Bernanke nel cestino

Beh, oggi avevo scritto un articolo, ma poi mi sono accorto che le mie stesse considerazioni le ha svolte meglio di me Marco Sarli nel suo pezzo quotidiano, di cui condivido anche le virgole.

Non mi rimane che anticipare la chiusura estiva del blog o invitare Marco a prendersi delle meritatissime ferie.

Tiramisù

Ovvero cosa succede quando le si provano proprio tutte per tirare sù un mercato tenuto artificialmente in vita manipolando dati e scorgendo germogli verdi anche tra le erbacce già bruciate dal sole infuocato di questa caldissima estate.

Giovedì scorso, nonostante il solito dato macroeconomico meno peggiore dello zero virgola zero rispetto a quanto previsto dal più pessimista degli analisti, le borse sino ad un’ora dalla chiusura erano in territorio negativo. Ecco allora i media accorrere in soccorso con una notizia che ha l’effetto di rianimare il moribondo: Nouriel Roubini, l’economista americano che per primo previde la crisi finanziaria e che è sempre stato scettico sulle possibilità di un superamento rapido della recessione, a quanto pare comincerebbe a vedere rosa.

A Roubini con un abile montaggio viene fatto dire in un’intervista apparsa sulla CNBC: «Credo di poter dire che abbiamo passato il momento peggiore, o per lo meno che siamo molto vicini all’inversione di tendenza. Sia in termini economici che finanziari le condizioni possono volgere al miglioramento, anche se la recessione continuerà fino alla fine dell’anno». Tutto rigorosamente virgolettato e ripreso anche da Bloomberg che sottolinea come le dichiarazioni di Roubini hanno contribuito a infondere ottimismo negli analisti e nel mercato, spingendo Wall Street al rialzo.

Peccato che non fosse vero niente, o meglio quelle frasi erano state estrapolate da un contesto dando loro un diverso significato. Tanto è vero che è dovuto intervenire Nouriel Roubini in persona con un comunicato stampa che ha rimesso le cose a posto e tutti i puntini sulle i.

Naturalmente le autorità di borsa si guardano bene dall’intervenire e dall’andare a vedere cosa stia succedendo in un mercato ormai ridotto a una bisca a cielo aperto e facilmente manipolabile dati i bassi volumi di scambio. Anche attraverso l’informazione, distorcendo dati e notizie come sta avvenendo per i risultati delle trimestrali o semplicemente ignorandoli come ad esempio il collasso delle esportazioni nei primi sette paesi industrializzati del mondo.

Attenti ai rimbalzi

Quel mattacchione di Paul Krugman ci ricorda che i davvero terribili dati di inizio anno avevano molto a che fare con le scorte di magazzino: gli imprenditori hanno deciso di avere troppe merci nei magazzini e perciò hanno tagliato la produzione ben al di sotto delle vendite finali.

Correlativamente, i germogli verdi che abbiamo visto sono dovuti a una rilevante conseguenza della fine di questo processo di destoccaggio. Il punto è, si chiede Krugman, quant’è cambiata la sopra esposta situazione? Stiamo vedendo oggi qualcosa di più di quel rimbalzo dovuto alla ricostituzione delle scorte di magazzino che la maggior parte di noi si aspettava, per l’appunto, dopo tre o quattro mesi?

Jan Hatzious, economista di punta della Goldman Sachs, è scettico. Le ultimissime notizie che ci fornisce suggeriscono che la domanda finale non sta andando da nessuna parte: tutte le linee del grafico si muovono da inizio anno lateralmente e non mostrano una ripresa ma una recessione a forma di L.

Banche di sabbia o castelli di carte?

Dopo i “ricchi” risultati trimestrali di Goldman Sachs e JPMorgan arrivano quelli meno brillanti, ma meno del previsto, di Citigroup e Bank of America. Anche qui il trucco c’è e si vede, sebbene gli analisti e le borse facciano finta di non vederlo.

Citigroup ha conseguito un risultato netto di 4,3 miliardi di dollari, in deciso recupero rispetto alla perdita netta di 2,5 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno. Ma la banca è riuscita a realizzare una simile performance grazie ad un’entrata straordinaria di 6,7 miliardi di dollari derivante dalla vendita della divisione Smith Barney a Morgan Stanley. Se i numeri non sono un’opinione, Citigroup, senza questa cessione avrebbe riportato esattamente la stessa perdita dello scorso anno.

Invece gli utili netti di Bank of America nel secondo trimestre, calcolati tenendo conto dei dividendi pagati al governo Usa per i suoi prestiti, calano del 5,9% a 3,2 miliardi di euro (33 cent ad azione). Il risultato è superiore ai 28 cent attesi dagli analisti. Ma anche in questo caso non è tutta farina del suo sacco dato che la crescita del fatturato deriva dalla fusione con Merril Lynch.

Per i risultati di Goldman Sachs e JPMorgan vi rimando ai recenti post di Marco Sarli, che, tra l’altro ci ricorda che

…la maggior parte degli utili vengono dalla cosiddetta attività di trading, quell’attività che consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa sia valutabile…

Insomma, come prima, più di prima, si continua a giocare in un mondo di carta, come se nulla fosse mai successo, in attesa del prossimo crash. O, per dirla alla Robert Reich, i due giganti troppo grandi per fallire, rimasti gli unici padroni del Casinò, giocano a poker con le fiches fornite dai contribuenti americani e stabilendo in proprio le regole del gioco.

Lamberto Cuor di leone

Il presidente della Consob, Lamberto Cardia, nella sua relazione annuale, veste i panni del moralizzatore: ha reclamato maggiore trasparenza e correttezza in tutti i settori finanziari, ha stigmatizzato le società calcistiche (un errore la quotazione) e ha lanciato l’allarme per le piccole e medie imprese strangolate dalle restrizioni del credito.

C’è da chiedersi, dove si fosse nascosto, il fustigatore, nelle scorse settimane – se non vogliamo tornare indietro a casi più antichi e clamorosi -, quando sono stati manipolati, con la complicità della Consob, i corsi di borsa in occasione dell’aumento di capitale di SEAT, Pirelli RE e Tiscali, a danno degli azionisti di minoranza e del parco buoi.

Le grida poi sul credit crunch che starebbe affossando la piccola impresa hanno un qualcosa di surreale. Ma in questo Cardia è in buona compagnia: il tiro al banchiere sembra diventato lo sport nazionale in cui si cimentano tutti, dal governo alla Marcegaglia.

Per una volta fatemi però spezzare una lancia a difesa dei banditi che, alle prese con un incremento esponenziale di incagli e sofferenze che fanno traballare i loro bilanci, non allentano i cordoni della borsa. Come pretendere che tirino fuori i soldi senza garanzie con questi chiari di luna?

Diciamola tutta. Le banche avranno le loro colpe e saranno pure arretrate, ma il governo quali politiche ha messo in campo per stimolare la ripresa e cosa ha messo in concreto a sostegno delle piccole e medie imprese? Nulla. La realtà è che si cercano sempre alibi e capri espiatori dietro i quali nascondersi: e ora chi meglio delle banche può prestarsi a vestire i panni del colpevole?

(Grafico tratto dall’edizione cartacea di Repubblica del 10-07-2009)

Questione morale: due pesi e due misure

Secondo il senatore Ignazio Marino, candidato alle primarie del Pd, l’arresto di Luigi Bianchini, già coordinatore di un circolo del Pd di Roma e accusato di essere l’autore di diversi stupri nella capitale, riporta all’attenzione il tema della questione morale. E solleva pesanti obiezioni sui criteri di selezione dei dirigenti locali. Parole, le sue, che non piacciono a Dario Franceschini e alla dirigenza del partito: “Da segretario ho il dovere di respingerle – dice il leader dei democratici – offende migliaia di iscritti”. E Bersani: “Cose del genere non le pensa di noi nemmeno il nostro peggiore avversario”.

Forse a qualche anima candida verrà spontaneo chiedersi come abbia fatto il nuovo Girolimoni ad arrivare a coordinare un circolo senza nemmeno sapere chi fosse, che cosa avesse fatto nella vita, se davvero fosse in grado di guidare un circolo, anche dal punto di vista morale, visto che era stato già arrestato e condannato anni fa per un tentato stupro. Eppure perchè scandalizzarsi tanto se è vero che un pluri inquisito per reati di corruzione, sospettato di pedofilia, frequentatore e anfitrione di festini a base di prostitute, ricopre, impunito, addirittura una delle più alte cariche dello Stato?

La ripresa che non verrà

Robert Reich, economista della University of California a Berkeley, già Ministro del Lavoro durante il primo mandato Clinton, non vede una ripresa all’orizzonte nè crede che potremo mai tornare ai precedenti livelli di benessere. Occorre una nuova economia per uscire dalla crisi.

I cosiddetti “germogli verdi” della ripresa si stanno incenerendo al cocente sole dell’estate. Di fatto tutto il dibattito sul quando e come inizierà una ripresa è mal formulata. Da una parte ci sono i sostenitori della crisi a forma di V che guardano indietro alle precedenti recessioni e concludono più rapidamente scende un’economia e più rapidamente essa torna in carreggiata. E poichè questa economia è precipitata repentinamente, si aspettano che torni in vita rapidamente l’anno prossimo. Da qui la forma a V.

Sfortunatamente, i sostenitori della crisi a forma di V guardano indietro alle recessioni sbagliate. Focalizzatevi su quelle che sono iniziate con l’esplosione di una gigantesca bolla speculativa e vedrete solo lente riprese. La ragione è che il valore degli asset quando toccano il fondo sono così bassi che la fiducia degli investitori recupera solo gradualmente.

E’ qui che entrano in gioco i più lucidi sostenitori della forma a U che prevedono un recupero più graduale, in quanto gli investitori tornano più lentamente con prudenza nel mercato.

Personalmente non sto con nessuna delle due fazioni. In una recessione profonda come questa, la ripresa non dipende dagli investitori. Dipende dai consumatori che, oltre tutto, rappresentano il 70% dell’economia americana. E questa volta i consumatori sono stati colpiti davvero duramente. Finchè i consumatori non ricominciano a spendere, vi potete dimenticare qualsiasi ripresa, a forma di V o U che sia.

Il problema è che i consumatori non riprenderanno a spendere finchè non avranno soldi in tasca e non si sentiranno ragionevolmente tranquilli. Ma ora non hanno denaro, ed è difficile vedere da dove potrà venire. Non possono indebitarsi. Le loro case valgono una frazione di quanto valevano in precedenza, perciò dite addio a mutui e rifinanziamenti. Uno su dieci proprietari di case è sott’acqua — avendo debiti sulla casa per un valore superiore a quello della casa. La disoccupazione continua a salire, e il numero delle ore lavorate continua a diminuire. Quelli che possono risparmiano. Quelli che non possono resistono, come è inevitabile.

Alla fine i consumatori cambieranno le loro auto e gli elettrodomestici usurati, ma una ripresa non può basarsi sul ricambio. Non aspettatevi molti più commerci senza tanti consumatori desiderosi di nuovi prodotti. E non contate sulle esportazioni. L’economia globale si stà contraendo.

La mia previsione, allora? Non una V, non una U. Ma una X. Questa economia non riesce a tornare in carreggiata perché la strada sulla quale siamo stati per anni — caratterizzata da salari medi piatti o in diminuzione, debito dei consumatori montante, e crescente insicurezza, per non parlare dell’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera — semplicemente non può più essere percorsa.

La X segna una strada nuova di zecca — una nuova economia. A cosa assomiglierà? Nessuno lo sa. Tutto quello che sappiamo è che l’attuale economia non riesce a “recuperare” perché non può tornare al punto in cui era prima di schiantarsi. Perciò invece di domandarci quando inizierà la ripresa, dovremmo chiederci quando e come inizierà la nuova economia.

Chi darà la triste notizia al nostro premier e al biblico Tremonti?

Stimoli e panico da inflazione

Si prepara un’aspra battaglia tra gli economisti (molti) contrari al secondo piano di stimoli fiscali preannunciato dall’amministrazione Obama e i favorevoli (pochi) ad ulteriori stimoli all’economia. Tra questi ultimi non è un mistero che il premio Nobel Paul Krugman a suo tempo aveva detto che i 700 miliardi di dollari dello stimulus bill erano pochi ed arrivavano tardi per scongiurare una recessione che acquista sempre più le forme e le caratteristiche della lost decade giapponese.

Secondo i primi, preoccupati per la crescita del debito pubblico e una ripresa dell’inflazione, bisognerebbe aspettare ancora che il piano di aiuti già varato dispieghi completamente i suoi effetti e danno per scontato che il tasso di disoccupazione si fermerà nel giugno del 2010 al 10% per poi scendere al 9.5% entro la fine dell’anno.

Per i secondi, Krugman in testa, è illusorio pensare che il tasso di disoccupazione non sfondi già dai prossimi mesi il 10% in quanto gli stimoli fiscali dispiegano il loro effetto su un lasso più lungo di tempo e il rischio è che la situazione si avviti nella spirale disoccupazione – calo dei consumi e della produzione – disoccupazione andando fuori controllo e aggravando la recessione. Per Krugman il rischio è la deflazione e non l’inflazione. Siamo nella trappola della liquidità.

Nel frattempo, polemizzando con chi vede segnali d’inflazione in ogni dato e grida “al lupo al lupo”, il nostro premio Nobel affila le armi e controbatte colpo su colpo. In questo caso a chi ha visto nel rialzo dei tassi a lungo termine di qualche settimana fa un’aspettativa dell’allargamento del deficit pubblico e dell’inflazione.

Over the course of the spring there was a substantial rise in long-term interest rates; it was fed partly by talk of green shoots, but also, I suspect, by all the yelling about deficits and inflation. And, of course, the rise in rates was itself taken as evidence that inflation fears etc. were justified.

But the panic seems to be subsiding. Rates are still well above their post-Lehman lows, when credit markets were completely frozen and everyone was piling into govt. debt. But they’re low by historical standards, and not giving much ammunition to the worriers these days.

Sì, nel corso della primavera c’è stata una consistente crescita del tasso d’interesse a lungo termine; in parte dovuta ai discorsi della Fed sui germogli verdi, ma anche, sospetta Krugman, agli allarmi sul debito e l’inflazione. E naturalmente l’aumento dei tassi è stato visto di per se stesso come una prova che la paura dell’inflazione era giustificata.

Ma il panico sembra scemare. I tassi sono ben al di sopra dei minimi toccati dopo il fallimento Lehman, quando il mercato del credito rimase completamente congelato e tutti accumulavano denaro pubblico. Tuttavia (i tassi) rimangono al di sotto degli standard storici e in questi giorni non forniscono molte munizioni ai “preoccupatori” di professione.

Update. Stamattina devo aver azzeccato l’argomento perchè vedo che lo stesso Krugman interviene sul fatto che la maggior parte degli analisti economici che fanno previsioni sono contrari a nuovi stimoli. La ragione, secondo Krugman non è che questi economisti vedono una ripresa dell’economia, anzi descrivono una situazione desolante. Non dicono che tutto è OK, non dicono che non sarebbero necessari altri stimoli, dicono solamente che a loro non piacciono gli stimoli. Non c’è da sorprendersi, secondo Krugman: sono economisti che si occupano di affari e in genere anche conservatori.

Gira il mondo gira

Mentre procede, a nostre spese, l’inutile villeggiatura dei grandi della terra in quel di Coppito (anche Gheddafi si è attendato nella caserma), Berlusconi con il fido Vespa finiscono, loro malgrado – ma come poteva essere diversamente per personaggi le cui gesta rivaleggiano con quelle di Gianni e Pinotto -, nel bel mezzo di un increscioso episodio di spionaggio (articolo per gli abbonati).

Ma il mondo, come dice la vecchia canzone, non si ferma e continua a girare come sempre. Anche per la cosiddetta stampa libera che, almeno per ora, non da conto di quella che dovrebbe essere una notizia e che solo il Financial Times riporta. (Update: Repubblica oggi pomeriggio ha ripreso l’articolo del F.T.)

Se non altro i magnifici 8, dopo essersi accordati (forse) su un dimezzamento delle emissioni di CO2 per il 2050 (quando loro non ci saranno più e probabilmente nemmeno il petrolio e le industrie inquinanti, per cui meglio non darsi obbiettivi intermedi e più ravvicinati) hanno trovato l’unanimità sul giudizio della crisi da dare ai mercati in trepidante attesa della Verità: il peggio forse è passato ma rimangono in piedi grandi rischi che potrebbero ritardare la ripresa. Con il che anche il nostro premier si è iscritto al club dei menagrami.

Già, i verdi germogli non hanno dato i fiori e i frutti sperati, ma sono ancora sufficienti, nonostante tutti i dati macroeconomici comunque negativi – anche se alcuni rivisti in rialzo rispetto alle previsioni -, a tenere artificialmente in vita le borse, almeno finchè non saranno finite le ricapitalizzazioni dei grandi gruppi finanziari e industriali. Quando il barile sarà raschiato fino in fondo e il parco buoi sarà al completo la bolla potrà esplodere tranquillamente, si fa per dire, perchè tanto ce ne sarà pronta un’altra, magari quella alimentata dal debito pubblico.

Così di bolla in bolla si rinvia il problema, non si affrontano i nodi cruciali di questa crisi, si rimanda ai prossimi mesi, ai prossimi anni, alle prossime tempeste finchè non arriverà quella che spazzerà via tutto. Cresce la disoccupazione, calano i consumi, a sua volta continua a diminuire la produzione e con questa anche i salari e i posti di lavoro, in un circolo vizioso che si autoalimenta all’infinito e potrebbe essere spezzato solo attraverso una redistribuzione della ricchezza. Ma chi ha il coraggio di aprire quella pentola a pressione?

La Verità è figlia del tempo così come questa crisi è figlia del mercato immobiliare. E qui le cose vanno di male in peggio e le banche si trovano a dover affrontare nuove e sempre più pesanti problematiche. Il Wall Street Journal (anche questo per gli abbonati) si accorge ora che il mercato immobiliare americano sta fronteggiando una nuova pressione al ribasso dovuta al fatto che i detentori di bond emessi sui mutui subprime stanno inondando il mercato di case a prezzi molto più bassi di quanto le banche siano disponibili a vendere.

While nationwide figures are scarce, a review of thousands of foreclosures in the Atlanta area shows that trusts managing pools of securitized mortgages sold six times as many properties as banks during the six months ended March 31. And homes dumped by subprime bondholders sold for thousands of dollars less on average than bank-owned properties, the data show.

Experts say this is a bad omen for residential real-estate prices and homeowners trying to sell or refinance, because the fire sales, many to cover soured subprime loans, put downward pressure on the value of nearby homes. All of this undermines federal efforts to stabilize the housing market and revive the broader economy.

Mentre i dati a livello nazionale sono scarsi, sappiamo invece che ad Atlanta migliaia di procedure di vendite all’incanto mostrano che pool di società di cartolarizzazione dei mutui hanno venduto nei sei mesi precedenti fino alla fine di marzo almeno 6 volte tanto rispetto a quanto venduto dalle banche. E le case sono state vendute sottocosto dai possessori di bond sui mutui subprime per migliaia di dollari in media di meno rispetto a quelle di proprietà delle banche.

I soliti esperti, che accorrono sempre quando non c’è bisogno delle loro spiegazioni, dicono che questo è un brutto segno per i prezzi del mercato immobiliare residenziale e per i proprietari di case che cercano di vendere o di rifinanziare i mutui, in quanto le vendite all’incanto, molte delle quali fatte per coprire le perdite sui mutui, fanno crollare i prezzi delle case vicine. Tutto ciò, chiosa la bibbia di Wall Street, minaccia di rendere vani gli sforzi della Federal Reserve di stabilizzare il mercato immobiliare e di far riprendere più in generale l’economia.

Già, datemi una leva e vi solleverò il mondo. Una leva di debiti per un mondo di debiti.