Tigre di carta

“Io penso che il peggio sia passato”, mentre il presidente cinese Hu Jintao “è convinto che siamo ancora nel mezzo della crisi” ha affermato oggi Silvio Berlusconi durante il Forum Italia-Cina, cui ha partecipato anche il presidente della Repubblica popolare cinese.

Il nostro premier però non ha detto che dovrebbe essere tappata la bocca anche al presidente cinese così come ha proposto per i giornali e le istituzioni disfattiste. Sarà mica perchè è un comunista in carne ed ossa?

Regolamentazione, anche la Svezia scende in campo

La Svezia proprio nel giorno in cui inizia il suo semestre alla presidenza dell’Unione Europea si schiera in difesa degli hedge fund e delle società di private equity, entrando a gamba tesa nel dibattito sulle riforme del settore finanziario, fortemente volute da Francia e Germania.

«C’è un timore eccessivo che i fondi di private equity portino con sé rischi esagerati – ha affermato il ministro delle finanze di Stoccolma Mats Odell – . Ma a scatenare la crisi non sono state né le società di private equity né gli hedge funds. In alcuni Paesi, tuttavia, il dibattito politico ha dipinto questi ultimi come la causa del problema. Non intendo dire che i fondi private equity e gli hedge non vadano regolati ma ritengo che il nostro obiettivo sia quello di regolamentare il settore, non quello di ucciderlo».

La presa di posizione di Stoccolma sancisce definitivamente la prevista spaccatura creatasi in Europa tra i sostenitori della linea dura, Germania in testa, e i promotori di una regolamentazione più leggera guidati idealmente dalla Gran Bretagna. In un discorso pronunciato a Berlino, il ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrück ha apertamente accusato Londra di voler opporre resistenza ai propositi regolamentari dell’Unione nel timore di veder scemare la sua posizione di leadership nel mercato finanziario continentale.

Ma come stanno veramente le cose? Scrivevo in tempi meno sospetti, il 25 febbraio scorso (La banda degli onesti), in occasione di un vertice a Berlino in cui gli hedge fund furono chiamati in causa come tra i maggiori imputati dell’attuale disastro finanziario:

Ben venga una maggiore regolamentazione, ma sono davvero gli hedge fund responsabili della profondità di questa crisi? Che fossero presenti sulla scena del delitto, comprando e vendendo titoli tossici, è provato, ma sicuramente il loro ruolo è stato minore di quello delle tanto “regolamentate” banche americane ed europee.

Naturalmente molti hedge fund sono stati chiusi negli ultimi sei mesi, ma nessuno di essi ha mancato di restituire alle banche i prestiti ricevuti. Non ce n’è stato un sol caso. E allora? Allora quale occasione migliore di questa crisi per mettere le mani sul malloppo?

Profumo di deflazione

Ieri non c’e stato solo lo spietato dato sulla disoccupazione a fare paura. Paul Krugman con questo grafico, che mostra la variazione percentuale delle retribuzioni negli ultimi tre mesi, espressa su base annuale, ci invita a tenere a mente che solitamente l’inflazione sale al di sotto del valore della variazione percentuale delle retribuzioni, grazie alla crescita della produttività. Perciò in realtà ci stiamo muovendo verso uno scenario giapponese da deflazione.

Complotto svizzero

(ASCA) – Roma, 3 lug – Credit Suisse conferma il rating di Underperform sul titolo Mediaset (Milano: MS.MI) e riduce il target price da 4 a 3,10. Gli analisti hanno invece alzato il rating sull’intero settore europeo dei media, portandolo da Underweight a Overweight, “ma ritieniamo che Mediaset e JCDecaux siano titoli particolarmente vulnerabili”, è scritto nel report. Ieri Mediaset ha reso noto un calo della raccolta pubblicitaria del 12-13% nel primo semestre di quest’anno.

No, il peggio deve ancora arrivare

Annunciati ieri dai dati del declino dell’occupazione nel settore privato sono arrivati oggi quelli dell’occupazione forniti dall’Agenzia federale del lavoro, che hanno gettato nello sconforto coloro che vedono germogli verdi dappertutto e ovviamente le borse.

Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono calate a 614mila unità negli Stati Uniti, ma meno delle attese che vedevano una discesa a 605mila unità.

Cattive notizie anche dal rapporto sul mercato del lavoro di giugno, con un tasso di disoccupazione, che pur non essendosi spinto al 9,6% messo in conto dagli operatori finanziari, è arrivato al 9,5%, il livello più alto degli ultimi 25 anni.

Ancor più deludente l’indicazione di nuovi posti di lavoro, visto che il mese scorso ne sono stati persi 467mila, ben oltre i 375mila previsti dagli analisti. Un dato che segnala un peggioramento rispetto alla lettura di maggio, rivista al rialzo da -345mila a -322mila unità.

L’economia a stelle e strisce ha perso finora 6 milioni e mezzo di posti di lavoro da quando è partita la recessione, nel dicembre del 2007. Particolarmente colpiti il settore manifatturiero, quello dei servizi professionali e delle costruzioni.

Notizie che fanno il paio con quelle di ieri sul settore immobiliare che vede una lieve crescita delle vendite di case esistenti (ma sappiamo già che un’ampia percentuale è rappresentata da vendite all’asta spesso a prezzi irrisori), accompagnata dalla mancata ripresa nelle vendite delle nuove che, a sua volta, spiega bene l’ennesimo calo dello 0,9 per cento della spesa per costruzioni e il vero e proprio crollo delle richieste di mutui di rifinanziamento, scesi del 30 per cento.

Un mixer di informazioni che confermano che la strada verso la ripresa economica è ancora lunga e il peggio deve ancora arrivare. Non ci sarà ripresa a livello mondiale senza ripresa del mercato immobiliare americano e fintantochè la disoccupazione continuerà a crescere. Hanno una bella faccia tosta i nostri governanti a ripetere la formula esorcistica “il peggio è alle nostre spalle” e a minacciare l’informazione rea di deprimere i consumatori dicendo loro la verità.

A ricordarcelo nel giorno in cui l’Istat pubblica i disastrosi dati dei nostri conti pubblici, è anche l’Economist che dedica un articolo all’Italia in cui si evidenzia che l’insistenza con cui Berlusconi continua a proclamare che nel nostro Paese la recessione non sarà né così severa né così prolungata come in qualunque altro paese, potrebbe rivelarsi un boomerang.

Berlusconi – scrive l’Economist – si trova ad affrontare molti scandali in casa, ma il più grande è il suo rifiuto di accettare la portata delle difficoltà economiche dell’Italia che evidenzia la contraddizione tra le affermazioni del premier e la realtà economica. Se il piano è di compensare la perdita di esportazioni fregando i consumatori italiani facendoli spendere di più, è un piano rischioso, sia per il governo che per il Paese, afferma l’Economist, puntualizzando che Berlusconi “ha già un problema di credibilità in casa riguardo la propria vita privata”.

La nozione che l’Italia, che ha alle spalle 20 anni di “under performance”, eviterà l’intero impatto della recessione è fantasiosa. Inoltre insistendo che non c’è nulla che non va – conclude il settimanale economico – Berlusconi e Tremonti si stanno anche lasciando scappare l’opportunità di cominciare quelle riforme che non solo farebbero correre la ripresa dell’economia, ma migliorerebbero realmente la produttività dell’Italia e le finanze pubbliche.

Parole equilibrate che in un paese normale dovrebbero far riflettere ma che in una nazione trasformata in un immenso Bagaglino a cielo aperto dove un banchiere le cui capacità sono universalmente riconosciute viene bollato come un pericoloso disfattista e qualsiasi voce fuori dal coro viene iscritta d’ufficio a qualche quotidiano complotto della sinistra, tra balletti di veline ed escort, incapperanno sicuramente nell’anatema del capocomico e liquidate come spazzatura comunista.

Scriveva Nassim Nicholas Taleb in un recente articolo (vedi etichette) che a gente che guida bendata un autobus scolastico e l’ha fracassato non dovrebbe mai essere dato un nuovo autobus. Noi non solo gliene abbiamo dato un altro ma ad ogni incidente lo premiamo aggiungendo punti alla patente. Come potremo mai evitare la catastrofe?

Votantonio

Bufera nel Partito Democratico contro la Serracchiani che viene criticata anche per aver spiegato di preferire Franceschini perché «più simpatico». Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, ironizza: «Anche Totò e Tina Pica erano simpatici, sarebbero stati un ticket straordinario».

Parole sante: non ci sono dubbi che Totò e Tina Pica sarebbero più credibili dei due attuali candidati alla Segreteria.

Inchieste sospette

Un’accuratissima (all’apparenza) inchiesta del Wall Street Journal ci rende edotti, con dovizia di dati, cifre e grafici, di come e di quanto il settore finanziario abbia tagliato le proprie spese lobbistiche nel corso del 2008 e nei primi mesi del nuovo anno.

Per la precisione, nei primi tre mesi del 2009, ci dice il giornale online, il settore finanziario ha speso 104.7 milioni di dollari per le sue attività lobbistiche nei confronti del Congresso e dell’amministrazione Obama, l’8% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Il WSJ individua le cause di questo calo nella stretta a cui Obama prevede di sottoporre le banche mettendole sotto il ferreo(?) controllo(?) della Fed e nella caduta di immagine patita dalle istituzioni finanziarie presso politici e pubblico. Politici che però per parte loro hanno continuato ad incassare, nello stesso periodo, 19,9 milioni di dollari, andati per il 60% ai democratici, che hanno visto salire esponenzialmente la loro quota dal 54% del 2007 e dal 43% del 2005.

Con tutto il rispetto per la bibbia di Wall Street, dati e grafici potrebbero avere però una lettura più maliziosa, così come l’assenza di Goldman Sachs dalla categoria. Se guardiamo al grafico (cliccare sull’immagine per ingrandirla) noteremo che le entità nazionalizzate hanno ridotto a zero la loro spesa, le altre in proporzione inversa ai contributi pubblici ricevuti.

Oltretutto che bisogno avrebbero i banchieri di elargire contributi quando ormai, al di là delle sceneggiate sulle Grandi Riforme dei mercati finanziari, hanno il controllo del governo stesso? Se poi c’è bisogno di oliare il Congresso e di rinsaldare la compattezza delle truppe cammellate, bastano pochi spiccioli. E la curva del grafico è in leggera risalita. Come mai il Wall Street Journal non nota questi verdi germogli di speranza?