Se lo dice Bernanke…

Ben Bernanke, anche se l’economia si trova su un terreno più stabile, non si aspetta una rapida ripresa economica. E’ quanto ha affermato il presidente della Federal Reserve parlando ad un gruppo di banchieri alla conferenza annuale della Fed di Kansas City tenutasi a Jackson Hole, nel Wyoming. “L’attività economica sembra stabilizzarsi negli Stati Uniti e fuori del paese” ha detto, ed ha aggiunto che le prospettive per un ritorno a breve termine della crescita “sembrano buone” ma la ripresa economica “sarà probabilmente relativamente lenta all’inizio, con la disoccupazione in diminuzione solo gradualmente dagli alti livelli”. Per chi è disposto a soffrire e conosce l’inglese, qui il testo completo del discorso. Se poi volete sapere se Bernanke è uno che c’azzecca, leggetevi questo articolo su Repubblica del 10 giugno 2008, giusto 14 mesi fa, alla vigilia del crollo di Settembre-Ottobre.

Non aprite quella porta

Ieri, quasi in contemporanea con gli ultimi dati sulle insolvenze e le procedure di esproprio sui mutui immobiliari residenziali che, come ci ricorda Marco Sarli, si tratta di una una mina da poco meno di 1.500 miliardi di dollari su un totale che si aggira tra i 10 e 15 mila miliardi e suscettibile di aumenti nel corso di quest’anno e del prossimo visto che il picco è previsto per la fine del 2010 – situazione che non dovrebbe lasciare dormire sonni tranquilli ai banchieri americani già alle prese con altri gravi problemi che riguardano la qualità del credito nei bilanci delle banche – sono arrivati i dati sulla disoccupazione, peggiori di quanto previsto dagli economisti.

Infatti le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione sono salite di 15.000 a 576.000 nell’ultima settimana, il più alto livello delle ultime tre settimane che porta la media del mese a 570.000 richieste. Gli economisti dovranno rivedere dunque le loro stime al rialzo rispetto a quella di “soli” 200.000 posti di lavoro persi nel mese di Agosto e aspettarsi che il miglioramento sarà molto più graduale di quanto previsto.

Qualcuno ora forse si sarà illuso che di fronte ai dati sulle insolvenze e sulla disoccupazione a Wall Street abbiano tirato il freno a mano. Invece no. Al NYSE le notizie se le scelgono e quelle sulla manifattura nel distretto di Philadelphia facevano più comodo. Pensate, l’indice delle scorte di magazzino misurato dalla filiale di Philadelphia della Fed è cresciuto in Agosto di ben lo 0,3 per cento rispetto al meno 15,4 per cento di Luglio. Champagne a fiumi e altro idrogeno liquido per gonfiare la bolla che è ormai diventata una mongolfiera.

A richiamarci alla realtà David Rosenberg, capo economista della Gluskin Sheff, il quale ci ricorda che buona parte del rally realizzato dallo S&P 500 dai minimi di marzo (vedi anche questo cartello) si è basato sull’abbondante intervento e sullo stimolo del governo ma che questi effetti potrebbero finire. “Ci sono molte buone notizie ora che sono diventate vangelo, che la recessione è finita e che nella seconda metà dell’anno il PIL degli Stati Uniti crescerà ad un tasso annuale tra il 2 e il 4 per cento” dice Rosenberg ma “dal nostro punto di vista, i rischi di questa congiuntura stanno tutti nel fatto che un’economia che ha bisogno di una proroga del Talf (vedi etichetta) o del programma di incentivi alla rottamazione, è un’economia che cammina ancora sulle stampelle”.

Ma a Wall Street, occupati come sono a gonfiare tasche e bolle, non ascoltano chi grida al lupo, meglio addormentarsi al canto delle sirene e sognare indici che salgono, economia in ripresa, consumi e petrolio alle stelle. Verranno per loro i tempi del brusco risveglio e della penitenza ma, poichè ogni volta gli uomini dimenticano gli insegnamenti della Storia, saranno sempre pronti a saltare sulla prossima bolla. Io, vi ho già messo sull’avviso: attenti, non aprite quella porta.

E la chiamano… ripresa

Insolvenze e pignoramenti da record negli Stati Uniti denunciati dalla Mortgage Bankers Association (MBA) nel secondo trimestre del 2009.

Le insolvenze sono cresciute al tasso aggiustato stagionalmente del 9,24 per cento per tutti i mutui in essere alla fine del secondo trimestre su proprietà residenziali, in aumento di 12 punti base rispetto al primo trimestre e di 283 punti su base annua, stabilendo il record da quando è iniziata la rilevazione stratistica della MBA nel 1972.

Il tasso d’insolvenza comprende mutui con almeno una rata arretrata impagata ma non comprende mutui per i quali è iniziata una procedura esecutiva (foreclosure). La percentuale dei mutui relativi a foreclosures alla fine del secondo trimestre era del 4,30 per cento. La combinazione tra la percentuale dei mutui relativi alle foreclosures e quella dei mutui con almeno una rata impagata è pari al 13,16 per cento su base non aggiustata stagionalmente, la più alta mai registrata dalle statistiche della MBA sulle insolvenze.

Dichiara il capo economista della MBA, Jay Brinkmann: “Mentre il tasso delle foreclosures avviate è rimasto essenzialmente invariato rispetto al record del precedente trimestre, c’è stata una importante diminuzione delle foreclosures per mutui ARM subprime. La discesa, tuttavia, è stata compensata dagli incrementi delle foreclosures su altri tipi di mutui, con i mutui prime a tasso fisso che hanno segnato il più grande incremento. A riprova che la performance dei mutui è ancora una volta determinata dalla disoccupazione, i mutui prime a tasso fisso ora pesano per uno ogni tre foreclosure. Un anno fa pesavano per uno ogni cinque….”

Se poi volete divertirvi con dovizia di grafici vi dirotto su Calculated Risk che esamina anche le previsioni della MBA con il picco delle foreclosures raggiunto alla fine del 2010!

Attenti alle borse

Due chiacchiere al Café Américain.

“… il mercato è più avanti della realtà … preoccupato in particolare che le cose stiano entrando nel Ramadan, il 22 (agosto) … ci sono cose raccolte qui attorno (NYSE), che sono di natura esoterica, ma forse potremmo vedere uno storico periodo di trading nelle prossime otto settimane … potenzialmente un periodo molto emozionante “. Art Cashin, UBS Financial Service, 18 agosto 2009.

Larry Summers, Tim Geithner, e Ben Bernanke sono riusciti, ancora una volta, a mettere l’economia sul bordo dell’abisso per compiacere Wall Street, che ha la narcisistica ossessione di imbottirsi le tasche a breve termine ad ogni costo o rischio, mentre i media distraggono il pubblico con una scandalosa sfilza di deliri, disinformazione, e confusione.

I mercati del mondo stanno entrando in un periodo ad alto rischio e volatilità. Nessuno sa per certo quel che verrà. I trader di professione si stanno preparando a questo per gestire i loro rischi. Ci siamo anche noi.

Non chiedete più quando finirà la recessione

Non è certamente un bel quadro quello che esce dalla Newsletter settimanale di RGE Monitor, il team economico guidato da Nouriel Roubini. Le previsioni mostrano alcune luci ma le prospettive non sono tali da fare felici gli inguaribili ottimisti alle prese in questi giorni con i tonfi delle borse, spiegabili per loro come semplici storni e prese di profitto. Oggi la borsa di Shangai è arrivata a toccare una perdita di quasi il 5% a riprova che i mercati non sono molto convinti che la recessione sia finita, come televisioni, politici ed economisti allineati strombazzano ai quattro venti.

Secondo RGE Montor una serie di dati economici e finanziari hanno mostrato segni di miglioramento anche se gli indicatori macro sono ancora negativi, Il corso del deterioramento economico ha rallentato significativamente e dopo quattro trimestri di severa contrazione dell’attività economica è prevedibile ora che gli Stati Uniti mostrino una crescita positiva in termini reali del PIL nella seconda metà del 2009.

Ma attenzione, questo non significa che la recessione sia finita, come molti economisti sostengono. Invece tutte le variabili utilizzate dal NBER (National Bureau of Economic Research) per delimitare i periodi di recessione continueranno a contrarsi o a mostrare una crescita al di sotto dei normali standard medi. Secondo RGE le scelte di politica economica e altri fattori rafforzeranno la crescita del PIL, sebbene in via temporanea, nella seconda metà del 2009. Inoltre la forma della ripresa (sarà a V a U o a W?) ed altri fattori condizioneranno il miglioramento dei risultati dell’economia statunitense. Per RGE la crescita rimarrà ben al di sotto del suo potenziale nel 2010, mentre la ripresa sarà molto più vicina a quella a forma di U.

Alcuni dei cosiddetti “germogli verdi” osservati nell’economia negli ultimi mesi possono essere definiti germogli verdi solamente se comparati con il quadro economico che avevamo ad inizio dell’anno. La contrazione di alcuni indicatori, come la produzione industriale, è ancora comparabile alla recessione degli anni ’70 e ’80. Il rapporto di Luglio sull’occupazione ha mostrato “solo” 247.000 posti di lavoro in meno, cosa difficilmente spacciabile come germoglio verde in qualsiasi altra recessione del dopoguerra. Tuttavia, visto quanto gli Stati Uniti sono andati vicini ad entrare in una depressione, anche 250.000 posti di lavoro persi in un mese sembrano in grado di fare felici gli investitori.

Secondo RGE Monitor nella seconda metà del 2009, dopo che l’economia ha toccato il fondo di una contrazione record (la peggiore degli ultimi 60 anni), avverrano degli assestamenti, come una più lenta diminuzione delle scorte di magazzino, mentre le misure di politica economica come gli incentivi alla rottamazione daranno una spinta alla produzione di auto e alla spesa prodotta dalle altre misure di stimolo. Secondo RGE Monitor, questi fattori porteranno probabilmente il PIL in territorio positivo nel 3° trimestre del 2009.

Tuttavia la NBER probabilmente non dichiarerà finita la recessione fino alla fine del 2009 o all’inizio del 2010. Per di più, oltre la crescita del PIL, la NBER guarda ad altre quattro variabili quando dichiara una recessione: i reali redditi personali al netto della spesa sociale, la manifattura reale e le vendite all’ingrosso e al dettaglio, la produzione industriale e l’occupazione. Mentre tutti questi indicatori potrebbero dare risultati migliori nella seconda metà dell’anno rispetto al primo semestre probabilmente rimarranno in contrazione o registreranno una crescita al di sotto dello standard medio. Con il mercato del lavoro ora primario indicatore della ripresa nei consumi privati e dello sviluppo economico, i trend sui posti di lavoro influenzeranno in modo definitivo la dichiarazione della NBER.

L’assestamento delle scorte di magazzino terminerà per larga parte entro la metà del 2010 così come l’impatto dello stimolo. ma poichè la ripresa nella domanda privata sarà debole, rischierà di scivolare in una crescita anemica (ben al di sotto delle potenzialità) nel 2010, con il pericolo di una ricaduta nella recessione (double-dip recession, a forma di W). L’esaurimento della maggior parte delle misure di politica economica significherà che ci sarà poco spazio in futuro per stimoli fiscali e monetari addizionali. Le misure di politica economica che richiedono costi fiscali di lungo termine possono determinare solo stimoli temporanei alla crescita. Qualsiasi tipo di ripresa sostenibile in definitiva deve arrivare da una ripresa nella domanda privata, attraverso i consumi e gli investimenti, entrambi i quali verranno contratti da fattori strutturali.

Preceduta dalla crisi finanziaria, quella attuale è la più severa e prolungata recessione dagli anni ’30. Evitando la sofferenza a breve nel settore privato con la socializzazione delle perdite e incrementando il debito nel settore pubblico attraverso larghi deficit e accumulazione di debiti si determineranno costi a lungo termine e verranno forzati i consumi privati. I motori del precedente boom dei consumi, il settore edilizio e il credito facile rimarranno sotto pressione anche dopo che l’economia sarà uscita dalla recessione. Debolezze strutturali persisteranno. Fino a quando non troverà nuove fonti di crescita l’economia crescerà al di sotto delle potenzialità per diversi anni. Le potenzialità di crescita del PIL potrebbero anche ricevere un colpo, passando da una media di circa il 2,8% nel periodo 1997-2008 a circa il 2,25% nei prossimi anni. La crescita della produttività è stata temporaneamente difesa durante la recessione non grazie all’innovazione o agli investimenti produttivi, ma grazie a tagli aggressivi del lavoro e delle ore lavorate effettuati dalle imprese. Nei prossimi anni, la crescita della produttività rimarrà sotto pressione per l’invecchiamento dei lavoratori, aumenterà la disoccupazione strutturale, le professionalità diminuiranno, e gli investimenti e l’innovazione rallenteranno.

Salvare le imprese? No, le banche

Ovvero cosa succede quando la fantasia dei banchieri si sposa in una radiosa giornata di mezza estate con quella – creativa per antonomasia – del ministro Tremonti. Succede che le Banche continueranno a fare quello che hanno sempre fatto ma ricavandoci sgravi fiscali e nuovi criteri contabili per mascherare le perdite, il governo sbandiera il nulla come se avesse salvato la patria, gli imprenditori non ci guadagnano proprio un bel niente e noi contribuenti mettiamo mano al portafoglio e paghiamo, come sempre, il conto più gli interessi. Tutto spiegato in questo articolo.

La ricetta inglese contro la crisi delle banche

Che le principali attrici di questa crisi, le banche, nonostante gli iniziali mea culpa e i peana sull’avidità umana e la necessità di un ritorno a virtuosi comportamenti etici, una volta incassati gli aiuti pubblici, ovvero i nostri soldi, siano tornate a fare quello che facevano prima come se nulla fosse successo è sotto gli occhi di tutti. Trucchi contabili per gonfiare gli attivi, attività di trading e uso spericolato della leva finanziaria, profitti trimestrali ottenuti con tagli feroci sui costi e servizi sempre più scadenti sono all’ordine del giorno nella vita aziendale di ogni banca che si rispetti.

Che tutto questo avvenga a spese dei consumatori-investitori e del fattore lavoro è un piccolo dettaglio che non spaventa la razza dei banchieri. In fondo bisogna tirare a campare e a fare risultati immediati per rimpolpare i propri sacri e intoccabili bonus. Poco importa se questi comportamenti nascondono quella contraddizione che ci porterà presto dritti dritti dentro il prossimo tunnel nero in fondo al quale c’è solo il capolinea. Ma veniamo alla notizia.

Le Banche retail del Regno Unito potrebbero considerare misure come la chiusura di un terzo dei loro sportelli per recuperare redditività, dice un nuovo studio della Bain, società di consulenza londinese, secondo la quale le banche inglesi affronteranno un duro futuro nel quale il loro RoE potrebbe essere più basso di almeno il 50% rispetto ai picchi toccati prima della recessione. A riferirlo il Financial Times.

Per quasi un ventennio le più importanti banche retail inglesi hanno registrato medie di RoE pari al 24 per cento ma i bei tempi sono andati e sarà alquanto improbabile tornare a quei livelli nel prossimo futuro. Quegli alti RoE erano generati grazie al fatto che le banche avevano meno necessità di capitali di garanzia e grazie all’uso della leva finanziaria. Poi la crisi ha costretto le banche ad avere più capitali a fronte dei loro impieghi e più asset liquidi, nonchè a ridurre notevolmente la leva finanziaria.

Oggi le Banche retail cercano di attrarre depositi, ma questi sono molto più costosi dei prodotti della finanza creativa e meno remunerativi. A breve queste banche non saranno più in grado di guadagnare da prodotti quali le coperture assicurative, che saranno vendute separatamente dai prestiti personali. E ad essere colpite dovrebbero essere soprattutto le banche che hanno ricevuto maggiori aiuti dal governo, in quanto si presume che l’azionista di maggioranza farà pressioni perchè concedano più credito, aumentando quindi il rischio e restringendo i margini di profitto.

Ecco così trovata la ricetta vecchia quanto il cucco e per la quale sicuramente quella società di consulenza riceverà fior di quattrini: tagliare i costi e incrementare i profitti. Ma come? Ovvio, è l’uovo di Colombo, tagliando posti di lavoro e sulla clientela costituita dai comuni mortali. Il piano prevede infatti la chiusura di un terzo degli sportelli (che significano migliaia di licenziamenti) e la parola fine posta sul conto corrente esente da spese di cui gode buona parte della clientela delle banche d’oltremanica.

Dice Matt Symonds, uno dei soci della Bain, che in questo modo le banche potrebbero concentrarsi sui servizi e i prodotti offerti ai clienti “top” che rappresentano il 5% della clientela e con i quali le banche fanno i loro maggiori profitti e che usano più prodotti bancari. Insomma approfittare della crisi per trasformare le Banche retail in banche d’elite, dai costi ridotti e magari con una bella divisione di investment banking che continui a fare trading come prima e più di prima.

E in Italia? Siamo sulla buona strada, nonostante i RoE non abbiano mai volato come nel Regno Unito. Qui per recuperare redditività bisognerà però inventarsi qualcosa di più originale visto che da sempre la normale clientela viene raggirata con prodotti bidone e poi tosata con nuove e spesso fantasiose spese e commissioni e annualmente si varano ristrutturazioni e conseguenti piani di prepensionamento per migliaia di lavoratori. Ma non mettiamo limiti alla provvidenza, anzi alla fantasia dei nostri banchieri.

Colpo di coda o Big One?

Non vi tedio con numeri e percentuali. Potete consultare l’andamento delle borse in qualsiasi sito finanziario. Questo post solo per segnare sul calendario questa giornata e ricordarla come quella in cui gli inguaribili ottimisti dissero che si trattava solo di un colpo di coda della crisi. Mentre qualcun altro parlò di Big One.

Un’improbabile ripresa

Gli analisti della Comstock Partners non sono certamente iscritti al Club degli inguaribili ottimisti che da due anni a questa parte non fanno che ripetere che il peggio è passato. Ultimamente l’enfasi posta su alcuni dati meno negativi di quelli previsti ha fatto gridare al miracolo e all’inizio della ripresa. Purtroppo sappiamo bene che le cose non stanno così. Non si tratta di essere ottimisti o menagrami: basta leggere attentamente tutti i dati macroeconomici per dover ammettere onestamente che l’unica conclusione possibile è che la discesa è solamente rallentata o che le cose, per dirla in altro modo, stanno peggiorando più lentamente. Quelli di Comstock Partners ci spiegano chiaramente perchè non c’è nessuna vera ripresa e che anzi la prospettiva è quella di una ricaduta in un’altra profonda recessione.

Anche se il PIL nel trimestre in corso probabilmente risalirà, le possibilità di una tipica ripresa a forma di V sono estremamente scarse. In primo luogo, trimestri con un PIL positivo non sono insoliti durante le recessioni, e si sono verificati in sei delle dieci recessioni avute dal dopoguerra ad oggi. In secondo luogo, anche se l’attuale trimestre provasse la fine statistica della recessione, la conseguente ripresa è probabile che sia così debole che sarà difficilmente percepibile. In terzo luogo, l’incremento nel trimestre in corso sarà il risultato di un temporaneo recupero delle scorte per far fronte ad un ancora tiepido livello della domanda, e il programma di incentivi alla rottamazione che sta semplicemente anticipando le vendite di auto sposta la domanda dai consumi alternativi. Guardando al futuro, quelli di Comstock non vedono alcun motore di una ripresa sostenibile e ce ne elencano i motivi.

1) La spesa dei consumatori pesa per più di due terzi del PIL e, per una serie di motivi, i consumatori saranno sotto pressione per un po’ di tempo a venire.

2) La spesa dei consumatori negli ultimi dieci anni è stata sostenuta dal credito facile e dalle due bolle consecutive del dot-com e delle case. Le bolle dot-com e delle case non ci sono più e, mentre i tassi di interesse sono bassi, le condizioni per i prestiti sono molto più severi.

3) I tassi di risparmio delle famiglie nei decenni precedenti al 1992 erano in gran parte tra il 7% e l’ 11%. Il tasso è sceso costantemente fino a zero nel 2008 e salito al 5,2% nel 2° trimestre. Senza il conforto di un elevato e crescente reddito netto, l’aliquota del risparmio è probabile salga al 9% o più, con conseguente riduzione della spesa per beni discrezionali.

4) La spesa dei consumatori in genere ha rappresentato tra il 61% e il 64% del PIL dal 1955 al 1985, ma è ora al 70,5%. Un ritorno al 65% ridurrebbe la spesa del 7,8%, anche se non succederebbe tutto in una volta.

5) Il debito delle famiglie negli ultimi 55 anni è stato in media il 55% del PIL ed era del 64% non più tardi del 1995. Oggi è circa il 100% ed è un peso enorme per un gran numero di famiglie. Ogni riduzione del debito è un altro freno alla spesa.

6) L’attuale situazione del settore immobiliare è ancora un altro peso per i consumatori. Un recente studio della Deutsche Bank ha dimostrato che al 31 marzo, il 26% dei proprietari di case americani avevano mutui superiori al valore delle loro case e che questa percentuale crescerà al 48 % entro il 1° trimestre del 2011 così come ci sarà un ulteriore calo dei prezzi del 14%. Questo si tradurrà in un continuo aumento di foreclosures, riducendo ulteriormente capacità e propensione alla spesa dei consumatori. Le foreclosures a luglio sono salite del 7% mese su mese e del 32% anno su anno.

7) L’occupazione è ancora in calo, anche se ad un tasso inferiore, e i salari sono del 4,7% al di sotto di un anno fa, il più grande declino da quando è iniziata nel 1960 la serie statistica. Vediamo continuamente notizie su ulteriori riduzioni salariali, riduzioni di orari di lavoro e ferie forzate non retribuite, segno che il reddito delle famiglie rimarrà sotto pressione per qualche tempo.

8) Nonostante la recente crescita del valore delle azioni, il settore bancario è ancora molto fragile. Elizabeth Warren, professoressa all’università di Harvard e presidente della Commissione di vigilanza del Congresso, ha dichiarato che quasi tutti gli asset tossici che erano nei libri contabili delle banche lo scorso autunno sono oggi ancora là. Inoltre dopo il cambiamento delle regole contabili che ha permesso loro di non essere più vincolate al mark to market, le banche non hanno certo intenzione di vendere a prezzi di mercato molto più bassi che comporterebbero una pesante svalutazione. La Warren ha anche aggiunto che “Abbiamo un vero problema in arrivo” nei prestiti commerciali concessi per la maggior parte dalle piccole e medie banche. Larga parte di questi prestiti sono in scadenza dal 2010 al 2012 e c’è stato già un alto tasso di default in quelli già scaduti.

9) Un recente studio sulle passate crisi finanziarie svolto dai professori Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart indica che le recessioni causate da crisi del credito sono durate molto più a lungo e si sono rivelate più gravi rispetto alla media, e che le conseguenti riprese sono state sotto lo standard medio. Inoltre, con l’eccezione della depressione dal 1929 al 1932, tutte le recessioni sono state limitate ad un solo paese o una regione e non sono stati di natura globale. Pertanto, nella maggior parte dei casi, la nazione colpita era in grado di trovare una via d’uscita nelle esportazioni, un’ opzione che non è disponibile in questo momento.

In conclusione, ora non ci sono i motori per un recupero duraturo e sostenibile. Bassi redditi e bassi consumi non sono in grado di sostenere null’altro che una debolissima ripresa e la ricaduta in una nuova recessione diventa una rilevante possibilità. Le azioni sono in un mercato orso fin dall’inizio del 2000, e con i tempi che arrivano, è probabile che i guadagni di oggi vengano abbattuti con un rapporto prezzo/utili che scende ben al di sotto del livello attuale.

Il Gioco della Federal Reserve

Hai sempre desiderato testare le tue capacità di banchiere centrale e metterti nei panni di Bernanke e Greenspan? Da oggi puoi farlo giocando online il Gioco della Federal Reserve. Puoi alzare troppo i tassi provocando una recessione o abbassarli tanto da causare un’inflazione. Le istruzioni sono in inglese ma il gioco è abbastanza intuitivo. Abbiate un attimo di pazienza per il caricamento del gioco. Per quanto mi riguarda il mio primo tentativo è stato disastroso: ho provocato un’inflazione al 28% nel 2014. Ma Bernanke saprà fare meglio?