Il grande inganno

Fu del mondo, ad ogni tratto,
lo spavento e la paura;
fu per lui la gran ventura
morir savio e viver matto.

Annunciata con grande enfasi dall’amministrazione Obama e dai media di tutto il mondo arriva la Grande Riforma dei mercati. Vista la fine fatta da altre regole, come quelle che condizionavano l’utilizzo dei fondi del TARP o altri grandiosi piani mai attuati come il PPIP (quello che ci avrebbe dovuto liberare dei titoli tossici delle banche americane) lasciatemi accogliere con un certo scetticismo questa nuova versione del campo dei miracoli del premiato duo Geithner-Summers, il Gatto e la Volpe, ormai sempre più rassomiglianti a Gianni e Pinotto.

In attesa che le nuove regole vengano smontate, svuotate e liquidate dalle pressioni della invincibile lobby dei banchieri di Wall Street e dintorni e che Obama sia costretto a fare l’ennesima retromarcia venduta come un radioso successo, si scatena il classico teatrino di analisi, commenti, pareri pro o contro, critiche, suggerimenti, idee bislacche. Questa volta non mi farò irretire dall’abile strategia fumogena di chi vuol fare finta di cambiare tutto per non cambiare nulla.

Non mi iscriverò al dibattito, non farò il loro gioco, non perderò il mio tempo dietro l’ombra di fantasmi che scompaiono alla prime luci dell’alba. Seguirò comunque le mirabolanti avventure di Don Chisciotte della Mancia e Sancho Panza che fingono di lottare contro i mulini a vento. Aspetteremo il G8, il parere della Merkel e Sarkozy. Aspetteremo la prossima ondata della tempesta perfetta. Tra qualche mese, forse, staremo ancora qui a parlare del grande inganno e la montagna finalmente potrà partorire il suo topolino.

Update
A volte le rivoluzioni culturali si fanno proprio perchè nulla cambi. Che altro fu la più famosa di tutte, quella di Mao, se non il modo di rafforzare il controllo e il dominio del partito comunista sulla società cinese? L’apparato economico-finanziario americano aveva bisogno di qualcuno che controllasse le masse dei futuri diseredati, i milioni di disoccupati, quelli che avrebbero perso casa e lavoro, i contribuenti incazzati per essere chiamati a ripianare i debiti dei banchieri. Chi meglio di un presidente di colore, liberal e capace di vendere un sogno? Purtroppo il nuovo, non a chiacchere e in retorica, si riassume tutto in una emblematica affermazione di Obama sulla situazione in Iran, “in fondo non sarebbe cambiato molto per noi se a vincere fosse stato l’altro candidato”. Tutto qui? Nulla da dire sull’eroica lotta per la libertà e la democrazia di milioni di cittadini iraniani? Niente da fare? A questo si è ridotto il sogno americano?

Krugman e gli inguaribili ottimisti

Oggi anche a Krugman va di scherzare e di prendere un po’ in giro gli inguaribili ottimisti:

Ho letto molti articoli a proposito di un’ondata di nuove case. E’ vero che rispetto al mese precedente c’è stato un 17% in più. Ma qui sta l’inghippo: la costruzione di nuove case è arrivata a un punto morto, perciò anche una larga variazione percentuale vuol dire solo che è iniziata la costruzione di una minima quantità di case. Se noi costruissimo in tutta la nazione 6 case al mese e il mese successivo passassimo a 7, la crescita sarebbe appunto del 17 per cento, ma farebbe qualche differenza nella vita reale?

OK, ho esagerato un pò, ma qui sotto è come le costruzioni di nuove case appaiono veramente:

Buone notizie, anzi cattive

A Wall Street non sanno che pesci prendere. Nel dubbio, il Dow Jones non dà segni di vita. Oggi erano attesi due dati macroeconomici importanti: quelli relativi alle costruzioni di nuove case e alla produzione industriale nel mese di maggio. Via Calculated Risk:

Nuove costruzioni per un totale di 532mila unità in maggio, un rimbalzo dal dato più basso di tutti i tempi, le 454mila unità di aprile. Il precedente record negativo di 488mila era stato raggiunto in gennaio (il più basso livello da quando sono iniziate le misurazioni nel 1959).

Le nuove costruzioni di case unifamiliari sono state di 401mila in maggio, sopra il più basso livello record raggiunto in gennaio e febbraio (357mila) e sopra le 400mila per la prima volta dallo scorso novembre.

In crescita anche i permessi edilizi che anticipano l’andamento del settore: il mese scorso si è registrato un tasso di 518mila unità da 498mila di aprile (dato rivisto). Il dato suggerisce che nel mese di giugno potrebbe rimanere lo stesso livello nella costruzione di nuove case unifamiliari.

La pattuglia degli inguaribili ottimisti vorrebbe interpretare questi dati come il segnale che il mercato immobiliare ha ormai raggiunto il fondo. Poichè è invece fisiologico che maggio e giugno siano tradizionalmente i mesi più vivaci della stagione, bisognerà aspettare ancora qualche mese per avere dati che possano confermare una stabilizzazione della situazione.

Total Housing Starts and Single Family Housing Starts

Se non bastava questa è arrivata un’altra doccia fredda: a maggio la produzione industriale americana è scesa dell’1,1%, contro il -0,9% atteso. Non solo. La produzione manifatturiera è scesa di 1 punto percentuale e il settore automobilistico ha registrato ancora un forte rallentamento (-7,9%).

Un inguaribile ottimista dotato di un certo senso dell’umorismo ha commentato: “Il ribasso è meno marcato rispetto al crollo post-Lehman”. Bontà divina: magra, anzi magrissima consolazione anche perchè il tasso di utilizzo della capacità produttiva per tutta l’industria è precipitato in maggio al 68.3 per cento, un livello di ben 12.6 punti percentuali sotto la media del periodo 1972-2008. Prima dell’attuale recessione il punto più basso della serie, che inizia dal 1967, era stato del 70.9 per cento nel dicembre 1982.

Capacity Utilization

Lezioni di storia

Mercato Libero segnala oggi un’intervista sul Guardian a Paul Krugman. Da non perdere perchè, come sempre, il premio Nobel per l’economia, con la sua capacità di smontare i luoghi comuni, ci offre una visione non convenzionale e non “embedded” della situazione e delle prospettive della crisi.

Come quando, condendo l’apparentemente arida materia con un pò di ironia, che non guasta mai, si beffa dello stato confusionale in cui versano i repubblicani che attaccano l’amministrazione Obama per le indebite pressioni del Tesoro su Bank of America perchè concludesse l’acquisizione della ormai fallita Merrill Lynch, dimenticando che il misfatto avvenne sotto Bush ed ad opera del suo ministro Paulson.

Ma tant’è, chi non ricorda la favola del lupo che cercava ogni pretesto, pur di giustificare la sua intenzione di fare pranzo a base d’agnello? Ecco allora i nostri eroi vetero liberisti parlare di fallimento per il fatto che dopo quattro mesi di cura Obama il piano di stimoli fiscali non abbia ancora dato i suoi frutti, giacchè la disoccupazione stà ancora crescendo.

Un gioco da ragazzi per Paul Krugman, che pure non è stato tenero nemmeno con Obama e non gliel’ha di certo mandata a dire, dare una bella lezione di storia a questi quattro dinosauri citando proprio uno dei loro padri fondatori. A quanto pare se Obama non ha la bacchetta magica nemmeno il presidente Reagan la combinò poi tanto giusta se il tasso di disoccupazione continuò a salire per altri due anni dopo il via del suo programma di tagli fiscali!

Ma torniamo all’intervista. Il pensiero che tormenta Krugman, sono mesi ormai che continua a ripeterlo, è che corriamo il rischio di non uscire più da questa recessione, chiamando a sostegno dei suoi timori il parallelo con il “decennio perduto” del Giappone. L’intervistatore gli chiede da dove nasca il suo pessimismo: in fondo la situazione negli Stati Uniti e Gran Bretagna non è la stessa determinatasi in Giappone nei primi anni ’90. Sentite Krugman come argomenta il suo allarme che quello che è accaduto in Giappone possa accadere al mondo intero.

The thing about Japan, as with all of these cases, is how much people claim to know what happened, without having any evidence. What we do know is that recessions normally end everywhere because the monetary authority cuts interest rates a lot, and that gets things moving. And what we know in Japan was that eventually they cut their interest rates to zero and that wasn’t enough. And, so far, although we made the cuts faster than they did and cut them all the way to zero, it isn’t enough. We’ve hit that lower bound the same as they did. Now, everything after that is more or less speculation.

For example, were the problems with the Japanese banks the core problem? There are some stories about credit rationing, but they are not overwhelming. Certainly, when we look at the Japanese recovery, there was not a great surge of business investment. There was primarily a surge of exports. But was fixing the banks central to export growth?

In their case, the problems had a lot to do with demography. That made them a natural capital exporter, from older savers, and also made it harder for them to have enough demand. They also had one hell of a bubble in the 1980s and the wreckage left behind by that bubble – in their case a highly leveraged corporate sector – was and is a drag on the economy.

The size of the shock to our systems is going to be much bigger than what happened to Japan in the 1990s. They never had a freefall in their economy – a period when GDP declined by 3%, 4%. It is by no means clear that the underlying differences in the structure of the situation are significant. What we do know is that the zero bound is real. We know that there are situations in which ordinary monetary policy loses all traction. And we know that we’re in one now.

Già, spesso la gente parla delle cose senza conoscerle. Tutto quello che sappiamo è che in teoria le recessioni hanno fine quando le autorità tagliano di molto i tassi d’interesse, e basta questo per rimettere in moto le cose. Dal Giappone abbiamo imparato che questo non è stato sufficiente. Finora abbiamo tagliato i tassi più velocemente che in Giappone e fin quasi allo zero, e non è stato abbastanza. Ogni cosa avvenuta successivamente, quello che sta accadendo ora, è più o meno speculazione.

La misura dello shock cui è sottoposto il nostro sistema sta diventando molto più grande di quello che colpì il Giappone negli anni ’90. Loro non hanno avuto mai un’economia in caduta libera, un periodo in cui il Prodotto interno lordo è crollato del 3 o 4 per cento. Che ci siano delle differenze nei sistemi non è significativo. Quel che sappiamo è che la crescita zero è reale. Sappiamo che ci sono situazioni in cui le politiche monetarie perdono tutta la loro forza di trascinamento. Sappiamo che ci troviamo in una di queste situazioni.

E i segnali di ripresa? Krugman spera di sbagliarsi ma la domanda a cui rispondere è: da dove pensiamo venga questa ripresa? Non è facile dirlo se guardiamo a questi due ultimi anni nel loro complesso.

Who knows if the stockmarket makes sense or not? It was pricing in the possibility of an apocalypse a few months ago. That possibility seems to have receded, so it makes sense for the markets to come up, but that’s not saying that the economy is going to be great. If you do the comparison not with where they were three months ago, but where they were two years ago, then the markets still seem awfully depressed.

Chissà se i mercati azionari hanno o meno un senso? Pochi mesi fa sembrava l’apocalisse e questa possibilità sembra ora scongiurata, ma non c’è nulla che confermi che l’economia stia tornando ai livelli precedenti. Se comparate i listini azionari non con dove erano tre mesi fa, ma con due anni fa, allora i mercati sembrano ancora terribilmente depressi.

In conclusione, cosa vede dunque Paul Krugman dietro l’angolo? La “Nipponizzazione” dell’economia mondiale con qualche caso di “Argentinaficazione”, ovvero grappoli di paesi in default. Comunque non fermatevi qui, tutta l’intervista merita un’attenta lettura.

Deflazione, deflazione e ancora deflazione

Gli ultimi dati economici, l’enorme crescita della massa di liquità immessa nel mercato, alcuni segnali come l’aumento dei tassi dei titoli di stato americani a lungo termine, continuano a far discutere il fior fiore degli economisti sulle ipotesi se ci stiamo avviando verso la Grande Inflazione o se piuttosto non ci aspettano anni di depressione giapponese.

Segnalo questo post di Brad DeLong che riprende un articolo di Martin Wolf dal Financial Times. La tesi di Wolf, in estrema e parziale sintesi, è che il lieve aumento dei tassi è un segnale positivo di ripresa perchè vuol dire che il mercato sta uscendo da una fase di panico durante la quale gli investitori si erano rifugiati nei titoli di stato che ora abbandonano diversificando i propri investimenti. L’argomento è estremamente complesso e offre numerosi spunti di riflessione come ad esempio la considerazione che un aumento dei tassi potrebbe soffocare questo debole tentativo di ripresa facendo precipitare in una più profonda depressione il mercato immobiliare, aumentando le insolvenze e quindi le sofferenze delle banche. Insomma il classico cane che si morde la coda.

Paul Krugman invece guarda ad altri dati e ripete tranquillamente per l’ennesima volta che ci troviamo nella classica situazione descritta dalla Trappola della liquidità, la teoria formulata da Keynes nel 1936 (The General Theory of Employment, Interest and Money), in base alla quale, quando i tassi di interesse raggiungono livelli prossimi allo zero, i risparmiatori si aspettano un aumento del saggio d’interesse e di conseguenza preferiscono detenere moneta in forma liquida piuttosto che investirla. Nel contesto attuale, seguendo Keynes, il mercato sarebbe indotto ad assorbire qualsiasi ammontare di liquidità immesso dalle autorità monetarie, neutralizzando così ogni impulso sui tassi e rendendo dunque vana la manovra.

Krugman dunque non vede rischi inflazionistici e quello che mi sembra ci possiamo aspettare in base alla sua analisi, è una lunga depressione durante la quale vedremo sempre bagliori di ripresa ma mai la fine del tunnel.

Krugman sostiene la sua tesi con il grafico della decade perduta giapponese

e con quello degli Stati Uniti negli anni ’30

Notice, in this case, that a Friedman-style focus on a broad monetary aggregate gives the false impression that Fed policy wasn’t very expansionary. But it was; the problem was that since banks weren’t lending out their reserves and people were keeping cash in mattresses, the Fed couldn’t expand M2.

Già, stando al grafico, la politica della Federal Reserve non sembra molto espansiva, ma in realtà, dice Krugman lo è stata: il problema è che da quando le banche hanno chiuso i rubinetti del credito e gli investitori hanno iniziato il loro sciopero (mettendo la propria liquidità sotto il materasso), la Fed non ha potuto espandere l’aggregato M2.

L’ultimo grafico ci mostra la spesa pubblica in relazione con quella privata

Government borrowing, while huge, has not quite offset a huge plunge in private borrowing.

La spesa pubblica, benchè molto ampia, non ha compensato la profonda caduta di quella privata.

La pace tra papi e Gheddafi

Si fa un gran discutere di questa visita in Italia del dittatore libico, accolto con tutti gli onori dal nostro governo, ennesima occasione per coprirci di vergogna con il resto del mondo, il torcicollo del premier, la laurea ad honorem in quel di Sassari, tenda a Villa Pamphili, lezione alla Sapienza, diritti umani calpestati, respingimenti e via argomentando per alzare un polverone e non parlare di quello che è il nocciolo di tutto l’affaire. E il premier ringrazia per la cortina fumogena.

Già, perchè Berlusconi per fare la pace con Gheddafi spende 5 miliardi di dollari (dei contribuenti) e dirotta parte di questi soldi ai suoi amici di Impregilo (Benetton, Ligresti e Gavio) facendogli costruire un’autostrada in Libia. Per chi l’avesse dimenticato i magnifici 3 sono tra i patrioti, amici di Berlusconi, che hanno “salvato” Alitalia con un modico esborso e facendo un affare d’oro. Parte del costo viene finanziato tassando i profitti dell’Eni (che si rifà ovviamente sui consumatori) e permettendo a Gheddafi di comprarsi il 10% dell’ente petrolifero a prezzi stracciati.

In conclusione, ai 4 miliardi che ci è costata Alitalia per regalarla ai patrioti dovete aggiungere i 5 miliardi dell’operazione Gheddafi che finiranno in buona parte sempre nelle tasche degli stessi patrioti, più aggiungetici la benzina e fate di conto. Uno scandalo? Suvvia, è il mercato bellezza e tu non puoi farci niente!

Il peggio è passato?

Sono tutti lì a dire che il peggio è passato, tranne qualche rara Cassandra non ascoltata. Tra questi anche Paul Krugman che nel suo blog scrive con humor sottile:

Fino a marzo, ogni notizia economica era peggiore di quanto ci si attendeva, sempre peggiore di quanto avremmo potuto immaginare. Da allora, sebbene i report abbiano continuato ad essere negativi in senso assoluto, all’improvviso hanno cominciato a sorprenderci per gli aspetti positivi. Ho l’impressione che in questi ultimi giorni siamo di fronte a notizie – scambi con la Corea, ordinativi giapponesi, esportazioni tedesche – che ancora una volta possono sorprendere, ma solo per gli aspetti negativi.

Il premio Nobel dell’economia conclude ripromettendosi di rifletterci sopra ma forse farebbero bene a rifletterci sopra anche i nostri governanti e la pletora di analisti, economisti e giornalisti allineati che vorrebbero darci a bere che il peggio è alle nostre spalle.

Come il solito Brunetta che, dopo aver piegato le regole della matematica e della statistica al suo delirante spot sulla povertà in diminuzione, ci ripete, come già fece lo scorso anno di questi tempi, prima del crollo di settembre-ottobre per intenderci, che il peggio è passato e aggiunge, con una buona dose di autoironia, che “dal governo non ci si può aspettare molto”. Di questo non avevamo dubbi come del fatto che giugno e luglio sono i mesi preferiti dal ministro per collezionare figuracce.

Bagliori di speranza nel libro beige della Fed

A quanto pare la Federal Reserve non si schiera, almeno non del tutto, dalla parte della sempre più numerosa pattuglia degli inguaribili e interessati ottimisti (secondo i quali è stato raggiunto il fondo della crisi ed è iniziata la ripresa) ma, ligia ai suoi compiti istituzionali, professa prudenza, insomma, come si dice, mette le mani avanti.

In un report, che più appropriatamente negli Stati Uniti chiamano “libro beige” invece di “bianco”, la Federal Reserve infatti nota che, sebbene in alcune regioni i venti della recessione sembrino attenuati, nei mesi di aprile e maggio l’economia americana ha continuato a “deteriorarsi ulteriormente”. I consumi rimangono deboli e quelli che comprano, guarda un pò, evitano articoli di marca e beni di lusso. Il mercato del lavoro resta debole e la stretta creditizia non si allenta.

Naturalmente, tra i compiti istituzionali della Fed c’è anche quello di infondere fiducia, ed allora una piccola dose di ottimismo non guasta nel desolante panorama della recessione.

An increase in the hiring of temporary workers typically precedes improvement in the overall labor market.

Un bagliore di speranza! Il ricorso a contratti a tempo determinato precede spesso un miglioramento nel mercato del lavoro! O non è piuttosto che le aziende ricorrono a lavoratori precari per ricostituire provvisoriamente le scorte di magazzino e siamo quindi di fronte solo a un fenomeno congiunturale e purtroppo temporaneo?

Although many investors have begun worrying that, as the economy recovers, inflation could make a comeback, the report noted that with few exceptions, “prices at all stages of production were generally flat or falling.” At the retail level, pricing was “very soft.” And wages were generally “flat or falling.”

Sebbene molti investitori abbiano iniziato a preoccuparsi di un ritorno dell’inflazione, i prezzi di tutta la filiera produttiva sono fermi o in diminuzione. Qual’è dunque la buona notizia, l’inflazione annunciata, o la conferma che siamo in piena recessione?

“Contacts from several Districts said that their expectations have improved, though they do not see a substantial increase in economic activity through the year.”

Altri bagliori! Secondo la Fed le aspettative migliorano, anche se non si vedono sostanziali miglioramenti nelle attività economiche almeno per quest’anno. Insomma il bicchiere non è più nemmeno mezzo pieno ma grazie al cielo, per la Fed, il fondo è ancora bagnato da gocce di speranza.