Le notizie che le borse non vogliono sentire

C’è una notizia che è passata quasi inosservata in questi giorni: i clienti di Cerberus stanno ritirando i loro soldi dall’hedge fund. Parliamo di 5,5 miliardi di dollari o di circa il 71% degli asset dell’hedge fund.

Quando investitori e depositanti chiedono l’immediato ritiro del 71% dei loro risparmi c’è un modo solo per definire la cosa: si chiama assalto agli sportelli.

La ripresa poggia sulle sabbie mobili

Immagino cosa ne pensa il Mago di SondriOz, lui unico al mondo ad aver visto arrivare la crisi, anche se proveniente da tutt’altra direzione, ma si sa, se Nostradamus va interpretato post factum, lui, il nostro per tre volte ministro dell’economia, non parla nemmeno per quartine ma per quartini. Noi, che siamo parchi di libagioni e non confondiamo, per lo più, le lucciole per lanterne, ci siamo fatti guidare in questa crisi da alcune stelle polari che ci hanno indicato sempre la giusta direzione anche nel buio più profondo. Tra questi i bravi analisti di Comstock, che non frequentano gli antri di Maghi o apprendisti stregoni e non usano filtri o pozioni magiche ma numeri, dati e la cruda analisi economica per spiegare quello che sta accadendo e dove stiamo andando. Quello che segue è il loro ultimo commento settimanale che conferma e riassume molte delle osservazioni ed analisi sparpagliate qua e la in questo ed in altri blog non iscritti al Club degli ottimisti di professione.

La ripresa economica tanto celebrata è costruita sulle sabbie mobili. L’attesa risalita del PIL nel terzo trimestre è basata su una massiccia spesa pubblica, un rallentamento nella diminuzione delle scorte, il programma cash-for-clunkers e alcuni numeri fuorvianti del mercato immobiliare. Allo stesso tempo i più importanti motori di una ripresa sostenuta, come una robusta spesa dei consumatori, l’aumento dei salari reali e una ripresa reale del mercato immobiliare, i motori necessari ad una ripresa economica, mancano tutti dall’elenco dei rimedi.

La spesa dei consumatori, che rappresenta il 70% del PIL, è probabile che rimannga depressa per qualche tempo a venire. Con l’indebitamento delle famiglie ancora vicino a livelli record, il deleveraging sarà una caratteristica dell’economia per un periodo prolungato. Il tasso del risparmio delle famiglie, che in precedenza costituiva in media circa il 9% del reddito disponibile, è ancora ad un misero 4,2% dopo essere caduto a zero durante il precedente boom. Da quando il reddito netto delle famiglie è crollato, la necessità di ricostituire il risparmio continuerà a soffocare la spesa. Allo stesso tempo i salari continuano a diminuire, la disoccupazione è in crescita, le ore di lavoro vengono tagliate e un gran numero di lavoratori sono stati costretti a lavoro part-time quando preferirebbero lavorare a tempo pieno. Inoltre, poiché i ricavi delle imprese sono ancora in picchiata, come risulta dai rapporti del secondo trimestre, le imprese continueranno a tagliare il costo del lavoro, riducendo in tal modo il reddito familiare ulteriormente. Inoltre c’è ancora la stretta creditizia e solo la parte dei consumatori più affidabile finanziariamente ha accesso ai prestiti. Tutti questi fattori fanno sì che la spesa dei consumatori e i profitti rimangono sotto pressione e impediscono a qualsiasi vera ripresa di acquistare velocità.

Al tempo stesso i recenti dati sulle case stanno dando una immagine fuorviante della solidità del mercato immobiliare. Le vendite di case esistenti in luglio sono salite del 7,2%, ma gli inventari di case invendute sono cresciuti del 7,3%. Una recente indagine a livello nazionale degli agenti immobiliari ha indicato che solo il 36% di vendite di case non sono state fatte sotto pressione. Le restanti vendite riguardano tutte procedimenti esecutivi (foreclosure), o short sales (al prezzo di vendita pari alla quota di mutuo da pagare) da parte di banche o di venditori non in default, ma in difficoltà finanziarie perchè disoccupati, o con una grave malattia o con problemi familiari. Inoltre il 30% delle vendite riguardano acquirenti della prima casa che hanno approfittato del credito d’imposta di 8.000 dollari che scade alla fine di novembre. Le vendite di case nuove sono salite anche a luglio, raggiungendo le 433.000 unità su base annua. Questo a fronte di 776.000 per il 2007 e 485.000 per il 2008, sempre su base annua. Ricordate anche che le vendite mensili annualizzate di nuove case ha raggiunto i circa 1,4 milioni nel 2007. Sciaguratamente nei prossimi tempi è probabile un’ondata di nuove forclosures. Un recente studio di Deutche Bank dimostra che il 26% di tutte le case con un mutuo sono ad un valore inferiore all’importo del mutuo e che questa percentuale salirà al 48% entro il primo trimestre del 2011. Questo porterà a ulteriori foreclosures e a prezzi più bassi, così come a un peggioramento dei bilanci delle istituzioni finanziarie che hanno concesso i mutui. Da aggiungere al quadro negativo un’altra ondata di azzeramenti di mutui a tasso variabile che aggraverà ulteriormente la situazione.

In conclusione le possibilità per una ripresa di tipo a V sono estremamente ridotte, ed è più probabile che, dopo un trimestre o due di incremento del PIL, l’economia continuerà a sprofondare in una ulteriore recessione. Questo sarebbe un tipico comportamento dell’economia a seguito di una crisi finanziaria. Dopo una risalita del 55% dal fondo, il mercato azionario sta scontando uno scenario molto più roseo, e probabilmente resterà estremamente deluso di come la situazione evolverà nel prossimo periodo.

Incentivi da rottamare

A guardarli bene i risultati del programma di incentivi alla rottamazione che negli Stati Uniti chiamano ‘cash-for-clunkers’ (spesi oltre 3 miliardi di dollari dei contribuenti) non hanno risollevato le sorti del mercato americano dell’auto. Anzi per i due giganti di Detroit, General Motors e Chrysler, sono stati abbastanza deludenti.

Infatti la GM, superata dalla Toyota, si è guadagnata il 17,6% dei 690.100 veicoli venduti sotto il programma, mentre la Chrysler, superata anche da Nissan e Hyundai, ha ottenuto appena il 6.6% di vendite. Dato ancor più sconfortante se consideriamo che la quota di mercato della GM nei primi sette mesi del 2009 era stata del 19,6 per cento e per la Chrysler del 9,6%. Insomma chi ha pensato bene di cambiare la propria vecchia macchina utilizzando fino a 4.500 dollari di incentivi – presi dalle tasche di altri contribuenti americani – ha preferito, segno dei tempi che cambiano, le più piccole, economiche ed ecologiche auto giapponesi e coreane.

Inoltre stanno già emergendo segnali che le vendite complessive torneranno giù decisamente, ora che gli incentivi sono finiti. Jeremy Anwyl, chief executive di Edmunds.com, un servizio online che fornisce i prezzi delle auto, ha dichiarato al Financial Times che il ‘Cash-for-clunkers’ ha alterato il mercato in modo da far respirare l’industria per quattro settimane. Ora inizia il tempo di pagarne lo scotto: secondo Edmunds, basandosi sulle visite al suo sito, l’intenzione d’acquisto è andata giù dell’11% dalla media di Giugno, prima che iniziasse il programma ‘cash-for-clunkers’.

Tutto già visto e previsto: gli incentivi alla rottamazione sono pannicelli e acqua calda i cui risultati possono esaltare solo gli ottimisti di professione, perchè anticipano e concentrano in un breve periodo gli acquisti che altrimenti verrebbero rimandati di mesi ma non fanno terminare lo sciopero dei consumatori. Ora non resta che aspettare di vedere quanto ha inciso il cash-for-clunkers sulle future vendite. Non occorre essere profeti di sventura per intuire che probabilmente l’industria dell’auto conoscerà da Settembre il peggiore ciclo di vendite dopo la crisi dei primi anni ’70.

Le notizie che le borse non vorrebbero sentire

Il Wall Street Journal ci informa che il fondo della Federal Deposit Insurance Corp.(FDIC) che garantisce più di 4.500 miliardi di dollari (o se preferite 4,5 trilioni) depositati nelle banche americane, è sceso a 10,4 miliardi alla fine di giugno, a seguito delle continue difficoltà incontrate dal settore bancario alle prese con il deteriorarsi dei crediti e il sostegno dato dalle autorità regolatrici nel tentativo di mettere ordine nel caos.

Il livello del fondo di garanzia, il più basso dai tempi della crisi delle Casse di Risparmio americane, assicura quasi certamente un nuovo intervento del governo a sostegno del settore bancario con le risorse necessarie per ricapitalizzare le sue riserve. L’amministrazione potrebbe anche chiedere un prestito di 100 miliardi al dipartimento del Tesoro, ma finora hanno evitato questa opzione.

“La FDIC è stata specificatamente creata per tempi come questi” dice il presidente della FDIC Sheila Bair. “Non importa quanto impegnativa è la situazione, la FDIC ha larghe risorse per continuare a proteggere i depositanti come abbiamo fatto negli ultimi 75 anni.” Il fondo a garanzia dei depositi ha raggiunto il suo massimo con 45 miliardi di dollari un anno fa.

La FDIC dichiara di avere 416 banche nella sua lista dei “problemi” alla fine del secondo trimestre, in crescita rispetto alle 305 della fine di marzo. Le banche sulla lista dei problemi sono considerate a più alto rischio di fallimento e sottoposte a una più stretta sorveglianza dei regolatori. L’agenzia afferma che il totale degli asset delle banche nella lista dei problemi sono pari a quasi 300 miliardi di dollari, il che suggerisce che sia Citigroup che le altre più grandi banche, restano fuori dalla lista non perchè – aggiungo io – non abbiano problemi ma perchè, essendo “troppo grandi per fallire”, questi restano direttamente in carico al governo e al Tesoro.

La FDIC nel suo rapporto trimestrale dice che il settore ha dichiarato un aggregato netto di perdite di 2,7 miliardi di dollari nel secondo trimestre, soprattutto dovute all’incremento dei costi per i cattivi crediti. Questa è un’inversione di tendenza rispetto al primo trimestre in cui le banche erano tornate a fare leggeri profitti, e dimostra che le banche hanno ancora molto lavoro da fare prima di risolvere i loro problemi, ammonisce il WSJ.

La FDIC rivela anche che i debitori rimangono indietro con i pagamenti a livelli record e in tutti i più diffusi tipi di prestiti. I prestiti con almeno 90 giorni di arretrato sono saliti per 13 trimestri consecutivi mentre la percentuale di prestiti con almeno tre mesi di insolvenza sono saliti al 4,35%, il più alto livello da quando la FDIC ha iniziato a rilevare questo dato 26 anni fa.

L’area maggiormente problematica continua ad essere quella relativa alle proprietà immobiliari, suggerendo al WSJ di ammettere, bontà sua, che il mercato immobiliare deve essere ancora sotto stress nonostante qualche recente buona notizia. Secondo la FDIC i mutui residenziali con almeno 90 giorni di morosità sono saliti al 12,7% nel trimestre, i mutui edilizi e di valorizzazione delle aree con almeno 3 mesi di morosità sono cresciuti al 16.6%.

Le banche hanno risposto ai problemi del credito svalutando i propri asset a un ritmo record e continuando ad aumentare le proprie riserve. Le banche hanno aggiunto 16,8 miliardi di dollari alle loro riserve per perdite su crediti durante il secondo trimestre, svalutando 48,9 miliardi. Il tasso netto annualizzato delle svalutazioni ha raggiunto il 2,55% nel trimestre, toccando il precedente record, quando le banche avevano svalutato anche le sofferenze per le carte di credito.

Nonostante le banche mettano da parte fondi per coprire le perdite, il deterioramento dei prestiti in essere continua a superare la capacità delle banche di raccogliere fondi. La FDIC dice che le banche nel secondo trimestre avevano solamente il 63,5% di riserve per ogni dollaro di prestiti con almeno 3 mesi di morosità, il più basso livello a partire dal terzo trimestre del 1991.

E questa sarebbe la stabilizzazione di cui parla Bernanke? Il sistema bancario è in grado dsvvero di camminare sulle sue gambe? Dal rapporto della FDIC non si direbbe, ma, per saperlo, non dovremo aspettare a lungo, l’autunno si avvicina.

Non dire gatto finchè non l’hai nel sacco

Continua a crescere il tasso di insolvenza sui mutui casa. Secondo Equifax credit bureau nel mese di luglio le insolvenze sono passate dal 7,23 per cento di giugno al 7,32. I dati di Equifax non sono comparabili con quelli della MBA diffusi pochi giorni fa e relativi al secondo trimestre ma indicano comunque una tendenza alla crescita delle insolvenze, il cui picco è previsto per la fine del 2010 e soprattutto…

Rising unemployment continues to make more Americans miss their mortgage payments, a negative sign for the U.S. housing market that has lately enjoyed strong data on sales, prices and mortgage applications.

Già, la crescente disoccupazione fa saltare il pagamento delle rate di mutuo di un numero sempre maggiore di americani, un segno negativo per il mercato immobiliare che pure ultimamente aveva festeggiato per i buoni dati su vendite, prezzi e richieste di mutuo.

Fed e governo americani hanno inondato il sistema con migliaia di miliardi di dollari, e come loro più silenziosamente l’hanno fatto quasi tutti (non certo l’Italia dove a quanto pare si è scelto il decorso naturale della malattia fino al suo stadio finale…) i maggiori paesi industrializzati della terra, ma l’unico effetto sortito è stato quello di provocare un’erezione al moribondo e l’ennesima bolla dei mercati azionari, dove si sono riversati i fiumi di liquidità a basso costo nelle mani di banche e istituzioni finanziarie. L’economia vera ha tratto beneficio solo dal ciclo delle scorte di magazzino e degli incentivi a termine erogati dai governi (vedi a fondo pagina la tabella relativa agli incentivi alla rottamazione negli Stati Uniti), non certo da una impossibile ritorno dei consumi.

Sono infatti questi due ultimi elementi (ciclo scorte e incentivi) ad aver provocato quei segnali di ripresa e di crescita dei PIL di alcuni paesi che fa gridare a tutti gli imbecilli che il peggio è passato e stiamo uscendo dalla crisi. Ma se depurassimo i dati positivi dagli aiuti e dagli stimoli governativi ci renderemmo conto che non ci troviamo di fronte a una ripresa sostenibile. Cosa succederà a settembre quando i deboli effetti degli stimoli termineranno? Se continua la crescita della disoccupazione e della povertà, e continuerà anche nel 2010, come è pensabile che riprenda quel circolo virtuoso(?) che possa smaltire la sovraproduzione mondiale? No, il peggio deve ancora arrivare se ci si limita solo a drogare un sistema che dovrebbe invece cambiare dalle fondamenta.

NOTA: Le colonne sono selezionabili – clicca sulle colonna di testa: State (include distretti e territori), Clunker dollars (dollari erogati per la rottamazione), Population, Dollars per person

http://cr4re.com/clunker.html

Una poltrona tutta per Ben

Quello che ha combinato veramente Ben Bernanke, insieme al suo predecessore Greenspan, ce lo spiega molto bene, come al solito, Icebergfinanza. Dire che assomiglia tanto a quei piromani che danno fuoco al bosco e poi si uniscono ai pompieri, potrebbe sembrare eccessivo, ma rende l’idea.

Ora quelli che amano i barbuti o i teneri orsacchiotti di peluche gioiscono e si congratulano con colui che sembra averci salvato dalla fine del mondo oppure, come dicono i commentatori più prudenti, solo dal ritorno della barbarie e magari dal cannibalismo.

Purtroppo, per chi non lo sapesse, mentre spegneva il fuoco, il buon Ben ha sparso in giro gli inneschi per il prossimo incendio. Anche se il mondo, a quanto pare, si è risparmiato comunque un “Larry Summers che ci spiega perchè le donne non sono abbastanza sveglie per dirigere una banca oppure il vecchio Paul Volcker che tira giù i pantaloni a Summers durante le audizioni del Congresso”.

Che fa oggi il mercato?

Nonostante qualche instabilità dei titoli petroliferi causata da una diminuzione dei prezzi del carburante l’indebolimento è stato moderato e non si è diffuso agli altri settori. Alcuni dei maggiori titoli industriali hanno raggiunto i migliori livelli dal picco di Luglio. Il Dow Jones guadagna lo 0,8%.

Il Wall Street Journal commentava così l’andamento del mercato il 25 agosto 1930. Ed oggi che fa la borsa? Oggi fa la rima baciata:

Le azioni si sono mosse più in alto, aiutate da positive notizie economiche ma frenate da vendite del greggio che hanno pesato sul settore energetico. Il Dow Jones sta guadagnando lo 0,48%.

La zona grigia

Paul Krugman via The Economic Populist:

“Noi abbiamo un problema di terminologia in quanto di solito parliamo o di economia in recessione o in ripresa. Ovvero siamo all’inferno o in paradiso. Il guaio è che in questo momento siamo in purgatorio. Oggi siamo in una situazione in cui quasi sicuramente il PIL sta crescendo; quasi sicuramente la commissione che decide il ciclo economico (Krugman si riferisce alla NBER. N.d.R.) alla fine dichiarerà che la recessione è finita questa estate. Ma quasi sicuramente noi stiamo anche perdendo ancora posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione continuerà a crescere. Per questo siamo nell’infame stato del “jobless recovery” (ripresa che non produce un aumento dell’occupazione. N.d.R.).”

E dal suo blog, The Conscience of a Liberal:

Non credo che quello attraverso cui stiamo passando siano delle buone notizie, ma il PIL sta quasi sicuramente crescendo, perciò la recessione, così come convenzionalmente considerata, è finita. Ma l’attuale situazione non è affatto migliore – anzi è davvero peggiore – di quanto pensassi quando sostenevo che il piano economico di Obama fosse inadeguato. L’economia non sta recuperando nell’area più cruciale, la creazione di posti di lavoro, e lo stimolo non sarà sufficiente a restituirci la prosperità.

Collateral parmesan

Tutto il mondo della finanza anglosassone è rimasto colpito da un’intervista del Guardian a Gianni Zonin dove il famoso vignaiolo nonché presidente della Popolare di Vicenza, spalleggiato dal ministro Zaia, esprime quella che dovrebbe essere un’idea geniale e “originale”, ovvero prestiti garantiti da vini pregiati, formaggi e prosciutti invece che da collaterali. L’imprenditore-produttore darebbe i suoi prodotti in custodia alla banca, che li conserverebbe nei propri locali, a garanzia della restituzione del credito.

Mathew Katz su Planet Money immagina addirittura di entrare nel caveau di una banca imbottito di vini, prosciutti e formaggi, ma devo deluderlo. Niente sotterranei blindati ma capannoni e magazzini climatizzati ed attrezzati alla stagionatura e alla conservazione dei prodotti. L’idea poi non è nuova ed era praticata sin dalla notte dei tempi. In epoche più moderne, nel ventennio fascista, venne fondata addirittura una banca alla bisogna, la Banca Nazionale dell’Agricoltura, una creatura di Benito Mussolini e del conte Auletta Armenise, con magazzini di stoccaggio in varie località parmigiane e ferraresi.

Piuttosto c’è da notare che anche allora fu una risposta alla crisi del credito e alla recessione durante la Grande Depressione, e che andando avanti di questo passo potremmo tornare all’epoca del baratto. Io comunque una domanda me la pongo sul serio: cosa succederebbe se anche i formaggi andassero a male e si rivelassero “tossici”?