Ma il peggio non era passato?

Marchionne, al Salone dell’Auto di Francoforte, ha auspicato che gli incentivi all’auto vengano rinnovati anche nel 2010 «per il bene del Paese, altrimenti sarebbe disastroso».

Non c’è mai limite al peggio, in tutti i sensi, soprattutto quando la socializzazione delle perdite viene chiamata “bene del Paese”. Uno spunto di riflessione per tutti quelli che “ne usciremo meglio degli altri”.

Corradino sempreinpiedi

Il Presidente dell’Abi, Corrado Faissola, nel corso dell’incontro con i piccoli imprenditori di Confesercenti, è tornato a difendere l’operato del sistema bancario italiano. Faissola ha affermato che “le banche ce l’hanno fatta da sole, hanno pagato il loro scotto alla crisi e retto alla bufera”. E ancora “dal governo è arrivato un grande contributo nel momento in cui ha predisposto dei salvagente, ma in concreto non c’è stato niente”. Le banche “se sono rimaste in piedi non lo devono allo Stato”. E sui Tremonti Bond: “costano troppo e rischiano di introdurre lo Stato nella gestione degli istituti”.

Caro Faissola, facile fare i banchieri quando a remare sulle scialuppe sono sempre i risparmiatori. Certo il bagnino Tremonti ha solo predisposto i salvagente ma ci vuole una bella faccia tosta a dire che le banche ce l’hanno fatta da sole.

Chi è che paga ogni volta il conto – e la lista, a partire dai bond argentini, Cirio, Parmalat e così via, è lunga – grazie ad autorità regolatrici che non regolano, controllori che non controllano, legislatori che non legiferano uno straccio di class action (altro che lobbies americane!)? Per non parlare di commissioni, condizioni, spese bancarie e quant’altro viene imposto da una quanto mai dubbia libera concorrenza (antitrust dove sei?).

Lo so, non è colpa di voi banchieri se poi gli italiani sono così sprovveduti e, quando avete bisogno di capitali, si fanno tranquillamente inondare di schifezze che non vi costano niente al contrario dei Tremonti-bond. Ma almeno un pò di riconoscenza: non ti prendere tutti i meriti e ammettilo, se le banche sono rimaste in piedi non lo devono allo Stato ma a quei poveri fessi che ancora vi danno retta.

Non è tutto oro quello che luccica

L’antefatto.
Nella causa intentata nel 2003 da un suo concorrente con l’accusa di manipolare il prezzo dell’oro, la Barrick Gold, la più grande compagnia mineraria produttrice d’oro al mondo, ha confessato che insieme alla sua banca, la JP Morgan, erano i diretti agenti delle banche centrali nel controllo internazionale del prezzo dell’oro.

L’iniziale linea difensiva della Barrick fu che se la compagnia agiva di concerto con le banche centrali, anche la compagnia non era legalmente perseguibile se anche le banche centrali non erano perseguibili.

Se il mercato dell’oro vi appassiona, in questo post trovate anche i link alla documentazione del caso giudiziario, tutto, purtroppo, rigorosamente in inglese. Da condividere al 100% la considerazione di Jesse che è quasi altrettanto scioccante la assoluta assenza di interesse e approfondimento di un tale possibile scandalo da parte del mondo finanziario, delle autorità regolatrici del mercato e dei media.

La notizia.
Barrick Gold ha annunciato ieri che emetterà 3 miliardi di dollari di azioni per eliminare le opzioni con prezzo dell’oro prefissato e altri contratti in circolazione, portando così i suoi utili nel terzo trimestre a 5,6 miliardi di dollari.

Per Barrick, che prevede che i prezzi dell’oro si manterranno in crescita, l’operazione dovrebbe rimuovere una delle cause che frena il valore delle sue azioni, l’eredità lasciata dal ricorso nel passato ad attività di hedging, una pratica abbandonata dal 2003.

Nei periodi in cui i prezzi sono deboli, le compagnie minerarie vendono spesso una parte della loro futura produzione per proteggersi dalla possibilità di una caduta dei prezzi. Ma quando i prezzi salgono, come è successo dal 2001 in poi, le compagnie vanno in sofferenza perchè il valore della futura produzione al quale hanno venduto non cresce con il prezzo dell’oro. Il resto della notizia con i dettagli tecnici la trovate anche qui.

A questo punto credo sia legittima la domanda se tutto questo non abbia a che fare, insieme agli acquisti della Cina, con il rialzo dell’oro di questi giorni, visto che l’operazione Barrick implica l’acquisto del 4% del totale della produzione mondiale sul mercato aperto che è solo una parte delle vendite allo scoperto che avvengono fuori del mercato, senza dimenticare che Barrick può direttamente contare sulle riserve esistenti, come alla Fed attraverso il Fondo Monetario Internazionale.

La risposta è SI, secondo questo rapporto della banca svizzera UBS:

Based on the press release, it is clear that Barrick has bought back some gold since the end of the second quarter. As at 7 September Barrick had reduced its fixed price contracts (ie those not exposed to moves in the gold price), compared to the 5.4moz reported at the end of June. And gold moved a lot yesterday before the announcement, trading to a high of $1007/oz before correcting in the late afternoon, implying further buying could have taken place during the day.

After a lot of consideration and thought, we now conclude that recent buying from Barrick probably contributed a lot to the move in gold over the past week and that while there may be more buying to do, we believe their outstanding position is closer to 2moz than the 3moz reported as of 7 September.

Barrick were not the only reason for the move higher in gold, however, although we will have a much better idea of the mix of buying after the release of the COTR report on Friday: the new disaggregated data will help here. Assuming that a rump of about 2moz of buying remains, this is not necessarily positive for the price, as Barrick may now wait for a dip to buy the remaining gold: after all, it has said that it will conclude the buying over the next twelve months.

Chi si contenta gode?

Gli investitori hanno largamente respinto l’offerta del Santander, relativa al buy-back di titoli abs per un valore nominale di 16.5 miliardi di euro. La mega offerta ha raggiunto meno del 4 per cento del totale. Anche la maggior parte degli analisti si aspettava un’adesione bassissima.

La banca spagnola guidata da Emilio Botin aveva annunciato l’avvio del programma di riacquisto dei titoli il 24 agosto scorso. Si trattava di un’ulteriore mossa della banca per capitalizzare il ribasso dei prezzi sul mercato del debito. L’iniziativa riguardava 27 cartolarizzazioni emesse dall’istituto gran parte delle quali avente come sottostante mutui, crediti al consumo e prestiti commerciali, ad un prezzo scontato del 39 per cento.

Secondo il Financial Times “la scarsa adesione suggerisce che l’offerta era troppo bassa, vista la crescente fiducia nelle prospettive di crescita sia di Santander che dei prezzi di negoziazione dei titoli abs, difficili da valutare durante tutta la crisi finanziaria”. Ora, scrive il quotidiano economico, “sebbene privato del capital gain previsto con il piano di riacquisto, è probabile che Santander descriva il risultato come una dimostrazione di fiducia degli investitori”.

Sarà forse così, ma allora che necessità aveva Don Emilio di lanciare l’operazione di buy-back più grande della storia? Ci ha provato? Possibile che la banca considerata la più solida al mondo improvvisi un’operazione di tale portata senza conoscerne l’asito più scontato? O non è vero piuttosto che Don Emilio le sta provando tutte per raschiare il fondo del barile, fino ad arrivare a svendere anche parte dei suoi gioielli brasiliani?

Lo scrivevo già lo scorso luglio: “Non si può che concludere che Santander ha bisogno di questi soldi per puntellare il proprio capitale di garanzia e che viene fatto più per disperazione che per qualsiasi altro tipo di logica strategica. E se Santander, una delle più solide banche al mondo, è in cerca disperata di capitali, possiamo immaginare in quale stato siano le altre banche”. E una conferma viene dalle voci che circolano in questi giorni sulla sottocapitalizzazione delle banche europee.

E l’Oracolo di Omaha cosa prevede?

Il New York Times ci aggiorna sull’ex più ricco uomo del mondo (oggi numero 2 dietro il suo amico Bill Gates):

Warren E. Buffett segue due regole cardinali negli investimenti. Regola No. 1: Mai perdere soldi. Regola No. 2: Mai dimenticare la Regola No. 1.

Orbene un sacco di vecchie regole sono finite nella spazzatura quando la crisi finanziaria ha colpito anche l’Oracolo di Omaha.

A 79 anni Buffet sta venendo fuori dal peggior anno della sua lunga, leggendaria carriera. Sulla carta ha perso personalmente circa 25 miliardi di dollari durante il panico finanziario del 2008, abbastanza da costargli il titolo di uomo più ricco del mondo.

Eppure poche persone dentro o fuori Wall Street hanno capitalizzato la crisi più abilmente di lui. Dopo aver consigliato Washington di salvare l’industria finanziaria nazionale ed aver sollecitato gli Americani a comprare azioni mentre il mercato annaspava, ci si è tuffato lui stesso. Buffet ha approfittato di un mercato disastrato — come pure di tutti quei salvataggi finanziati dai contribuenti — tanto da mettere al sicuro la sua fama di uno dei più grandi investitori di ogni tempo.

Quando tanti altri lo scorso autunno scappavano impauriti, Buffet ha investito miliardi in Goldman Sachs — facendo di gran lunga un miglior affare di Washington. Poi ha rischiato altri miliardi in General Electric. Mentre non hanno mai salvato direttamente Buffet, i contribuenti salvavano alcune delle sue scelte azionarie. Goldman, American Express, Bank of America, Wells Fargo, U.S. Bancorp — tutte hanno ricevuto un aiuto pubblico di cui in ultima istanza hanno beneficiato gli azionisti privati come Buffet.

Buffett ci ha preso così bene — almeno, finora, sembra l’abbia fatto — che il suo guadagno potrebbe essere enorme. Ma ora, solo un anno dopo che la crisi ha colpito, sembra essere preoccupato che il più forte mercato azionario potrebbe vacillare di nuovo. Dopo aver comprato con tanta audacia quando in tanti vendevano i loro asset, la sua holding, Berkshire Hathaway, si tira indietro, comprando meno azioni e investendo invece sul debito corporate e governativo. E Buffet avverte che l’economia, sia pure in miglioramento, rimane profondamente in sofferenza.

“Non siamo ancora fuori dai guai”, ha detto Buffet la scorsa settimana in un’intervista, nella quale rifletteva sulle lezioni degli ultimi 12 mesi. “Dobbiamo far riprendere un’economia balbettante in modo che funzioni come dovrebbe”.

Tuttavia Buffet non sembrava così traumatizzato dalla rievocazione di quello che una volta definì come l’equivalente finanziario di Pearl Harbour. (Un guadagno netto stimato 37 miliardi di dollari sarebbe un balsamo per la psiche di chiunque).

Non c’è ripresa senza il lavoro

Scusate se anch’io continuo a battere il tasto dell’occupazione e del lavoro, ma ormai abbiamo capito tutti, tutti tranne i media che della crisi riportano solo le buone notizie, che questo è lo snodo cruciale che condizionerà quella che gli ottimisti chiamano ripresa ma che in realtà è solo una fase in cui le cose peggiorano solo più lentamente o come dice Trichet, vanno meglio di quanto previsto, come se ci fosse da esultare se il paziente ha qualche linea di febbre in meno ma la prognosi rimane riservata.

L’abbiamo detto in tutte le salse che questa non può essere una vera ripresa se basata solo sugli incentivi alla rottamazione e sulla ricostituzione delle scorte. Prima o poi i primi si esauriscono e le seconde riempiranno i magazzini. Manca il motore di una ripresa sostenibile, la spesa dei consumatori. Di quelli americani soprattutto. E i numeri che provengono dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, l’abbiamo visto nei giorni scorsi, non lasciano molte speranze.

Se questo non bastasse considerate anche il fatto che la crescita dei salari di chi un posto di lavoro ancora ce l’ha si è fermata. Tra il 2006 e il 2008 i salari sono cresciuti ad un tasso annualizzato del 4.0%, mentre nell’ultimo trimestre la crescita è stata dello 0,7% su base annua. Aggiungiamo a questo dato le ultime notizie che parlano di molte aziende, enti comunali e statali che stanno costringendo i propri dipendenti a prendersi le ferie forzate o lunghi periodi di permessi non retribuiti.

Ad essere colpita in modo particolare la classe media che è anche quella più indebitata e maggiormente toccata dalla crisi immobiliare. Un recente rapporto di Bank of America e Merrill Lynch che analizza i dati della Federal Reserve, a dispetto del titolo “The Myth of the Overleveraged Consumer” (Il Mito del Consumatore Superindebitato), dimostra proprio che la più colpita dalla crisi, oltre i poveri, è indubbiamente la classe media americana, molto più di quel 10% di ricchi che hanno sì subito delle perdite ma in proporzioni nettamente inferiori.

Fatto pari a 100 il reddito americano, la classe media copre dal 40 al 90% del reddito percentuale, la classe a basso reddito va da zero al 40%, mentre la ricchezza rappresenta il picco del 10%. Ebbene gli asset della classe media sono rappresentati per il 50% da proprietà immobiliari che, come sappiamo, hanno subìto una forte perdita di valore e stanno ancora diminuendo, molto più delle azioni che invece da marzo hanno recuperato il 50% del loro valore prima del crollo. I ricchi invece, secondo il rapporto, hanno solo un quarto dei loro asset in proprietà immobiliari, mentre la maggior parte è in azioni o bond.

Il rapporto ci dice che nel 2007 l’indebitamento della classe media era pari al 205% del reddito disponibile, quello della classe a basso reddito era pari al 133% e quello dei ricchi pari al 116%. Inoltre la classe a basso reddito che rappresenta il 40% della popolazione conta per solo il 12% sulla spesa per consumi, la classe media che costituisce il 50% della popolazione conta il 46% sui consumi e i ricchi di conseguenza coprono il 42% della spesa.

La domanda è sempre la stessa: da quali consumi verrà la ripresa se i salari continuano a diminuire, la disoccupazione aumenta, le ore di lavoro vengono tagliate, un gran numero di lavoratori sono costretti a lavorare part-time, crescono le insolvenze, i redditi di sempre più numerose famiglie si riducono e cambiano gli stili di vita anche di chi non ha problemi economici?

A meno che non diamo retta a BofA-Merrill Lynch secondo cui è sufficiente contare solo su quel 10% (i ricchi) per rimettere in moto l’economia. Una logica moralmente, politicamente ed economicamente indifendibile:

If we’ve learned anything from the Great Recession-Mini Depression of the last 18 months, it’s that the skewing of income and wealth to the top has made our economy far less stable. When the majority of middle-class and poor Americans are either losing their jobs or feel threatened by job loss, and when those who still have jobs are experiencing flat or declining wages, there’s simply no way to get the economy back on track. The track we were on — featuring stagnant median wages, widening inequality, and job insecurity — got us into this mess in the first place.

Già, se abbiamo imparato qualcosa dalla Grande Recessione-Mini Depressione degli ultimi 18 mesi, è che reddito e ricchezza dirottati verso il vertice della piramide hanno reso la nostra economia molto meno stabile. Quando la maggioranza della classe media e degli americani poveri stanno perdendo il loro lavoro o hanno paura di perderlo, o quelli che hanno ancora un posto di lavoro hanno salari piatti o in diminuzione, non c’è modo di rimettere in carreggiata l’economia. E’ la strada sulla quale eravamo — caratterizzata da salari medi stagnanti, allargamento della disuguaglianza, precarietà del lavoro — ad averci messo in questi guai prima di ogni altra cosa.

Cresce il rischio di una double-dip recession

Orfani della consueta analisi settimanale di Comstock, assenza dovuta alla Festa del Lavoro che si celebra oggi nel mondo anglosassone, facciamo il punto della situazione attraverso l’interessante intervista rilasciata ieri alla Reuters da Mohamed El-Erian, CEO e co-presidente di Pacific Investment Management, meglio conosciuto come Pimco, il più grande gestore di fondi al mondo con i suoi 850 miliardi di dollari in assets.

Mohamed El-Erian ha parlato proprio subito dopo che il Dipartimento del Lavoro aveva reso noti i dati sull’occupazione negli Stati Uniti (vedi post di ieri) che confermano, nonostante i segnali di ripresa economica, un incremento, anche se rallentato, della disoccupazione che raggiunge il tasso record del 9,7% e minaccia di impedire una ripresa duratura.

Aumenta perciò il rischio di una nuova recessione, uno scenario che il CEO della Pimco ritiene abbia il 50% di possibilità di avverarsi il prossimo anno, e “questo minaccia i mercati azionari che attualmente prezzano secondo una ripresa a V dei profitti aziendali e della disponibilità del credito”.

Il rally estivo dei mercati azionari è andato più veloce di quanto giustificato dagli indicatori di domanda, entrate, profitti e flussi del credito, dice El-Erian e la domanda nelle ultime settimane di titoli del Tesoro, la preferita ancora di salvezza degli investitori nei periodi di incertezza, riflette la vera debolezza che vede nell’economia. “Non è che le cose stanno iniziando a migliorare, è che stanno andando peggio più lentamente”, dice El-Erian, rubando un concetto già usato da Robert Reich.

Occupazione e salari sono la chiave di una ripresa sostenibile, dice El-Erian, soprattutto a causa della stretta creditizia. E i dati di ieri sull’occupazione confermano che un passaggio dal miglioramento dell’economia dovuto ai programmi di stimoli governativi e alla necessità dell’industria di ricostituire le scorte, a un incremento dei consumi e della domanda aziendale è “lontano dall’essere assicurato”.

“Il tasso di disoccupazione sta andando verso il 10 per cento entro la fine del 2009 e, sfortunatamente, rimarrà ad alti livelli per un periodo eccezionalmente lungo”, dice El-Erian. “Le implicazioni di un tasso di disoccupazione decisamente alto va ben oltre l’economia e assume importanti dimensioni politiche e sociali”.

Con un mercato del lavoro tradizionalmente molto flessibile e reattivo, gli Stati Uniti non hanno reti di protezione sufficientimente ampie per affrontare bene un’alta disoccupazione, dice il CEO di Pimco, citando anche le persistenti preoccupazioni sul sistema bancario, con gli investitori ancora “nervosi” per le condizioni delle banche regionali negli Stati Uniti e di alcune banche europee.

Quest’ultimo è uno dei fattori che c’è dietro l’ampia salita dei prezzi dell’oro che, sempre ieri, ha toccato il più alto prezzo da Febbraio, 997.28 dollari. La domanda di oro è anche sospinta da aspettative inflazionistiche, così come da una più rigorosa regolamentazione dei prodotti finanziari basati sulle materie prime. “Sospetto – conclude El-Erian – che i movimenti sull’oro siano un riflesso di tutti e tre questi fattori”.

Che invece non sappia nemmeno lontanamente cosa sia una double-dip recession e perchè sia purtroppo reale questa prospettiva ce lo dimostra l’ineffabile Renato Brunetta che sicuramente, dopo la sua performance in quel di Cernobbio, meeting economico al quale il 99 per cento degli invitati farebbe bene ad astenersi dal parlare evitandoci così di ascoltare castronerie, luoghi comuni e aria fritta in abbondanza, verrà iscritto honoris causa nel Club degli ottimisti di professione.

Il Ministro della Funzione Pubblica dopo aver sentenziato già da due anni la fine della crisi ci spiega ora, non citando la fonte, che “la reattività dell’occupazione all’andamento del Pil è vischiosa ed è ritardata di 6 mesi: quando le cose vanno bene l’occupazione reagisce positivamente sei mesi dopo, quando le cose vanno male reagisce negativamente sei mesi dopo. Quindi, mentre oggi possiamo vedere la svolta per il Pil, adesso dobbiamo subire i contraccolpi sull’occupazione che sono propri dell’andamento del Pil di sei mesi fa”. Sì, proprio così, come risulta dal bignamino di economia politica.

“Tutto questo era ampiamente previsto e a questo ritardo dell’occupazione normalmente si risponde con gli ammortizzatori sociali” che in Italia sono ottimi ed abbondanti, dice Brunetta. “Quindi non vedo alcuna preoccupazione da questo punto di vista: mentre possiamo vedere la fine del tunnel per quanto riguarda il reddito, la fine del tunnel per l’occupazione la vedremo probabilmente all’inizio del 2010”. Conclusione con la solita formula di rito: l’Italia sta meglio e ne uscirà meglio degli altri paesi, anzi, ne siamo già fuori. Bene, ora gli italiani, grazie a Brunetta, possono andare a dormire tranquilli.

Una ricorrenza dimenticata

Il grande mercato toro raggiunse il suo picco 80 anni fa – ieri -, il 3 Settembre 1929. Il Dow Jones chiuse a 381.17. Il crollo non arrivò fino ad Ottobre. Tre anni più tardi, il Dow Jones era giù a 41.22 e non recuperò il suo massimo fino al 23 Novembre del 1954.

Cresce la disoccupazione, crescono le borse

Il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha diffuso oggi i dati sulla situazione dell’occupazione. Il tasso di disoccupazione è salito al 9,7% nel mese di agosto dal 9,4% di luglio. Una crescita maggiore di quanto stimato dagli analisti, che prevedevano il tasso salisse solo al 9,5%. E’ il valore più elevato dal 1983. Ad agosto sono stati persi 216mila posti di lavoro, contro i 276mila di luglio (dato rivisto dalla precedente lettura di 247mila), un numero minore di quello previsto dagli analisti, che stimavano 225mila nuovi disoccupati (ma vedrete che il mese prossimo con la revisione delle stime anche le previsioni degli economisti verranno superate in peggio). Complessivamente, da quando è iniziata la recessione nel dicembre 2007, negli Stati Uniti sono stati persi 7,4 milioni di posti di lavoro.

Con involontaria ironia il Wall Street Journal prevede che it will take some time for the ailing labor market to recover from the worst financial crisis in decades. Sì, occorrerà del tempo per il sofferente mercato del lavoro prima di recuperare dalla peggiore crisi finanziaria mai vista da molti decenni. Per il resto tutto bene Madama la marchesa, perchè nonostante non si veda chi e che cosa possa rendere sostenibile la ripresa, le borse continuano a salire e le banche continuano a fare profitti grazie al fiume di liquidità che governi e banche centrali garantiranno ancora per le prossime settimane. Ma cosa succederà quando finirà la droga?

Cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Employment Measures and Recessions

Sopra, via Calculated Risk, il grafico mostra il tasso di disoccupazione e le variazioni anno su anno dell’ occupazione riferita ai periodi di recessione.

Il grafico sotto, invece, mostra le perdite di posti di lavoro dall’inizio della recessione, in termini percentuali.

Percent Job Losses During Recessions