Quando i dati sul Pil diventano un’opinione

Il Dipartimento del Commercio Usa ha reso noto che nei tre mesi da aprile a giugno l’economia a stelle e strisce si è contratta dell’1%, flessione meno marcata rispetto al -1,5% stimato in media dal mercato. Rullano i tamburi degli inguaribili ottimisti: la recessione è agli sgoccioli, strillano! Tuttavia, come sottolinea Beatotrader nel suo blog

– Il PIL del 1° trimestre è stato rivisto al ribasso da -5,5% a -6,4% con un peggioramento di -0,9%
– Il PIL del 2° trimestre batte le attese degli analisti che vedevano una discesa a -1,5%: la discesa è “solo” dell’1%. Le attese sono state battute dello 0,5%…ma quel -1% viene calcolato sul primo trimestre che è stato rivisto al ribasso dello 0,9%….Se la matematica non è un’opinione, traetene voi le conclusioni…

A ingarbugliare ancor più i dati e le analisi ci si mette anche lo stesso Dipartimento del commercio americano che, attraverso la BEA (Bureau of Economic Analysis), ha rivisto tutta la serie dei dati statistici riguardanti il Pil degli ultimi 80 anni, dal 1929 al 2009, dando luogo a sorprendenti risultati, come ci spiega Crossing Wall Street con dovizia di grafici.

Ad esempio il primo trimestre del 2008 prima considerato positivo con un +0.87%, ora diventa un meno 0.73%. La crescita del secondo trimestre del 2008 ora è stata tagliata quasi della metà e la contrazione nel terzo trimestre dello stesso anno è stato cinque volte peggiore di quanto a suo tempo si era pensato. Chiaro che questi nuovi dati dovrebbero determinare una diversa rilettura anche degli ultimi risultati e della crisi stessa. Ma tanto, che importa? Non siamo forse già usciti dalla Grande Recessione?

Don Emilio balla il samba

Il Santander, che viene tuttora considerato come uno dei gruppi bancari più solidi del mondo, dopo aver concluso indenne la scalata di Abn Amro, che vedeva in cordata anche Fortis e Royal Bank of Scotland, affondate poi nella tempesta perfetta, oggi sembra cominciare a perdere colpi, tanto che il suo presidente-padrone, Don Emilio Botin, mette in vendita il 15% dei suoi più preziosi gioielli di famiglia, quelli brasiliani.

L’unico vincitore di quella scalata fu il Santander che riuscì con una spesa di 15.6 miliardi dollari ad acquisire l’asset brasiliano di Abn Amro, il Banco Real, e a creare il più grande gruppo bancario in America latina, del valore di 30 miliardi di dollari, fondendolo con Banespa, sua sussidaria sudamericana. Oggi Santander opera in una posizione quasi di monopolio in molti paesi del sud America e fa specie che proprio ora Don Emilio metta in vendita il 15% dei suoi asset, perdendo il completo controllo sul 100% e spalancando la porta di casa alla concorrenza.

Molti commentatori presentano positivamente l’operazione che porterebbe nelle casse di Santander circa 4,5 miliardi di dollari che potrebbero poi permettere a Don Emilio di fare shopping in Sud America. Ma, come fa notare Felix Salmon, Santander ha già un monopolio in Cile, una posizione dominante in Argentina, Uruguay, Venezuela e Brasile, e non ha reali possibilità di quadagnare una quota di mercato in Messico dove i primi due player del paese sono saldamente posizionati. C’è qualche banca andina alla quale Botin potrebbe essere interessato? Forse, ma niente che potrebbe avvicinarsi al valore rappresentato da quel 15%.

One can only conclude that Santander needs this money to shore up its own capital base, and that it’s being done more out of desperation than out of any kind of strategic vision. And if Santander — one of the world’s strongest banks — is desperate for capital, one can only imagine what kind of state our weaker banks are in.

Come non essere d’accordo? Non si può che concludere che Santander ha bisogno di questi soldi per puntellare il proprio capitale di garanzia e che viene fatto più per disperazione che per qualsiasi altro tipo di logica strategica. E se Santander, una delle più solide banche al mondo, è in cerca disperata di capitali, possiamo immaginare in quale stato siano le altre banche.

Passaggio a Nord-Ovest

Secondo un recentissimo sondaggio del Wall Street Journal solo il 36% degli americani ritiene che Obama ed il Congresso dovrebbero preoccuparsi di rilanciare l’economia da subito anche se questo significasse un maggior debito pubblico, mentre il 59% pensa che dovrebbero puntare a mantenere sotto controllo il deficit anche se questo può voler dire ritardare la ripresa.

Senonchè ad una precedente domanda, il 38% degli intervistati aveva dichiarato che le priorità assolute del governo dovrebbero essere la creazione di posti di lavoro e la crescita dell’economia, mentre solo il 17% aveva indicato in cima alle priorità il controllo del deficit e della spesa statale.

Evidentemente gli americani ritengono che ci sia un modo per rilanciare l’economia e creare posti di lavoro senza che il governo tiri fuori un solo dollaro, ovvero come avere la botte piena e la moglie ubriaca. Purtroppo il sondaggio del Wall Street Journal non ci rivela come i pionieri americani pensano di raggiungere il nuovo Eldorado.

Roulette tedesca

Dopo l’arrivo dei soliti risultati al di sopra delle attese con le trimestrali delle sue colleghe a stelle e strisce, tocca a Deutsche Bank iniziare il balletto delle banche europee. Ma non sono rose e fiori.

La più grande banca tedesca presenta sì infatti un utile netto di 1,1 miliardi di euro nel secondo trimestre, al di sopra, non c’era da sbagliarsi, delle previsioni degli analisti, ma purtroppo è costretta ad accantonare per rischi su future perdite la bazzecola di 1 miliardo di euro, il doppio di quanto accantonato nel trimestre precedente e pari a tutto l’accantonato nel 2008.

Il totale include 433 milioni relativi a due controparti, non citate dalla banca, come pure una crescita del 50% di accantonamenti per prestiti a clienti private e corporate, a causa del deteriorarsi della situazione economica e del mercato del credito in Germania e Spagna.

Non si fanno previsioni da parte della banca per il 2009, con il chief executive Josef Ackermann che sforna l’ovvia considerazione che i risultati saranno fortemente influenzati dai progressi nell’economia mondiale.

Ma da dove arrivano allora i profitti? Semplice, come Goldman insegna, dall’attività di trading, cioè quell’attività che, abbiamo già visto, consiste essenzialmente nel fare scommesse sull’andamento degli indici azionari, delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi e di qualunque cosa su cui sia possibile scommettere. Si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Intanto Deutsche Bank perde il 7.4% in borsa trascinandosi dietro, salvo qualche rara eccezione tutto il settore finanziario europeo, Unicredit in testa, che oggi scende del 4,53%, in attesa di conoscere i suoi risultati al di sopra delle attese.

Banche in cura dimagrante

Il CEO di Citigroup Vikram Pandit, Bandit per gli amici, ha dichiarato ieri che la banca non si ritirerà dalle attività in Asia anche se la crisi finanziaria ha ridotto il bilancio di Citi di un buon 25%.

“Non abbiamo alcun dubbio che l’Asia rappresenterà una smisurata fetta della crescita mondiale nei prossimi dieci anni e Citi avrà una grande opportunità per espandere la sua presenza”, ha affermato il banchiere già salvato dal governo americano, che detiene ora il 34% del colosso creditizio.

Se punta sull’Asia in un lontano futuro ed è difficile prevedere quel che accadrà solo nei prossimi mesi, Citigroup continua la sua cura dimagrante e si disimpegna anche dal tavolo italiano, dove sta pensando di vendere o, in assenza di buone offerte, di chiudere la sua divisione di private banking.

L’operazione, che fa parte di un programma mondiale di ristrutturazione del gruppo da cui ci si attende la dismissione di asset del valore di 650 miliardi di dollari, prevede una diminuzione del personale di 500 unità entro la fine dell’anno, con un taglio dei posti di lavoro che colpirà proprio l’attività del credito al consumo.

Intanto anche Bank of America continua sulla strada del ridimensionamento e del taglio dei costi grazie ai quali vengono fuori le trimestrali che fanno gridare al miracolo i soliti ottimisti di professione. Il suo Chief Executive Kenneth Lewis ha annunciato che la banca chiuderà circa 610 filiali, riducendo del 10% la sua rete, dopo un’espansione da costa a costa durata vent’anni.

Insomma prosegue lo sciopero dei consumatori, i profitti arrivano solamente grazie a drammatici tagli dei costi e continua ad aumentare la disoccupazione. Se volete, non chiamatela depressione.

Toro seduto

Le vendite di nuove case unifamiliari, dati forniti oggi dal Dipartimento USA del Commercio, sono cresciute in giugno dell’11 per cento rispetto al mese precedente. Anche se, anno su anno, le vendite di nuove case sono diminuite del 21,3% rispetto a Giugno 2008.

Ovviamente questo dato viene presentato come positivo rispetto alle previsioni degli economisti che si aspettavano una crescita inferiore. Ma se il mercato immobiliare si sta riprendendo così alla grande, come si spiega che il prezzo medio delle nuove costruzioni è sceso a 206.202 dollari in Giugno, mentre a Giugno 2008 era di 234.300 (-12%) e a maggio 2009 è stato di 219.000 dollari?

Oggi anche Wall Street sembra cominci a porsi qualche domanda su tutti questi risultati migliori delle attese.

Casino Royale

Sempre a proposito di bische a cielo aperto e giocatori che vincono grazie a carte truccate, ovvero come Goldman Sachs, la Regina delle banche d’affari, riesce a fare profitti enormi in tempo di crisi attraverso strategie di insider trading ad altissima frequenza. Questo post di Andrea Mazzalai ci spiega il trucco in maniera esemplare. Per chi volesse approfondire l’argomento c’è questo lavoro, rigorosamente in inglese.

Ritorno al Passato

Second-quarter earnings so far better than expected. Già, i profitti del secondo trimestre sono di gran lunga migliori di quelli attesi. E il mercato ha aperto con consistenti ordini di acquisto per i principali titoli industriali. Nelle prime contrattazioni molti dei principali titoli hanno raggiunto il punto più alto dell’ultima settimana. Gli acquisti si sono estesi al resto dei titoli industriali nella tarda mattinata; il movimento al rialzo è proseguito per quasi tutto il giorno. Forti i titoli auto, in particolare GM…..e così via.

Un report dalla Borsa di New York di questi giorni? Indovinato, è un report del Wall Street Journal del 24 luglio, ma di 79 anni fa, del 24 luglio del 1930 per la precisione. Non vi dice niente questa data?

Thanks to News from 1930

Così giù che sembra di star sù

L’ho scritto in tutte le salse che Wall Street è diventata una bisca a cielo aperto, dove tra i pochi giocatori che si aggirano tra i tavoli la fanno da padroni quei pochissimi che possono permettersi di rischiare grosso (vedi Goldman Sachs), anche perchè giocano con le fiches pagate dai contribuenti americani e la garanzia che se perdono pagherà Pantalone, truccando il mercato anche con dati manipolati e comunque sempre “migliori di quelli attesi”. Ormai c’è poco altro da aggiungere, se non segnalare questi due interessanti contributi (articoli in inglese) di Jeffrey Cooper e di Smita Sadana e offrirvi la mia traduzione libera di quel che ne pensa anche Robert Reich.

Been Down So Long It Seems Like Up To Me (sono stato giù così tanto che ora mi sembra di star sù), il precoce libro del 1966 di un Richard Farina al tramonto della sua vita, definiva i tardi anni ’60 come gli anni della controcultura. Al rally del mercato azionario che ha spinto l’indice Dow Jones di nuovo sopra i 9000 punti per la prima volta dall’inizio dell’anno potrebbe essere dato il medesimo titolo e potrebbe essere definito come molto-desiderato per la ripresa finanziaria.

Cosa ha spinto il mercato azionario verso l’alto? Principalmente gli inaspettati risultati positivi delle società nel secondo trimestre. Ma quei profitti non sono stati dovuti ai consumatori che all’improvviso si sono ritrovati con un mucchio di soldi in più nei loro portafogli. I profitti sono venuti da drammatici tagli ai costi — inclusi, cosa più ragguardevole, i tagli al costo del lavoro. Se un’azienda taglia a sufficienza i suoi costi, può mostrare un profitto anche se le sue vendite sono vicine allo zero.

Qui il problema è duplice. Primo, tali profitti non possono essere mantenuti. C’è un limite ai tagli oltre il quale l’attività scompare. Secondo, quando viene tagliato il costo del lavoro per mostrare dei profitti, il consumatore finisce per avere meno soldi in tasca per comprare i beni che quell’attività produce. Anche se conservano il posto di lavoro, essi probabilmente avranno paura di perderlo, per cui eviteranno ulteriormente gli ipermercati.

La maggior parte delle compagnie che hanno riportato degli utili hanno superato le aspettative degli analisti, ma questo significa solamente che i profitti sono stati meno cattivi di quanto gli analisti temevano. Secondo il responsabile degli investimenti della BNY Mellon Wealth Management se le società che non hanno ancora presentato le trimestrali mostrano i medesimi risultati di quelle che l’hanno già fatto, complessivamente i profitti delle società saranno scesi del 25% rispetto all’anno passato. Questa potrebbe essere una contrazione inferiore rispetto a quella attesa dagli analisti, ma è comunque terribile. L’utile operativo che le società presenti nel listino S&P 500 hanno dichiarato finora è stato quasi il 29% più basso di quello dello scorso anno e l’80% più basso di quello del 2007, secondo Standard and Poors. Ahi.

“Meglio delle attese” è un eufemismo di moda in questi giorni a Wall Street che stà per “Siamo più felici di quanto pensavamo potessimo essere”. Ma Wall Street è il leader nel mercato dei festeggiamenti, anche quando non c’è nulla di cui rallegrarsi. Si vuole che gli investitori pensino positivamente, nella presunzione che pensare positivimanete possa essere una profezia auto-realizzantesi: se gli investitori iniziano a mettere più soldi nel mercato, allora il mercato automaticamente crescerà, conducendo più investitori a metterci più soldi — prima che, è questa la verità, il rally finisca perchè niente di fondamentale è cambiato nell’economia reale.

Guardate sempre all’economia reale, dove disoccupazione e sotto-occupazione stanno salendo. Non è così divertente quanto festeggiare ed investitire proprio ora, ma è di gran lunga più sicuro.

I conti senza l’oste

Oggi andrebbero rilette sotto un’altra luce le dichiarazioni rese ieri da Bernanke nella parte che gli ottimisti ad oltranza hanno ignorato, quella in cui, per intenderci, il presidente della Fed afferma che molte banche sono ancora a rischio.

Dopo diverse trimestrali di cui il mercato, arrampicandosi sugli specchi, ha messo in evidenza solo gli aspetti positivi – positivi rispetto a quanto previsto dagli analisti più pessimisti -, oggi infatti sono arrivati i risultati di Morgan Stanley, passata inopinatamente in rosso in questo secondo trimestre.

La banca ha messo a segno una perdita netta di 1,26 miliardi di dollari, pari a 1,10 dollari ad azione, a fronte dell’utile da 1,06 miliardi, o 61 cent, dello stesso periodo dello scorso anno. La banca d’affari ha anche reso noto di aver registrato oneri per 74 cent ad azione legati ai rimborsi versati al fondo di salvataggio Tarp.

Gli inguaribili ottimisti si rifanno la bocca con la Wells Fargo: la quarta banca Usa per valore degli asset, ha registrato un aumento dell’81% degli utili nel secondo trimestre a al livello record di 3,17 miliardi di dollari (57 cent ad azione). Il risultato è superiore agli attesi 34 centesimi dei soliti pessimisti.

Peccato che sulla testa della Wells penda la spada di Damocle di quei 5,1 miliardi di dollari di capitali freschi che la banca deve raccogliere entro Novembre, grazie alla performance ottenuta negli stress test a cui è stata sottoposta nel mese di Aprile. Tanto che addirittura il Wall Street Journal (per gli abbonati) è costretto ad ammettere che c’è un buco nel portafoglio della banca e il rischio è che il buco si allarghi mentre i profitti si riducono, visto che deve anche restituire i 25 miliardi ricevuti dal governo.

E dove ha previsto di raccogliere tutti questi soldi la Wells Fargo? Dal mercato dei mutui, che sembra diventata la sua principale attività dopo l’acquisizione della Wachovia. Purtroppo, chiosa il WSJ, i tassi sui mutui e la disoccupazione sono in crescita e non si vede all’orizzonte un’altra fonte di profitti, finchè il mercato immobiliare è fermo.

Già la solita storia, tutti prevedono una ripresa entro l’anno, quando invece i dati fondamentali – il mercato immobiliare, la disoccupazione e la domanda aggregata – peggiorano. Ma tanto abbiamo capito come funziona: finchè c’è musica si balla! Anche al tempo di una marcia funebre.