzazione nei numerosi editoriali di agosto su questo sito avevano ribadito con fermezza e ad alta voce. Speriamo di poter dire tra qualche giorno “Tutto è bene quel che finisce bene”, consapevoli che una fase ancora più impegnativa si apre, per noi, per l’Istituto, i lavoratori e il Sindacato aziendale.

Martedì 6 Settembre 2005

Il paziente è morto
ma non se n’è accorto

Grande lavorio diplomatico, ma inutile, del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta oggi per convincere prima Fazio alle dimissioni e poi con Siniscalco per valutare e concordare le mosse istituzionali che il ministro dell’economia ha annunciato ieri. Ma ormai è chiaro che nemmeno una richiesta formale da parte del governo convincerà il governatore a togliere l’incomodo. Anche la cena organizzata ad Arcore con Tremonti e Bossi da un premier incapace di prendere una posizione ufficiale, stretto tra il ricatto della Lega e gli impegni presi con Fazio nel famoso pranzo dello sciacchetrà, non servirà ad altro che, forse, a tranquillizzare Bossi, ma non risolverà il problema. La cena stessa è un segno dei tempi e della profonda crisi politica ed istituzionale che stiamo vivendo ormai da mesi. Decisioni che non vengono prese nelle sedi istituzionali competenti ma alle cene di Arcore, ministri che tacciono nelle riunioni del governo e poi parlano attraverso dichiarazioni pubbliche che contribuiscono solo ad alimentare la confusione non essendo accompagnate dai dovuti atti istituzionali, un primo ministro che dopo giorni di silenzio sull’argomento esprime il suo pensiero al battesimo della figlia di un suo calciatore. A questo punto solo un intervento autorevole e coraggioso della massima carica della Repubblica potrebbe dare una svolta conclusiva a questa farsa.
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Domenica 4 Settembre 2005

Una Banca, uno stile

Il nuovo Ad (provvisorio a sentir lui, con tutto il personale della Bpi che aspetta a braccia aperte il grande ritorno di Fiorani) sfoglia la margherita. Bpi vende, non vende, continua la scalata, Abn si, Abn no. Forse è questo lo stile di Fiorani di cui Olmo parla nella sua lunga intervista al Corriere della Sera ma l’ad non ci dice, visto che gli aumenti di capitale erano stati motivati con la necessità di ripatrimonializzare la banca ai fini dell’acquisizione di Antonveneta, che quei soldi delle ricapitalizzazioni verranno restituiti agli azionisti nel caso l’operazione, come appare sempre più probabile, non vada a buon fine. Anzi, comunque vada a finire, i soldi ce li terremo per far crescere la Banca Popolare Italiana, ci fa sapere l’ad. Non so se chi ha tirato fuori il denaro per pagare 9 quello che oggi vale 7 sia d’accordo, anzi, proprio non capisco come mai nessuno protesti e non intenti causa. Ma chissà forse i magistrati ci spiegheranno anche il mistero di questo aumento di capitale che ha visto i soci così entusiasti di alleggerire i propri portafogli.
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Sabato 3 Settembre 2005

La politica ingessata

Come anche noi nel nostro piccolo avevamo previsto (vedi precedente corsivo) la montagna ha partorito il topolino, o meglio quello che rimane comunque un emendamentino nonostante San Silvio, dopo aver parlato di miracolo, per rimanere in tema biblico, l’abbia presentato come le sacre tavole della legge con i suoi 10 comandamenti, tanti sono gli articoli dell’emendamentino che abbiamo anche il fondato dubbio, e vedrete se non siamo facili profeti, non sarà mai approvato neanche in questa versione così annacquata.
***
Abbiamo fatto la scelta, nel proporvi nella pagina delle Agenzie stampa i commenti sulla riforma di Bankitalia, di dare spazio solo ai giudizi degli economisti, perchè già sapevamo che non avrebbero trovato spazio nei notiziari delle televisioni dove invece sareste stati sommersi dalle inutili, ipocrite, strumentali e irritanti dichiarazioni politiche. Mi riferisco alle dichiarazioni ecumeniche di un presidente del consiglio incapace di prendere una decisione che è una o a quelle di un pavido Siniscalco che siamo curiosi ora di vedere con quale faccia si presenterà agli incontri con i suoi colleghi europei con Fazio ancora in sella. O a quelle di Tremonti il quale non perde occasione per affermare, con scarsi risultati, che Fazio è “inadatto” da almeno tre anni e per criticare gli “sciacalli” che ora ne chiedono la testa dopo essere rimasti in silenzio tre anni fa. Contento lui di togliersi questi sassolini…. Poi ci sono le dichiarazioni tattiche di An, Udc e Lega che fanno parlare i giornali di scontri nella maggioranza, ma che, siamo certi, non porteranno ad alcun risultato di rilievo: servono solo a guadagnare le posizioni nel futuro confronto elettorale all’interno della Casa delle Libertà. Di certo non stanno meglio a centro sinistra. Molti silenzi eccellenti, un Prodi che prima dice che finalmente il governo ha fatto una mezza riforma e poi si rimangia la parola affermando che quella mezza riforma è fatta di niente, un Rutelli che appare l’unico ben informato dei fatti. Insomma tanti vasi di terracotta e uno solo di ferro: il governatore che già pregusta altri sette anni di mandato.

Giovedì 1 Settembre 2005

La foresta pietrificata

Era stato chiamato così il nostro sistema creditizio qualche lustro fa. Poi qualcuno ci ha fatto credere che nel settore era entrata la concorrenza e il mercato. Non era vero niente e le vicende di questi mesi sono lì a dimostrarlo.

Come dice Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera in queste ore i nostri grandi banchieri premono in silenzio perché il caso Fazio si chiuda con la nomina di un nuovo Governatore: temono nuove regole, temono soprattutto che la responsabilità per la concorrenza tra le banche sia trasferita all’Antitrust. In questo mondo protetto vivono benissimo e sperano che chiunque succeda a Fazio non agiti troppo le acque. Per questo alla fine avremo un emendamentino alla legge sul risparmio. Sarà questa la Grande Riforma di San Silvio per la Banca d’Italia: mandato a termine di 8 anni per il governatore. Tutto qui.

Ci sono altre cose, più importanti da fare. La legge sulle intercettazioni per esempio. Bisogna fermare i magistrati che hanno portato scompiglio nella foresta pietrificata e prima che mettano il naso anche nella jungla della politica.

Mercoledì 31 Agosto 2005

Credibilità internazionale

Una gustosa barzelletta circola negli ambienti della finanza internazionale e, in qualche modo, la dice lunga della credibilità di cui oggi gode il nostro governatore a vita e l’Italia di riflesso. La versione italiana è tratta dal Corriere della Sera di oggi.

Si annuncia la creazione dell’ufficio di Governatore della Banca Centrale del Mondo. Si presenta per primo Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve americana, che si accinge a lasciare dopo diciotto anni di successi. La domanda della commissione è «Quanto fa due più due?». Greenspan dice «Quattro» e lascia l’aula. Tocca dunque a Jean-Claude Trichet, governatore della Banca Centrale Europea. La domanda è la stessa: «Quanto fa due più due?». Trichet si ravvia il ciuffo e replica: «In media quattro, ma talvolta potremmo calcolare più o meno un 10% per non destabilizzare l’euro». Tocca infine ad Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia. La commissione, equanime, non muta: «Quanto fa due più due?». Fazio chiude la porta, si accerta che la finestra sia sbarrata e mormora «Signori. Troviamo un accordo. Quanto è utile che ci faccia due più due?»

Martedì 30 Agosto 2005

Premi principeschi

La notizia è che siano stati distribuiti premi fino a 60 mila euro nella busta paga dei funzionari dell’area finanziaria di Banca Popolare Italiana, l’area della popolare maggiormente esposta sul fronte giudiziario dell’inchiesta Antonveneta. Si parla di una cifra compresa tra i 300 e i 400 mila euro, divisi tra almeno 20 dipendenti del settore Mercati finanziari. Giustamente polemico il Sindacato aziendale per la mancanza di trasparenza su obbiettivi e criteri con i quali i premi vengono definiti. Non dovrebbe sorprendere però questa pioggia di euro se riflettiamo sul fatto che l’Area premiata così generosamente è quella che in questi ultimi mesi ha supportato tutto lo sforzo bellico della popolare nella scalata ad Antonveneta, prima mettendo in piedi il meccanismo dei finanziamenti ai “correntisti amici” e poi nelle campagne di approvvigionamento con l’emissione di bond, obbligazioni, e i vari aumenti di capitale più o meno fittizi (come sospetta la magistratura). Uno sforzo notevole dunque, prova della dedizione e fedeltà cieca al grande capo che va giustamente remunerata. E come tacere poi i pesanti disagi sopportati per i frequenti viaggi per raggiungere la procura di Milano e gli estenuanti interrogatori? Se i criteri non sono trasparenti la logica, comunque, lo è.

Lunedì 29 Agosto 2005

Chi spia i pm di Milano?

Credo che la domanda sia più che legittima dopo aver letto che il ministro leghista Roberto Calderoli in un’intervista a «La Stampa» di oggi annuncia sorprese per il prossimo Consiglio dei ministri del 2 settembre: «Potrà capitare – dice – che il ministro Castelli riferisca sulle intercettazioni e ci faccia capire se sono state fatte solo per motivi di giustizia o per altre ragioni. Le intercettazioni funzionano in un senso e poi magari anche in un altro. I fili possono portare da tante parti… Perfino in procura».
Cosa voglia dire con queste frasi sibilline il ministro, che ci ha ormai abituato alle sue singolari ed estemporanee esternazioni spesso non consone a un ministro della repubblica, non è dato sapere. Avevamo appreso dalle intercettazioni pubblicate ad inizio agosto che i “concertisti” potevano contare su una “gola profonda” alla Procura di Milano. Ma non vogliamo pensare che anche il Ministro di Grazia e Giustizia utilizzi tale informatore.
O forse Calderoli ritiene che il Ministro di Grazia e Giustizia possa predisporre in proprio intercettazioni telefoniche nei confronti delle Procure della Repubblica? Non mi risulta una tale facoltà. Oppure ingenuamente ci rivela che in questo governo vengono usati per motivi privati e interessi di partito apparati dello stato, servizi segreti e/o paralleli e/o deviati, per spiare altri apparati dello stato? Oppure si tratta solamente di un avvertimento in perfetto stile mafioso ai magistrati che stanno indagando sulla scalata ad Antonveneta per fermarli prima che scoprano qualcosa di ancora più grave di quanto non abbiano fin qui accertato? Siamo curiosi di conoscere gli sviluppi e credo che ancora più curiosi debbano essere forze politiche ed istituzioni perché siano chiarite all’opinione pubblica queste torbide e inquietanti dichiarazioni.