Disoccupazione e ore lavorate

Nel mese di maggio la diminuzione degli occupati negli Stati Uniti si è dimezzata rispetto al mese di aprile, passando da un incremento mensile della disoccupazione di 642mila unità ad un aumento di 345mila unità (dato che comunque, come solitamente accade a causa dei criteri di rilevamento, verrà revisionato in rialzo nelle prossime settimane).

La cosa, insieme ad alcuni dati confortanti che riguardano la ripresa produttiva, ha fatto esultare la pattuglia sempre più numerosa degli inguaribili e interessati ottimisti permettendo loro di dire che è stato raggiunto il fondo della crisi ed è iniziata la ripresa.

Sapete come la penso sui segnali di ripresa e le scorte di magazzino e quindi non vi sorprenderà il fatto che continui a pensare che ci troviamo di fronte ad un rimbalzo, ad uno dei tanti che abbiamo visto e vedremo durante questa crisi, e che non abbiamo ancora toccato il fondo. Se guardassimo a dati meno opinabili e discutibili, come ad esempio quelli delle ore lavorate, capiremmo che la situazione è ancora ben lontana dallo stabilizzarsi.

La quiete prima della tempesta

Forse sarà vero che “repetita iuvant”, ma aiutano chi? Forse il lettore? Non certo me che ormai sono da settimane a ripetere le stesse cose a una media di appena poco più di cento visitatori giornalieri. Media che negli ultimi tempi sicuramente si sarà abbassata per questa mia quasi volontaria assenza. In rete ci si disaffeziona facilmente e facilmente ci si dimentica dei compagni occasionali di viaggio. E allora ogni volta bisogna ricominciare da capo. Io spero almeno di ricominciare da tre. Anzi da 68, come i 68 miliardi di dollari di aiuti governativi che alcune delle maggiori banche americane sarebbero pronte a restituire dopo averne prelevati 700 dalle tasche dei contribuenti.

C’è calma piatta, la quiete prima della tempesta, da settimane. Banche centrali, governi, istituzioni finanziarie, economisti e commentatori allineati, quelli che Sarli chiama embedded, sono quotidianamente impegnati a diffondere bugie, dati falsati, notizie manipolate, per rianimare un sistema moribondo, anzi già morto, e continuare a fare quello che facevano prima come se nulla fosse mai successo. Spariti i titoli tossici, i vari PPIP, le nuove regole, gli stress test, si torna a usare la leva finanziaria a gogò e si rimettono al lavoro gli scienziati pazzi nei laboratori finanziari.

Vogliono convincerci che tutto va bene madama la marchesa, che bisogna tornare a spendere, consumare, investire in borsa. Andatelo a raccontare ai disoccupati, a chi è in cassa integrazione, ai precari licenziati, a chi non ce la fa più a pagare il mutuo della casa e le bollette. Persino il ministro Brunetta vuole convincerci che la povertà sta scomparendo. Anche la fame e le disuguaglianze sociali diventano come la temperatura, c’è quella reale e quella percepita. Forse il nostro governo ha trovato un sistema più moderno ed equo per contare i polli di Trilussa?

Grazie alla Fed e alle banche centrali, c’è una bolla di liquidità in giro, e chi ce l’ha in mano ha ricominciato a giocare con il petrolio e le materie prime. Altro che ripresa! Voi sapete che ogni cosa è pura finzione. Eppur si muove, direbbe qualcuno di una borsa che in realtà non è mai ripartita. Perchè, a volte un solo analista, qualche titolo, degli ignari investitori, salvarono le rovine di un listino.

Quando colpirà la nuova ondata della tempesta perfetta?

Mentre le borse continuano a interpretare positivamente tutti i dati negativi o a truccarli, giusto per dare il tempo ai grandi gruppi bancari di ricapitalizzarsi, secondo Mauro Bottarelli la nuova ondata di crisi è già partita.

L’altro giorno, infatti, nel silenzio generale è andata completamente a vuoto un’asta di titoli di stato per il controvalore di 100 milioni di dollari in Lettonia, chiaro segnale che il paese baltico è sull’orlo di un default sul proprio debito pubblico. La notizia ha immediatamente innescato una reazione a catena colpendo tutte le monete dei paesi Ue dell’Est: il fiorino ungherese è crollato dell’1,97% contro l’euro e del 2,85% contro il dollaro; lo zloty polacco ha ceduto lo 0,75% contro l’euro e l’1,56% contro il dollaro; la corona ceca è scesa dello 0,25% contro l’euro e dell’1% contro il dollaro. Direte voi, nulla di che. In effetti, vista così la situazione non appare drammatica.

Qualche preoccupazione in più sorge quando si vanno a vedere le ripercussioni patite in Svezia a causa del mancato introito di 60 milioni di lats lettoni da parte dello Stato a causa dell’asta andata deserta: la corona svedese ha subito un brusco calo e le azioni delle due principali banche, Svedbank e SEB, sono scese rispettivamente del 15,9% e dell’11%. Come già scritto, qualcosa di sistemico sta arrivando dall’Est europeo. Le banche svedese, infatti, sono esposte per 75 miliardi di dollari verso i paesi baltici e la crisi lettone rischia di innescarne una politica, sociale ed economica in tutta l’area.

«Se dovesse emergere una crisi in un paese della zona euro, c’è una soluzione». È quanto ha sottolineato il commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia, durante un intervento un paio di mesi fa a Bruxelles. Ricordate? E ancora. «Potete star sicuri che prima che arrivi il Fondo monetario internazionale ci sarebbe una soluzione», ha sottolineato il commissario senza tuttavia entrare nel dettaglio di eventuali piani di intervento: «La soluzione esiste, siamo equipaggiati politicamente, intellettualmente ed economicamente per affrontare la crisi. La definizione di queste cose non può però essere esposta pubblicamente».

Da allora, silenzio. Peccato che un paese dell’area euro sia già in default tecnico – l’Irlanda -, un altro sta avvicinandosi a tappe forzate al punto di non ritorno, l’Austria e ora la Svezia rischia di destabilizzarci dall’interno se andrà in default sulla propria esposizione. A dirlo sono i freddi numeri dei cds, l’assicurazione sul rischio di fallimento di un’entità terza, sul rischio di default dei vari Stati sul debito pubblico e notizia come quelle giunte l’altro giorno da Riga.

Non stupisce visto che le banche di Vienna hanno prestato all’insolvente Est europeo il 70% del Pil austriaco e ora rischiano di non vederselo rimborsato. Se va in default l’Austria, arrivederci all’Est e alla stessa tenuta dell’area euro. E anche Unicredit, a dispetto dell’ottimismo dispensato a piene mani dal proprio amministratore delegato, potrebbe subire perdite consistenti, la “Stalingrado monetaria” prefigurata qualche mese fa dalla stampa austriaca. La terza onda è arrivata, più subdola delle precedenti. Ma certamente non meno letale.

Marco Sarli ieri e oggi mette insieme alcune coincidenze di questi giorni:

1) La clamorosa decisione del fondo governativo di Singapore, Temasek, di lasciare sul tappeto 4,6 dei 7,6 miliardi di dollari investiti pur di uscire dal colosso creditizio Bank of America.
2) Il fondo posseduto al 100 per cento dall’emirato di Abu Dhabi ha deciso di convertire le obbligazioni di Barclays che possedeva in gran quantità e di liquidare in tempo reale le azioni ordinarie appena ottenute.
3) La chiusura di due hedge fund che gestivano complessivamente 1,3 miliardi di dollari dei loro sottoscrittori, una notizia che richiama alla mente il primo segnale della crisi finanziaria in arrivo nel giugno di due anni orsono, quando fallirono due hedge funds facenti capo a Bear Stearns.
4) E perchè no anche l’ignominiosa cacciata dell’ex colosso Citigroup dal Dow Jones.

Siccome anche tre sole coincidenze diventano un indizio, parola di Hercule Poirot,

tutti questi segnali confermano la mia previsione di una nuova e più alta ondata delle tempesta perfetta che dovrebbe abbattersi sul mercato finanziario globale tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, un’ondata che farà definitivamente giustizia di quel davvero poco credibile rally dell’orso o di quel rimbalzo del coniglio morto che tanto inchiostro ha fatto scorrere nelle penne dei giornalisti e degli ‘esperti’ embedded agli interessi di Wall Street e dintorni!

Anch’io mi ci gioco una pizza.

Banche zombie

A sorpresa, ma non tanto, Citigroup viene eliminata dal Dow Jones insieme alla General Motors. Se per GM la fuoruscita per bancarotta è automatica, come da regolamento del listino che comprende le prime 30 società quotate a Wall Street, per Citigroup la spiegazione è più paludata:

Citigroup is being removed as “the bank is in the midst of a substantial restructuring which will see the government with a large and ongoing stake,” said Dow Jones Editor in Chief Robert Thomson. “We genuinely hope that once the bank has refashioned itself that we will again be able to consider it for inclusion. Citigroup is a renowned institution, not only in this country, but around the world.”

Già, Citi è nel bel mezzo di un riassetto che vedrà una larga e crescente partecipazione del governo e a completamento del quale il governo stesso avrà in mano più di un terzo del gruppo. Ironia della sorte Citi viene sostituita dalla stessa compagnia di assicurazioni, la Travelers’, che proprio sette anni fa era stata messa fuori dal Dow Jones per fare posto a Citi.

Se qualcuno aveva ancora qualche dubbio o faceva finta di non capirlo, Citi era già fallita e nazionalizzata da tempo. Stessa sorte è già toccata alle altre big del credito e alla AIG, ma non ditelo al mercato.