Il Pil “reale” è negativo

Dopo i festeggiamenti di ieri le borse sembrano tornare con i piedi per terra. Avevamo già visto prima della diffusione dei dati riguardanti il Pil americano che si trattava comunque di una ripresa “drogata”, sostenuta non da una domanda reale bensì dagli stimoli del governo e da fattori fisiologici.

Oggi abbiamo qualche dato in più che ci permette di comprendere perchè i brindisi sono durati così poco anche se i soliti ottimisti avevano stappato bottiglie di costoso champagne francese.

Il dato, a prima vista positivo, è che l’incremento dei consumi è pari al 3,4%. Ma già ieri gli analisti avevano quantificato la diminuzione delle scorte di magazzino, in rallentamento, con 1 punto dell’incremento del Pil nel terzo trimestre. Oggi sappiamo che altri 2,2 punti percentuali sono relativi ad acquisti di autoveicoli e alle costruzioni di abitazioni residenziali, beneficiari degli incentivi del governo (cash-for-clunkers e crediti d’imposta fino a 8 mila dollari per la prima casa). Aggiungete un altro 0,6% di spesa federale e fate da soli i conti ricordando che l’incremento del Pil è stato del 3,5%.

In definitiva, senza il sostegno del governo e gli incentivi il dato del Pil sarebbe ancora negativo e potrebbe tornare negativo nel quarto trimestre come fa temere la contrazione in Settembre proprio dei due settori che in luglio ed agosto avevano tirato la domanda beneficiando di quegli incentivi ora esauriti.

Altri dati preoccupanti: gli investimenti privati che dovrebbero trainare la ripresa sono appena l’11% del Pil e pesano per 0,3 punti dell’incremento, la metà di quelli federali. In calo le esportazioni (pesano 1,5%) mentre le importazioni crescono e rappresentano due punti percentuali in detrazione. Insomma la produzione non riprende, la disoccupazione continua a crescere e i consumatori non possono mettere mano al portafoglio perchè non hanno più un lavoro, o hanno paura di perderlo e quindi risparmiano in attesa di tempi migliori o devono pagare i loro debiti.

Non c’è da sorprendersi se dopo la sbornia degli ultimi sei mesi analisti ed operatori guardino con sempre più preoccupazione al futuro. Con la maggior parte della spesa dei consumatori sostenuta dagli stimoli temporanei dati dalle misure di sostegno governative e con sempre più americani che perdono il proprio lavoro, è quanto mai improbabile che ci troviamo di fronte ad una reale crescita ed a una ripresa sostenibile.

Non è una ripresa normale

Il Bureau of Economic Analysis (BEA), l’Agenzia federale fonte ufficiale delle statistiche economiche, si prepara oggi a diffondere i dati trimestrali del Prodotto interno lordo americano che dopo quattro trimestri negativi dovrebbe tornare al segno positivo. Gli economisti si aspettano una crescita del 3.2% al tasso annualizzato, dopo la contrazione dello 0.7% del secondo trimestre. Alcuni di essi si spingono addirittura ad ipotizzare una crescita del 4% o anche più.

Quel che fin d’ora è necessario dire è che ci troviamo di fronte a una ripresa drogata, non sostenuta cioè da una reale “domanda” bensì spinta dagli stimoli del governo e da fattori fisiologici. Come in primo luogo la riduzione delle scorte che nel terzo trimestre è rallentata rispetto al secondo trimestre. Si calcola che ai fini del Pil solo questo fattore conti per 1 punto percentuale.

Ci sono poi gli stimoli governativi. Il programma cash-for-clunkers (incentivi alla rottamazione delle auto) e il credito di imposta fino a 8 mila dollari concesso dal governo a chi acquista un’abitazione come prima casa hanno sostenuto le vendite anche di arredamenti ed elettrodomestici, incrementando il Pil.

I facili entusiasmi, il “peggio è dietro le spalle”, sono perciò fuori luogo. Cosa accadrà nel quarto trimestre se continua lo sciopero dei consumatori e non riparte la domanda reale? Dovrà intervenire ancora il governo con nuovi stimoli visto che i programmi di incentivi sono in scadenza? Questo potrà aiutare la crescita del Pil ma aumenterà l’indebitamento. E prima o poi i debiti si pagano.

Update Il Pil americano è cresciuto del 3,5% nel terzo trimestre. Commento del Wall Street Journal: è il primo segnale di crescita dopo più di un anno grazie ad una ripresa dei consumi, ma un mercato del lavoro debole condiziona la ripresa.

L’orso non è ancora andato in letargo

Oggi si sono addensate due nubi nere sopra Wall Street a confermare che, se non ci credono i consumatori che il peggio è alle spalle, ci saranno pur dei validi motivi, non solo la crescita della disoccupazione il cui dato viene minimizzato in quanto indicatore differito rispetto alla presunta ripresa in atto.

Sono arrivati infatti i dati di Settembre delle vendite di nuove case e degli ordini di beni durevoli. Inaspettatamente dopo cinque mesi consecutivi di crescita le vendite sono diminuite del 3,6% mentre gli analisti si attendevano un incremento del 2,6%. Nonostante questo e nonostante gli inventari delle case invendute continuino a gonfiarsi, facendo crollare i prezzi, si continua a parlare di stabilizzazione del mercato.

Così pure viene interpretata positivamente dai soliti ottimisti la crescita, pari all’ 1%, della domanda di beni durevoli anche se al di sotto delle attese in quanto era previsto dagli economisti un più 1,5%. Insomma c’è chi continua a vedere il sereno mentre crescono i segnali dell’arrivo di una nuova tempesta.

Quel che è certo è che la recessione è solo tecnicamente finita, la ripresa è un oggetto misterioso e regna sempre l’incertezza sui mercati. Se poi il dollaro inverte la rotta….

Uno Zar comunista?

Che sotto la pellaccia dello Zar degli stipendi si nasconda un comunista? A materializzare questo sospetto su Kenneth Feinberg, incaricato dal Tesoro americano di “calmierare” gli scandalosi compensi dei dirigenti delle aziende che hanno ricevuto aiuti governativi, non è il nostro premier che vede rosso anche dietro la sua ombra, ma addirittura il posato Wall Street Journal.

Ovviamente la Bibbia di Wall Street si guarda bene dal pronunciare la scandalosa parola ma in un articolo intitolato Pay Czar Increased Base Pay at Firms viene pubblicata una sofisticata analisi tesa a dimostrare che la regolamentazione introdotta dallo Zar se da una parte taglia premi e compensi dall’altra tende ad introdurre una più alta base salariale fissa, una bestemmia per chi è culturalmente abituato a collegare premi ed emolumenti ai risultati aziendali.

Peccato ci si dimentichi da parte degli addetti ai lavori ossequiosi delle lobbies dei banchieri che questo sistema ha completamente fallito la sua missione, spingendo verso l’azzardo morale e l’assunzione di quei rischi che producono sì ricchi dividendi e premi milionari nel breve periodo, ma che alla lunga determinano effetti devastanti come provato dall’attuale crisi finanziaria.

Incentivare la fedeltà aziendale e le professionalità dei manager attraverso stipendi più alti e premi che non siano collegati a risultati di breve periodo potrà sembrare troppo penalizzante per chi è abituato a giocare nel casinò a cielo aperto di Wall Street con i soldi dei contribuenti, ma non è una buona ragione per lasciare le cose come stanno adombrando lo spettro del socialismo dietro il tentativo di regolamentare e porre un freno a meccanismi che hanno già procurato tanti danni. Purtroppo sembra che il crollo dello scorso autunno non abbia insegnato nulla e ci si voglia avviare spensieratamente incontro alla definitiva catastrofe. L’avidità umana non prende mai lezioni dalla Storia.

Continua lo sciopero dei consumatori

Dopo un’apertura positiva ieri Wall Street ha virato verso il rosso trascinata in territorio negativo da manovre sulle valute che hanno visto rafforzare il dollaro e scendere il prezzo delle materie prime e del petrolio. Non estraneo alla discesa del Dow Jones sotto la linea Maginot dei 10.000 punti, il crollo di Bank of America che è arrivata a perdere nel corso della seduta oltre il 5 per cento.

E’ successo che i vertici della banca vorrebbero restituire almeno una parte dei fondi ricevuti attraverso il TARP per sfuggire alle stringenti misure anticipate nei giorni scorsi dallo Zar degli stipendi, Kenneth Feinberg, – nominato dal Tesoro appunto per porre dei limiti ai bonus dei dirigenti delle banche che hanno ricevuto aiuti governativi – ma stanno trovando ostacoli da parte del Tesoro, della Fed e della FDIC in quanto la restituzione anche di una parte dei fondi lascerebbe, secondo le autorità, la banca sottocapitalizzata e a rischio fallimento rispetto ad un’eventuale deterioramento delle condizioni del mercato.

Ma perchè il mercato reagisce così punitivamente nei confronti del titolo? Diciamola tutta. Il sospetto è che pur di aggirare lo Zar degli stipendi ed elargire bonus oltre i limiti stabiliti, BofA restituisca comunque almeno 40 miliardi (rastrellati nell’ultimo trimestre) e che quindi sia costretta a ricapitalizzarsi attraverso un aumento di capitale che diluirebbe notevolmente le quote degli azionisti. Comunque sia il fatto che le autorità di controllo rimangono con il fucile puntato sui giganti del credito è una conferma in più che la crisi finanziaria non è affatto ancora scongiurata.

Alla continua ricerca di conferme che il peggio è passato oggi invece i soliti ottimisti hanno salutato con un coro di evviva i dati sui prezzi delle case. L’indice S&P Case-Shiller infatti ha mostrato che i prezzi nelle 10 maggiori aree metropolitane sono scesi in Agosto del 10.6% rispetto all’anno precedente ma sono cresciuti del 3% rispetto a Luglio. Comparati con i dati del mese precedente solo Charlotte, Cleveland e Las Vegas hanno registrato una diminuzione.

Nessuno dice apertamente che anche questa è una mini-bolla creata artificialmente dalla Fed e dal governo. L’aumento mese su mese sconta infatti una ripresa della domanda stimolata dal credito di imposta fino a 8 mila dollari concesso dal governo a chi acquista un’abitazione come prima casa, dalla possibilità di dedurre dalle tasse gli interessi pagati sul mutuo e perchè, nonostante tutto quel che è avvenuto, si continuano a erogare mutui, concessi sotto il programma governativo, a soggetti senza reddito e privi di altre garanzie. Insomma Fed e governo hanno messo in piedi anche loro un gigantesco schema Ponzi.

Purtroppo il trucco funziona solo in parte e in misura davvero ridotta, come dimostrano i dati asfittici, e presto arriverà il momento della verità perchè continuano ad essere assenti quelli che dovrebbero far funzionare il giochino, ovvero i consumatori, che in questo momento non si indebitano e anzi cercano di pagare i propri debiti, risparmiano e non spendono.

Segnale forte in tal senso viene dai dati mensili pubblicati sempre oggi dal gruppo di ricerca Conference Board che misurano l’indice di fiducia dei consumatori americani, passato questo mese a 47.7 dai 53.4 punti di Settembre. Come recita il Wall Street Journal:

“Consumers’ assessment of present-day conditions has grown less favorable, with labor market conditions playing a major role in this grimmer assessment,” said Lynn Franco, director of the Conference Board Consumer Research Center.

Consumers were less optimistic about the current employment situation. The percentage who think jobs are “hard to get” rose to 49.6% from 47.0% in September and those thinking jobs are “plentiful” fell to 3.4% from 3.6%.

The employment outlook also grew darker. The percentage of consumers expecting more jobs in the months ahead fell to 16.3% from 18.0% in September while those expecting fewer jobs rose to 26.6% in October from 22.9%.

The unexpected drop in consumer confidence raises uncertainty about future consumer spending.

L’inaspettata caduta nella fiducia dei consumatori fa crescere l’incertezza circa la loro futura spesa. Già, lo sciopero continua.

Roulette russa

Se se ne parla vuol dire che il rischio c’è. E non riguarda solo Citi group o Bank of America. “Se sono troppo grandi per fallire, vuol dire che sono troppo grandi” dice Greenspan, e a ragione, anche se l’ex presidente della Fed ha esaurito ormai ogni credibilità. A guardare il dibattito che si sviluppa ai massimi livelli governativi e tra gli addetti ai lavori negli Stati Uniti un nuovo scossone ai mercati finanziari sembrerebbe ineluttabile ed imminente.

C’è il vecchio e saggio Paul Volcker, apprezzato ex presidente della Fed e membro del team economico di Obama, che propone uno spezzatino preventivo e una separazione delle attività prettamente bancarie da quelle di bank investment delle cinque maggiori entità creditizie americane. Il che significa ad esempio che Bank of America dovrebbe scorporare e mettere sul mercato le attività ereditate da Merrill Lynch, JPMorgan Chase gli asset ricevuti da Bear Stearns e Goldman Sachs dovrebbe rinunciare al suo status di holding bancaria.

Purtroppo l’amministrazione Obama non è dello stesso avviso e la sua politica rimane pericolosamente attendista, ben attenta a non pestare i calli ai banchieri di Wall Street. Così da una parte si lanciano proclami demagogici sui bonus dei banchieri, dall’altra non si fa nulla per evitare il pericolo di un probabile collasso, continuando nella politica dei rinvii che finora è servita solo a nascondere la polvere sotto il tappeto.

Così si aspetta il casus belli, che l’entità più traballante, probabilmente Citi group, si trovi in difficoltà tale che il governo, il suo maggior azionista, dovrà intervenire vendendo i gioielli di famiglia per pagare i creditori, lasciando con un palmo di naso gli azionisti. Oppure peggio ricorrere di nuovo ad aiuti di Stato nell’attesa che passi la tempesta. Intanto le cinque big continuano ad incrementare i loro profitti giocando al tavolo dei derivati, il cui mercato è cresciuto dieci volte tanto rispetto a quando è scoppiata la crisi. Insomma siamo alla roulette russa.

Il miracolo dei pani e dei pesci

B. ha con le statistiche e i numeri lo stesso rapporto che ha con i sondaggi: l’importante non è che rispecchino il più possibile la verità ma che comunque dimostrino che lui ha sempre ragione. Se non è così si inventano statistiche taroccate, ad uso e consumo dei suoi sudditi osannanti.

L’Italia, dati Eurostat alla mano, detiene il record nell’area euro del più alto debito pubblico che raggiunge il 105,8% del Pil, seguita dalla Grecia (99,2%), mentre negli altri più importanti paesi europei il debito è in crescita ma ancora sotto controllo: in Spagna dal 36,1 al 39,7%, in Gran Bretagna dal 43,3 al 55,5%, in Francia dal 63,8 al 67,4%, in Germania dal 65 al 65,9%.

Ovviamente queste statistiche per B. non sono veritiere perchè non tengono conto del fatto che quello italiano è il popolo meno indebitato del pianeta e che quindi complessivamente il paese è meno indebitato di quanto dicano i numeri. Spalleggiato dal ministro dell’economia, preoccupato soprattutto per il suo posto fisso a via XX Settembre, va ripetendo da mesi questo ritornello basato sulla famosa teoria statistica dei polli di Trilussa.

Fate conto che in una famiglia il capofamiglia sperperi il doppio delle entrate, prelevando la metà di quello che i figli riportano a casa e indebitandosi fino al collo. E che i creditori bussino ogni giorno alla porta. Credete forse che si accontenteranno di avere la buona notizia che il resto dei componenti della famiglia non ha debiti?

La situazione è grave ma non seria. Il premier continua a promettere dal 2001 di tagliare le tasse ed eliminare l’IRAP. L’ha ripetuto ancora questa mattina a notizia del debito record già diffusa. Come pensa di recuperare il mancato gettito fiscale? Ma è ovvio, grazie agli introiti dello scudo fiscale: una manciata di miliardi (cinque nelle previsioni più ottimistiche) che negli annunci governativi dovrebbero servire a finanziare le imprese, tagliare le tasse, costruire ponti e infrastrutture, pagare la cassa integrazione e chi più ne ha più ne metta.

A volte ritorno

Alcuni di voi, sicuramente almeno due cari lettori che hanno lasciato un commento, si saranno chiesti che fine ha fatto Perestroika. Tranquilli, sono ancora vivo e vegeto e in buona salute. Né mi sono fatto intimorire dalle campagne stampa che ogni giorno un ben noto quotidiano lancia contro chi esprime liberamente il proprio pensiero e viene additato come farabutto, anti-italiano, disfattista, comunista: io non indosso neppure calzini turchesi, anche se rispetto il semaforo rosso, fumo più del giudice Mesiano e come lui spesso cammino avanti e indietro quando aspetto per un appuntamento.

Non mi sono nemmeno fatto commuovere da chi rimpiange i tempi del posto fisso e magari anche la topolino e mille lire al mese. Per dirla semplicemente, senza sproloqui sociologici, ho sotterrato l’ascia di guerra, ovvero la mia tastiera, perchè all’improvviso mi sono reso conto che, impegnandomi questo blog per ore ed ore ad approfondire, ricercare e scrivere, stavo trascurando altri aspetti, alcuni belli altri invece anche prosaici ma necessari per vivere una vita reale e non virtuale come al contrario vorrebbe il grande fratello.

Abbiate quindi pazienza e comprensione se qualcosa, anzi molto, cambierà in questo blog e non preoccupatevi se il mio silenzio durerà giorni e partorirà solamente qualche mia breve elucubrazione o addirittura niente. Non è la fine del mondo: gli ottimisti di professione continueranno a cercare di ingannarvi ma ci sarà sempre qualcuno, più bravo di me, pronto a sputtanarli. Come dice il sottotitolo di questo blog, «tutto ha una morale, se solo riesci a trovarla».

C’è anche chi si dimette

Sottoposto da mesi ad un fuoco di fila di critiche, inchieste, domande del Congresso e della stampa per lo scandalo legato all’acquisizione di Merrill Lynch (vedi archivio, qui, qui e qui), il CEO di Bank of America, Ken Lewis (62 anni), ha annunciato che entro la fine del 2009 lascerà incarico e banca, per godersi un meritato riposo e la sua milionaria buonuscita.

Probabilmente queste dimissioni alimenteranno le preoccupazioni sul futuro e sulla stabilità del colosso bancario. Infatti i malpensanti vanno già in giro insinuando che quando la barca affonda i topi scappano. Noi, che non siamo così cattivi, preferiamo apprezzarne il gesto. Non capita tutti i giorni di vedere un sessantenne mollare la sua poltrona solamente perchè molto chiacchierato. Ogni riferimento ai settantenni nostrani è puramente casuale.