La pelle dell’orso

Le dosi massicce di droga e ottimismo immesse nei mercati sembrano svanire lentamente. In questi giorni fanno irruzione ancora dati macroeconomici che smentiscono gli annunci trionfali di banchieri centrali e capi di governo che davano per morta e sepolta la recessione. Qualcuno si è venduto la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Per noi non è una sorpresa. In questo mondo incantato ogni tanto la realtà si prende le sue rivincite.

Ieri erano arrivati i dati sulla fiducia dei consumatori, più debole di quanto previsto dagli economisti. Oggi è stata la volta del Chicago Purchasing Manager’s Index che mostra un declino al 46,1% in Settembre delle attività produttive, ben al di sotto dei 50 punti di Agosto che è il livello minimo dell’indice che segnala un’espansione delle attività.

Gli analisti si aspettavano che l’indice continuasse a migliorare, a 52 punti, ma la realtà dei numeri li ha risvegliati dal loro delirio: la recessione non è terminata, nonostante i dati rettificati (manipolati direi io) del Dipartimento del commercio raccontino che l’economia si è contratta nel secondo trimestre ad un tasso annuale dello 0,7%, meglio dell’1% atteso. Ma non è forse vero che di rettifica in rettifica si può lastricare il mondo di dati truccati?

Per finire sono in arrivo, Venerdì, i dati del Dipartimento del Lavoro sull’occupazione, ma già sono disponibili quelli forniti da un Istituto indipendente, Automatic Data Processing and Macroeconomic Advisors, che annuncia la perdita di 254.000 posti di lavoro in quest’ultimo mese, più dei 240.000 attesi dagli economisti.

E se non vi basta leggete questa intervista a Robert Shiller, il quale prevede 5 anni (diconsi cinque) di prezzi stagnanti nel settore immobiliare. Per fortuna che il peggio è passato.

Poveri ma belli

Pioggia di dati oggi sui mercati. Il sentiment, l’ottimismo, dei consumatori americani sale a Settembre al 73,5%. Un bel miglioramento se consideriamo che in Agosto era al 65,7 e a Luglio al 66,0%. E come potrebbe essere diversamente con il bombardamento massmediatico sulla ripresa e il peggio ormai passato?

La speranza è l’ultima a morire, ma poi cominciano ad arrivare anche gli ultimi dati macroeconomici a confermarci che questa non è una ripresa sostenuta dai consumi e dal rifiorire del mercato immobiliare. Infatti i consumi di beni durevoli negli Stati Uniti scendono del 2,4% ad Agosto rispetto al mese precedente e gli acquisti di nuove case, nonostante gli incentivi statali, crescono solo dello 0.7% rispetto a luglio, al di sotto delle attese (gli economisti avevano previsto l’1,6%), mentre i prezzi delle case continuano a scendere (195,200 dollari il prezzo medio in Agosto, giù dell’ 11.7% rispetto a un anno fa).

Si potrà pure manipolare il sentiment dei consumatori, ma se i loro portafogli continuano ad essere vuoti che se ne fa la ripresa solo dell’ottimismo?

Dow Jones, consumatori e “socialismo”

L’abbiamo detto tante volte che il recupero delle borse poggia sulle sabbie mobili di una ripresa basata solo sugli incentivi alla rottamazione e sulla ricostituzione delle scorte. Prima o poi i primi si esauriscono e le seconde riempiranno i magazzini. Manca il motore di una ripresa sostenibile, la spesa dei consumatori. La pensa così anche Robert Reich che però ci dice anche qualcos’altro in “Why the Dow is Hitting 10,000 Even When Consumers Can’t Buy And Business Cries “Socialism“.

Come può il Dow Jones Industrial Average flirtare con quota 10.000, quando i consumatori, che rappresentano il 70 per cento dell’economia, hanno dovuto tagliare la spesa perché non hanno soldi? I posti di lavoro continuano a scomparire. Un americano su sei è disoccupato o sottoccupato. Le case non possono più funzionare come salvadanaio perché sono ad un valore di quasi un terzo in meno rispetto a due anni fa. E per la prima volta in oltre un decennio gli americani ora devono pagare i loro debiti ed iniziano a risparmiare.

Ancora più curioso, come può il Dow essere così in alto, quando tutte le imprese e i dirigenti di Wall Street in cui mi imbatto mi dicono che il governo sta distruggendo l’economia con il suo enorme deficit e la sua presunta “acquisizione del controllo” di assistenza sanitaria, auto, edilizia, energia, e finanza? Le loro angosciate grida di “socialismo” stanno quasi soffocando tutti i loro evviva per il Dow in risalita.

La spiegazione è semplice. La grande ritirata dei consumatori dal mercato è stata controbilanciata dall’avanzata del governo nel mercato. Il debito dei consumatori sta scendendo giù dal suo picco del 2006, il debito pubblico sta salendo. La spesa dei consumatori è in basso, la spesa pubblica è in alto. Perché la vendita di nuove case comincia a ripartire? Perché la Fed sta facendo incetta di carta da Fannie e Freddie, e Fannie e Freddie, di proprietà del governo, oggi sono quasi gli unici giocatori rimasti nel gioco dei mutui.

Perché le azioni del settore sanitario stanno avendo un boom? Perché il governo è in procinto di espandere la copertura sanitaria a decine di milioni di americani in più, e la Casa Bianca ha assicurato Big Pharma e le assicurazioni che i loro profitti saliranno. Perché le vendite di auto sono su? Perché il programma cash-for-clunkers ha sovvenzionato le vendite di autoveicoli nuovi. Perché il settore finanziario si impenna? Perché la Fed mantiene tassi di interesse vicino allo zero, e il resto del governo garantisce ancora che ogni banca troppo grande per fallire sarà salvata. Perché gli imprenditori federali stanno facendo così bene? Perché lo stimolo ha dato il suo contributo.

In altre parole, il Dow Jones è su, nonostante il più grande ritiro dei consumatori dal mercato dopo la Grande Depressione, grazie alla cosa di cui molti dirigenti si lamentano tanto, l’invadenza del governo. E indipendentemente da come si chiami – keynesismo, socialismo, o semplicemente pragmatismo – sta facendo miracoli per le imprese, in particolare per le grandi imprese, e per Wall Street. La spesa dei consumatori si contrae al 60-65 per cento dell’economia, mentre la spesa pubblica si espande per colmare il divario.

Il problema è che il nostro governo, che da poco ha ampliato la sua azione, non sta facendo molto per la media dei lavoratori americani che continuano a perdere il posto di lavoro e che continuano a stringere la cinghia, e che non stanno guadagnando quasi nulla dalla crescita del Dow se non quel poco nel caso possiedano una piccola quota azionaria. Nostante il felice Dow e nonostante le trimestrali sopra le attese delle imprese, la maggior parte delle aziende stanno tagliando sempre più posti di lavoro e salari. E le grandi banche non fanno ancora prestiti a Main Street.

La trickle-down economics* non ha funzionato quando la supply-side economics era al potere. E non funziona ora, in un momento in cui – nonostante tutte le loro grida sul “socialismo” – le grandi imprese e Wall Street sono politicamente più potenti che mai.

* Trickle-down economics“. Con questo termine viene chiamata la teoria economica secondo la quale una politica che prevede tagli ed altri benefici fiscali per le imprese e per i ricchi è ritenuta possa indirettamente beneficiare tutta la popolazione. I proponenti di queste politiche sostengono che se gli alti redditi investono di più nelle infrastrutture e nei mercati azionari questo porterà a una maggior produzione di beni a prezzi più bassi creando più posti di lavoro per le classi medie e basse. Non è un caso che a coniare il termine “Trickle-down economics” sia stato l’umorista e attore comico Will Rogers, il quale durante la Grande Depressione ebbe a dire che “Tutti i soldi vennnero dati ai ricchi nella speranza che qualche briciola arrivasse ai bisognosi”.

Il rapporto del Tesoro non conferma l’ottimismo del mercato

Consueto appuntamento di fine settimana con il Market Commentary di Comstock di cui vi fornisco la traduzione.

All’inizio di questa settimana il Dipartimento del Tesoro ha annunciato che, poiché l’emergenza finanziaria è finita e il sistema finanziario si è stabilizzato, avevano risvisto alcuni aspetti dei programmi relativi alla crisi, passando ad una nuova fase. Come il comunicato stampa del Tesoro mette in rilievo, stanno passando “dal salvataggio dell’economia al risanamento e alla ricostruzione delle fondamenta per una crescita futura”. Mentre è vero che il Tesoro insieme alla Fed ha contribuito ad evitare un collasso sistemico dell’economia e del sistema finanziario, il comunicato stampa sorvola sui gravi problemi che ancora permangono, e la maggior parte dei mezzi di comunicazione non ha approfondito il breve comunicato. Tuttavia, il sito web del Tesoro ha incluso il rapporto completo, che ha indicato le principali preoccupazioni per il periodo a venire. Poiché è improbabile che molti abbiano letto la relazione completa ne citiamo alcuni passi:

“Nonostante i progressi significativi compiuti nella ristrutturazione del sistema finanziario, la normalizzazione dei mercati finanziari conseguita fino ad oggi è parziale e fragile, e la ripresa economica è, nel migliore dei casi, ai suoi primi stadi … Il mercato immobiliare è ancora sotto pressione. .. parti significative del sistema finanziario restano compromesse … la nuova disoccupazione resta elevata, la produzione è scesa in modo significativo, le foreclosure continuano ad aumentare, e il credito alle famiglie e alle imprese resta limitato.

“… Le perdite sui crediti in alcune parti del sistema sono in continuo aumento e i fallimenti bancari, che tendono a ritardare i cicli economici, sono ancora in aumento. Queste condizioni creano un ambiente in cui nuove scosse possono ancora avere effetti smisurati … il sistema finanziario è ancora fragile, e alcuni dei miglioramenti che abbiamo visto in molti mercati finanziari sono ancora in gran parte dipendenti dal sostegno delle politiche straordinarie.

“… Negli immobili residenziali, anche se il tasso di deterioramento è rallentato, il mercato non ha raggiunto uno stabile fondo, e le foreclosure continuano ad aumentare in tutte le classi di mutui, con i mutui prime ora al primo posto. Il processo di ristrutturazione per gli immobili commerciali è iniziato solo di recente. Il ritmo dei fallimenti bancari è aumentato e si prevede rimanga elevato per diverso tempo.

“… In questo difficile periodo di adattamento, il sistema potrebbe essere sensibile ad eventi imprevisti del mercato. Inoltre, nei mercati in cui le condizioni sono migliorate, non è chiaro se il miglioramento può persistere senza un costante sostegno del governo.

“… il risanamento del mercato immobiliare è lungi dall’essere completo. L’attività di costruzione e le vendite sembrano aver iniziato a risalire dal fondo durante l’estate, ma c’è ancora un notevole differenziale di case vuote ed invendute … e una percentuale molto elevata dei proprietari di casa ora hanno un mutuo residuo da pagare che è superiore al valore delle loro case, e il mercato del lavoro è ancora debole.

“… L’emissione di nuovi strumenti di debito garantiti da nuovi prestiti al consumo, noti come ABS, è migliorata con il sostegno del programma TALF. Questo è un canale fondamentale per la fornitura di nuovo credito alle famiglie. Ma c’è stata solo una piccola emissione di ABS non supportatata dal TALF.

“… Molte banche di piccole dimensioni hanno esposizioni relativamente elevate nei mutui immobiliari commerciali, in cui i problemi del credito sono ancora in crescita, e altri investimenti in difficoltà”.

Il rapporto del Tesoro si legge un pò come le nostre osservazioni recenti (vedi archivio) e mostra la preoccupazione con cui l’Amministrazione guarda ancora all’economia. La dichiarazione di Bernanke secondo cui la recessione è “tecnicamente” finita è venuta fuori quasi nello stesso momento, ed è stata accolta dagli applausi degli investitori ignorando i maggiori problemi come fecero alla fine del 1999 e del 2007. Dubitiamo, tuttavia, che il presidente della Fed, se sollecitato, sarebbe in disaccordo con il rapporto del Tesoro. Noi pensiamo che il mercato è in ipercomprato, sopravvalutato, ed esposto al grave rischio di un crollo.

Siamo alla fine o a metà del rally?

Continua la partita a distanza tra Mike Shedlock (Mish) e Barry Ritholtz. Questa volta l’oggetto del confronto è il rally di borsa, se, come sostiene il primo, siamo alla fine dei giochi o, come sostiene Ritholtz, è appena iniziato il secondo tempo.

Shedlock ritiene che il rally del mercato è avanzato così tanto e così velocemente che se inizia la discesa, sotto non c’è nient’altro che un vuoto d’aria, anzi c’è più aria sotto che sopra.

Può darsi, dice Ritholtz, però nessuna delle linee che tracciamo suggerisce che il rally stia per finire presto la benzina. Questo non significa, aggiunge, che non potrebbe finire anche domani, ma dovremmo scommettere sulla probabilità di un’ulteriore crescita, piuttosto che su un ribasso, per almeno 4 ragioni:

1) Gli investimenti della maggior parte dei singoli trader sono sottodimensionati

2) Livelli di partecipazione e quantità sono entrambi positivi (possono sostenere cioè un’ulteriore crescita)

3) La maggior parte degli investitori ritiene – anche se a torto, secondo Ritholtz – che una ripresa è alle nostre porte e i profitti stanno migliorando.

4) La storia dimostra che i mercati secolari in ribasso hanno pesanti vendite e smisurati rallies; l’attuale rally ha ancora spazio per andare avanti basandoci sui precedenti cicli (clicca sul grafico per un’immagine ingrandita e vedi anche Le quattro fasi di Secular Bear Markets).


E l’economia? Qui sta il mio piccolo sporco segreto, confessa Ritholtz. Per due terzi, l’economia non conta veramente niente.

Lo so che sembra folle, ma considerate questo, aggiunge Ritholtz: nel mezzo di secolari mercati al rialzo, l’informazione economica sembra avere la più grande correlazione con la performance del mercato. Buoni dati, più profitti, migliore attività del mercato.

Con il mercato al top, l’economia sembra andare alla grande. I prezzi sono alti, ma i profitti record sostengono i multipli.

Poi tutto precipita all’inferno.

Toccato il fondo, sembra orribile. Sembra che queste società non faranno mai più un centesimo, che questa situazione non avrà mai fine, che non potremo mai più uscire dal buco nero.

E invece alla fine ci riusciamo.

Questo, conclude Ritholtz, deve sconcertare, far impazzire e infuriare gli economisti puri. Ma questo è il lavoro di Mister Mercato, quello di frustrare il più alto numero di giocatori…

More stimulus

“C’è una tendenza a trattare le preoccupazioni per una double dip recession come stravaganti, come qualcosa di cui solo i pazzi, come coloro che predissero la crisi attuale, si preoccupano. Ma ci sono delle ragioni vere di preoccupazione. Una è che il sostegno dello stimolo fiscale inizierà a svanire in un paio di trimestri. Un’altra è che la maggior parte della spinta che stiamo ricevendo oggi è legata alla ricostituzione delle scorte. E questa è una cosa che avviene una sola volta”. A pensarla così è Paul Krugman, anche se per la verità una folta schiera di economisti non allineati condivide le sue preoccupazioni.

Krugman mette in correlazione nel grafico sotto l’attuale Pil americano dal momento in cui è iniziata la recessione con l’ipotetico Pil che gli Stati Uniti avrebbero avuto se l’economia avesse continuato a crescere con lo stesso trend del periodo 1999-2007.


Dunque, osserva l’economista, siamo circa l’8 per cento sotto a dove dovremmo essere, che tradotto in produzione persa fa oltre un trilione di dollari per anno (come pure una disoccupazione di massa). E continueremo a soffrire queste perdite, anche se il Pil sta crescendo, finchè non avremo una crescita sufficiente a chiudere questo gap. Dato che non ci sono dati macroeconomici che suggeriscono sia in corso una chiusura del gap, questa è una tragedia che continua. E questo nel presupposto di non avere una ricaduta nella recessione, conosciuta anche come double-dip recession.

Le conclusioni di Krugman forse non saranno condivise dagli economisti che non vedono di buon occhio la scuola Keynesiana, ma, dal suo punto di vista, sono ovvie: abbiamo bisogno di più stimolo. Sì, dice Krugman, questo accrescerebbe il debito federale, ma non ne vale la pena per cercare di ridurre un gap produttivo che sta distruggendo il nostro potenziale ad un tasso pari a più di un trilione di dollari all’anno?

Ben, l’indovino

Come i drogati in una fumeria di oppio, le borse volano sotto l’effetto delle dichiarazioni di ieri del governatore della Fed, Ben Bernanke, secondo cui la recessione è finita. Ma il presidente della Fed è veramente attendibile come Bernacca o dice solo quello che i mercati vogliono sentirsi dire? Tra i tanti commenti che ho letto assegno il primo premio a questo di Barry Ritholtz, deliziosamente ironico e intelligente.

Ben Bernanke ha dichiarato che la recessione è finita.

Questo porta a una semplice domanda: perché dovrebbe importarvi delle sue previsioni sulla recessione?

Basandosi sulla sua esperienza di specialista in previsioni e sul suo acume nell’individuare i problemi economici prima che esplodessero, la sua opinione sull’inizio e sulla fine delle recessioni è, ad essere franchi, irrilevante.

Ricordate che fu Bernanke a descrivere la situazione dei sub-prime, come “contenuta”; è stato lui che ha creduto che la crisi immobiliare non si sarebbe diffusa più ampiamente nell’economia, e fu lui in qualche modo a pensare che la drammatica situazione di Bear Stearns non si ripetesse di nuovo.

Non voglio discriminare Bernanke; dopo tutto, è un economista, e se siete stati attenti, avrete notato che l’intera categoria non ha visto l’arrivo della recessione, la crisi del credito e il collasso del mercato. Potreste anche trovare utile ignorare ciò che la categoria che non è stata capace di prevedere ieri pensa sul domani.

Anche adesso, il presidente della Federal Reserve ha detto che la recessione è “molto probabilmente finita”, non appena i consumatori hanno mostrato alcuni primi segnali di ripresa della spesa. Non importa che tutta questa attività di vendita al dettaglio sia stata stimolata dagli incentivi governativi.

Ora, come investitori, vorrete conoscere il punto di vista economico del capo della Fed, in particolare quello pertinente la sua politica dei tassi di interesse. La cura prescritta ha reso chiaro che è stato deciso che i tassi rimangano bassi per il prossimo futuro, cosicchè questo diventa un non-problema in questo contesto.

Ma le sue previsioni economiche? Non preoccupatevi.

Guardate che non sono stato un critico particolarmente duro col presidente della Fed. Mentre non può essere Paul Volcker, non è nemmeno (per fortuna) Alan Greenspan. E ci sarebbe potuto capitare molto di peggio che avere uno studioso della Grande Depressione e anche un pensatore fuori dagli schemi come il capo della Fed.

Ma come specialista in previsioni? Non è meglio del suo predecessore…

Tra le vittime della Lehman anche i bancari italiani

Il crack della Lehman Brothers ha causato in Italia un calo dell’occupazione dello 0,3%-0,5%, pari a circa 1.800 posti di lavoro persi nelle banche in un anno di crisi economica, con un’accentuazione delle perdite a Milano e Roma. Questo il bilancio, tutto sommato meno negativo di altri, dell’andamento occupazionale in uno dei settori, quello del credito, che più si è trovato nell’occhio del ciclone, e dove lavorano attualmente circa 310.000 bancari. E’ Milano Finanza a scriverlo in un articolo che prende lo spunto da alcune dichiarazioni del direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni.

“La diminuzione del personale degli istituti di credito in Italia”, ha sottolineato Massimo Masi, segretario generale della Uilca Uil, “è il risultato del saldo annuale tra chi esce e chi entra. Il saldo non è poi così pesante rispetto a altri settori come l’industria, ma c’è da sottolineare un cambiamento in atto. Anche nelle banche aumentano i precari rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato, nel senso che i nuovi assunti vengono presi o con contratti a termine o con contratti di apprendistato”.

Una vera e propria “trasfusione” nel senso che vanno via le persone con esperienza, alti gradi e costi elevato mentre vengono assunti apprendistati a 1.000 euro al mese. Cioè cala poco l’occupazione, ma cala molto il costo dei lavoratori e calano gli stipendi. Per parlare degli effetti della crisi economica sul lavoro nelle banche, è stato convocato un tavolo per il prossimo venerdì 18 settembre tra Abi e le otto sigle sindacali dei lavoratori del credito.

Le categorie interessate alle perdite occupazionali riguardano i tre grandi gruppi come Intesa (nel corso del 2009 usciranno 2.500 persone e ne rientreranno solo 1.200), Unicredit (ne usciranno 2.250 e ne rientreranno solo 1.100) e Banca Popolare (ha un saldo di 374 esuberi). Ma le situazioni più gravi sono a Milano e a Roma.

A Milano, ha precisato Masi, perchè molte banche estere hanno chiuso gli sportelli che avevano in Italia e che si trovavano appunto per lo più a Milano e molte persone hanno perso il posto di lavoro. Tra queste banche ci sono Ubs, Bayerische, Citgroup, Commerzbank, Cisco, Macquaire, a cui dobbiamo sommare l’uscita da alcune banche italiane. Si arriva così a un totale di 1.500 esuberi.

Una situazione grave perchè le banche straniere chiudono le filiali e non c’è un riassorbimento. L’altra situazione grave è a Roma dove c’è Fonspa (banca 100% del gruppo Morgan Stanley) che ha 150 lavoratori che rischiano il posto di lavoro e l’Europrogetti Finanza con 161 lavoratori. Insomma, la crisi ha travolto tutti quanti, ma le reazioni sono state diverse e in diversi momenti.

“Ad esempio le piccole banche e le Bcc”, ha aggiunto Masi, “hanno continuato ad assumere, rendendo il saldo finale meno negativo”. Nonostante questi dati non siano così drammatici si teme per il 2010, perchè nel 2010 ci saranno i nuovi piani industriali di Intesa, Unicredit, Banca Popolare e forse altri. Per cui ci potrebbero essere ulteriori tagli al personale.

Obama alza la voce, i banchieri fanno orecchie da mercante

Milano Finanza, riprendendo un articolo del Wall Street Journal, ci fa sapere che il Tesoro americano si prepara a vendere azioni Citigroup:

Il Dipartimento del Tesoro americano e Citigroup hanno iniziato a confrontarsi su come procedere alla vendita della quota del 34% detenuta dal Governo nel capitale della banca, in seguito al salvataggio pubblico da circa 50 miliardi di dollari accordato all’istituto a suo tempo.

Secondo fonti informate sulla vicenda, il Tesoro americano potrebbe iniziare a cedere i titoli in suo possesso già a partire da ottobre per poi arrivare a completare l’operazione nel giro di sei-otto mesi. Il progetto è ancora in una fase iniziale e alcune transazioni dovranno ottenere il via libera degli organi di controllo.

Sono due i possibili scenari: nel primo caso, il Governo potrebbe mettere sul mercato la propria quota a blocchi nel corso dei prossimi sei o otto mesi, mentre nel secondo caso lo Stato potrebbe vendere piccole tranche di titoli giornalmente o settimanalmente.

Ci sarebbe anche una terza possibilità che prevede la cessione dell’intera quota in un unico blocco. In realtà, secondo il Wall Street Journal, il piano che prevede una riduzione della quota controllata dal Tesoro americano si accompagnerà all’emissione di nuove azioni che verranno offerte sul mercato.

Stando alle ricostruzioni del Wsj, la scorsa settimana il Tesoro ha ricevuto circa 7,7 milioni di azioni ordinarie Citigroup, in sostituzione di azioni privilegiate che aveva ottenuto quando, nel pieno della tempesta finanziaria, le aveva concesso aiuti per 45 miliardi di dollari.

Ora Citigroup potrebbe procedere all’emissione di nuove azioni per 5 miliardi di dollari e sfruttare quindi la raccolta per ridurre la partecipazione pubblica.

Il piano, in sintesi, prevede un’emissione di nuove azioni per 5 miliardi di dollari e la simultanea vendita da parte del governo di una sua indeterminata quota di azioni. Al contempo Citigroup potrebbe usare quanto ricavato dalla vendita delle azioni di nuova emissione per riacquistare parte delle azioni privilegiate ancora in mano al Tesoro.

Facciamo due conti. Il totale degli aiuti governativi messi in campo per il salvataggio di Citigroup è stato per la precisione di 45 miliardi di dollari (escluse le garanzie). Poi in Febbraio una quota di azioni privilegiate, per un valore di 25 miliardi di dollari, sono state convertite in azioni ordinarie a 3,25 dollari per azione.

Perciò, anche vendendo tutto il pacchetto di azioni ordinarie nelle mani del Tesoro rimarrebbero 20 miliardi di dollari in azioni privilegiate, cosa che porterebbe la quota di Citigroup detenuta dal governo dal 34% a circa il 22%.

Ancora molto ma meglio di niente penseranno i contribuenti americani, i quali, però, farebbero bene a non esultare tanto per una restituzione ancora tutta da vedere, perchè potrebbero essere comunque richiamati presto a metter mano al portafoglio.

Infatti su Citigroup, così come sulle altre grandi banche americane (mentre delle piccole ne muore una al giorno) si sta addensando la nube nera delle carte di credito e continua a peggiorare la situazione dei mutui. Il CEO di Citigroup, Vikram Bandit, è stato alquanto evasivo sull’argomento in una recente intervista televisiva:

But when Bartiromo went right for the jugular and asked when the company would return to operating profitability — a question that investors and analysts have been wondering for some time — Pandit was again vague.

“A lot of this to me is a question of where the economy is,” Pandit said. He noted that two particularly troubling businesses for the company are the credit card and mortgage portfolios. “When we see those assets turn, I think you will start to see a change in the profitability of Citi. … We do believe that we’re seeing some good signs in both the credit card portfolio and the mortgage portfolio.”

Si, un ragionamento geniale, “quando smetteremo di perdere soldi nei due maggiori settori nei quali stiamo andando male, allora potremmo smettere di andare male”. Ecco, questi sono i grandi banchieri che hanno in mano il destino della finanza e dell’economia mondiale, a cui oggi Barack Obama mostra il pugno alzando la voce, ben sapendo che sono solo chiacchiere e che tutto continuerà a girare come prima.