Il Paese dei Barbagianni

I governatori della Federal Open Market Committee, nella consueta due-giorni mensile, nonostante abbiano rilevato che l’attività economica degli Stati Uniti ha continuato a migliorare nell’arco dell’ultimo mese e che le spese delle famiglie appaiono ora in fase di espansione, hanno deciso di lasciare i tassi “su livelli eccezionalmente bassi per un periodo prolungato” perchè le prospettive dell’economia rimangono incerte.

“L’attività del mercato immobiliare è aumentata nel corso degli ultimi mesi” si legge nel comunicato pubblicato dalla Federal Reserve, “e le spese delle famiglie appaiono in espansione sebbene rimangano sotto pressione a causa dell’alta disoccupazione, della lenta crescita del reddito e della ristrettezza del credito”. Sul fronte delle aziende, le imprese “stanno ancora riducendo gli investimenti fissi e l’occupazione, sebbene a ritmi più moderati mentre realizzano passi avanti nel processo di riduzione degli stock per renderli più in linea con le vendite”.

Era quanto volevano sentirsi dire Wall Street e le borse europee che festeggiano anche oggi perchè in Ottobre invece degli attesi 540.000 nuovi disoccupati americani in più ce ne saranno “solo” 520.000, salvo le dovute rettifiche del prossimo mese. Tanto basta per continuare ad alimentare il ricco bottino di banche e grande finanza realizzato con i fiumi di liquidità iniettati nei mercati da banche centrali e governi e utilizzati non per sostenere l’economia reale e l’occupazione ma per scommettere su tutto quello su cui si può scommettere come prima della crisi e più di prima. Ma chi l’ ha detto che il campo dei miracoli e il paese dei barbagianni esistono solo nel mondo delle favole?

Attenti al bottino

Anche alla Banca Mondiale crescono le preoccupazioni che gli sforzi di governi e banche centrali al fine di sostenere la ripresa possano produrre un pericoloso effetto collaterale: bolle speculative nel settore immobiliare, nelle borse e nei mercati valutari, in particolare in Asia.

L’istituto internazionale proprio ieri ha lanciato l’allarme che la ricomparsa improvvisa di miliardi di dollari di investimenti in Asia orientale è fonte di “crescenti preoccupazioni su possibili nuove speculazioni sui prezzi” sui mercati azionari in Asia e nel settore immobiliare in Cina, Hong Kong, Singapore e Vietnam.

Anche il Fondo monetario internazionale sempre ieri aveva parlato di “un rischio”: che l’impennata dei prezzi degli asset in Hong Kong siano guidati da un flusso di capitali “che prescinde dai valori fondamentali della domanda e dell’offerta”.

Alla base della tendenza ci sarebbero “misure come il taglio dei tassi di interesse e l’immissione di denaro nel sistema finanziario, che hanno lasciato zone del mondo inondate di liquidità ed esposte al rischio di bolle o di impennate dei prezzi al di là di ciò che i fondamentali economici suggeriscono come ragionevoli”.

Meglio tardi che mai, sebbene non si capisca perchè l’allarme non sia allargato a tutti i mercati azionari, visti i livelli di sopravalutazione raggiunti anche da tutte le borse europee e dal NYSE, con i rapporti fra prezzi delle azioni e utili schizzati a livelli inimmaginabili. Abbiamo già visto nei giorni scorsi che nell’indice S&P 500 di Wall Street questo rapporto è a quota 142. Ovvero l’azione viene trattata ad un prezzo pari a 142 volte gli utili, quando è ritenuto normale un rapporto pari a 13-15 volte. Per non parlare degli aumenti ingiustificati del petrolio e delle altre materie prime che non riguardano solo i mercati orientali.

Che la Banca Mondiale sia stata costretta a fare suo il vecchio detto “picchiare a nuora perchè suocera intenda” dando ragione a quanti la criticano perchè i suoi padroni, in fondo in fondo, rimangono pur sempre i pirati di Wall Street?

La grande bolla

Toh, se n’è accorta anche la “grande” informazione:

[…] Dopo il grande tsunami di un anno fa, che ha quasi riportato il mondo ai tempi della Grande Depressione, doveva essere un’era di pentimento e cilicio, di ravvedimento e virtù, di regole stringenti e appetiti misurati. Castigate e imbrigliate, banche e finanziarie dovevano tornare all’umile compito di alimentare l’ordinato sviluppo dell’economia. Beh, riaprite gli occhi: di tutto questo non c’è traccia. Le regole non sono arrivate, i soldi – un fiume di soldi, sotto forma di prestiti, garanzie, tassi stracciati – sì. E la finanza da corsa ha ripreso il largo: i suoi uomini sono tornati a spartirsi un ricco bottino – sotto forma di bonus – e a puntare i soldi in cassa, negati a famiglie e imprese, su scommesse sempre più rischiose nei mercati. Il risultato è che, probabilmente, siamo seduti di nuovo su un’unica gigantesca bolla, che potrebbe esplodere in qualsiasi momento.

La madre di tutte le bolle: nel senso che, invece delle singole bolle (della casa, dei subprime, dei derivati, del credito, del petrolio) del passato appena trascorso, questa è un’unica bolla che le riassume tutte: la bolla del dollaro. Il fatto che sia una bolla al contrario (il dollaro scende) non deve trarre in inganno: è proprio la discesa del dollaro che gonfia, tutte insieme, le altre bolle.

Prendete il bilancio di una grande banca internazionale, come Barclays. Nel secondo trimestre, il settore prestiti alle famiglie ha visto i profitti ridursi del 61 per cento, quello commerciale del 42 per cento. Il ramo affari, Barclays Capital, li ha raddoppiati. Ancora una volta, l’esempio Goldman Sachs vale per tutti: quasi 14 miliardi di dollari di ricavi nel secondo trimestre. Due terzi di questi ricavi vengono dal settore “trading”, cioè le transazioni/speculazioni, spesso condotte in proprio. Metà dal solo settore reddito fisso, materie prime, valute, cioè, in concreto, per la grande banca di Wall Street, petrolio e derivati. E’ la controprova della frenetica attività dei mercati, dopo il grande gelo dell’autunno 2008.

[…] Anche le borse appaiono largamente sopravalutate. Andrew Smithers, un analista di borsa, ha calcolato che il rapporto fra prezzo dell’azione e utile dell’azienda che l’ha emessa è schizzato a livelli inimmaginabili. Nell’indice S&P 500 di Wall Street questo rapporto è a quota 142. Ovvero l’azione viene trattata ad un prezzo pari a 142 volte gli utili. Non solo è un record, ma quello precedente (47) è un terzo dell’attuale. Anche aggiustando il calcolo per l’attuale situazione di recessione, Smithers conclude che le azioni sono sopravalutate di circa il 40 per cento, rispetto alla media storica. […]

L’articolo completo su Repubblica
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Notizie false e/o tendenziose

“Le borse europee nel pomeriggio accelerano al rialzo sulla scia di rassicuranti dati Usa, con le vendite di case in corso salite a sorpresa a settembre e l’indice Ism manifatturiero cresciuto a ottobre per il terzo mese consecutivo.” (REUTERS)

In realtà le cose non stanno proprio così ma tutto fa brodo per chi vuole credere solo alle notizie che assecondino il rialzo di borsa in atto da più di 6 mesi e bruscamente interrottosi la scorsa settimana.

In the report, the ISM said that its production index moved to 63.3, from 55.7, while the new orders index, which points to future activity, hit 58.5, from 60.8 the month before. Inventories, the rebuilding of which has been a major driver of the recovery so far, contracted at a slower pace, at a reading of 46.9, from 42.5. (dal Wall Street Journal)

Se la mia lettura non è errata, l’incremento di Ottobre dell’attività manifatturiera, complessivamente, è modesto e l’indice dei nuovi ordini, che danno un’indicazione sul futuro delle attività, è addirittura diminuito di due punti rispetto al mese precedente, mentre è chiaro che la ricostituzione delle scorte di magazzino è il maggior motore di questa crescita, come detto già tante volte.

Per quanto riguarda invece la ripresa della spesa nelle nuove costruzioni in Settembre (più 0,8% rispetto ad Agosto) e il balzo del 6,1% dell’indice delle vendite in sospeso l’abbiamo detto in tutte le salse che il credito fiscale fino a 8 mila dollari previsto per l’acquisto di prima casa dal programma di incentivi governativi avrebbe spinto ad un super affollamento degli acquirenti nelle ultime settimane prima della scadenza del programma. Il fatto che il dato riguardante le nuove costruzioni commerciali sia negativo (meno 0,1%) non fa sorgere alcun sospetto sulla presunta stabilizzazione del settore immobiliare?

Per non parlare del giochino di sfornare dei dati salvo poi correggerli il mese successivo. Ad esempio la spesa in Agosto per nuove costruzioni è stata rivista oggi in diminuzione dello 0,1% mentre era stata data, un mese fa, in crescita dello 0,8%, guarda caso lo stesso valore positivo fornito questa mattina per il mese di Settembre!

La madre di tutte le bolle

I soliti ottimisti continuano a ripetere che la tendenza dei mercati azionari è ancora al rialzo. Sembra di essere tornati ai giorni che precedettero l’inizio della tempesta perfetta, come se questa fragile ripresa non fosse dovuta solo ai fiumi di liquidità immessi nel sistema attraverso gli interventi dei governi e delle banche centrali.

E come allora, se non inascoltata, almeno attutita, si alza la voce del Dottor Doom, al secolo Nouriel Roubini. A quanto pare nulla è cambiato, salvo il fatto che siamo seduti su una bolla ancor più gigantesca, creata proprio da quegli interventi.

Funerale con resurrezione

Come nelle attese, fallimento pilotato di CIT group, la quinta maggior bancarotta di sempre dopo quelle di Lehman Brothers, Washington Mutual, WorldCom e General Motors. A rimetterci, come sempre, i contribuenti americani che vedono così sfumare 2,3 miliardi di dollari già spesi dal governo nel vano tentativo di salvare la finanziaria che foraggia almeno un milione di piccole e medie imprese americane.

Contenti invece il 90% dei creditori del gruppo che hanno votato a favore del fallimento sotto la protezione del Capitolo 11 della legge fallimentare infiocchettato dentro un progetto di ristrutturazione secondo cui CIT dovrebbe risorgere più bella e generosa che pria entro la fine dell’anno, con un nuovo modello organizzativo, ma soprattutto con 10 miliardi di debito e 30 miliardi di bond cancellati. Gli obbligazionisti in cambio del vecchio riceveranno nuovo debito, gli azionisti ordinari invece rimarranno con un pugno di mosche.

Come direbbe Catalano, meglio l’ospedale che il cimitero, con buona pace del mercato e delle associazioni dei consumatori. Too smart to fail.