Economia demenziale

“La gente deve tornare agli stili di vita precedente e deve rialzare i consumi. Anche perché la gente non ha motivi per diminuire i consumi”

“Bisogna far sì che prima di tutto il governo, e in secondo luogo tutte le organizzazioni internazionali contribuiscano a rilanciare la fiducia”

“Un giorno sì e uno no escono e dicono che il deficit è al 5%, meno consumi del 5%, crisi di qui, crisi di là, la crisi ci sarà fino al 2010, la crisi si chiuderà nel 2011… Un disastro: dovremmo veramente chiudere la bocca a tutti questi signori”

Il nostro premier è occupatissimo come tenutario di una casa per appuntamenti, ma, nei momenti di relax, passando ogni decenza, si distrae anche con l’economia.

Acqua calda

Il mistero, come in tutti i complotti che si rispettano, si infittisce (vedi qui, prima pagina a firma Dottor Jekill, seconda a firma Mister Hide). Qualcuno parli e confessi chi c’è dietro la congiura internazionale ordita contro il nostro premier, se la perfida Albione, la Massoneria, la concorrenza (Murdoch), Obama, Scalfari, baffino, la compagnia delle Opere, Soros, quelli del Britannia o il Club Méditerranée (Ahmadinejad sembra avere le idee più chiare a proposito di complotti) così da poter accorrere tutti alla chiamata alle armi del nostro…

…lasciate stare le confessioni estorte e pagate di prostitute più o meno dichiarate e preoccupatevi seriamente per questo nuovo tradimento della sovranità popolare in atto. È un altro 1992, occorre resistere…

Intanto il Financial Times, forse a conferma dell’infimo livello a cui il non più autorevole quotidiano economico è sceso mettendo nel mirino il lider maximo di Porto Rotondo, ospita un articolo di quello che è stato uno dei maggiori responsabili del collasso finanziario globale, l’ex presidente della Fed, Alan Greenspan, il quale ci rivela che la crescita ripartirà quando i prezzi delle case si stabilizzeranno. Grazie Alan, cosa faremmo senza di te?

Non vedo, non sento, non parlo

Mentre le borse accolgono festeggiando euforiche il dato del Pil americano nel primo trimestre rivisto a -5,5% invece che al previsto -5,7% (cosa ci sia da festeggiare lo sanno solo gli inguaribili ottimisti), oltretutto con i sussidi di disoccupazione che a giugno raggiungono le 627mila richieste (un incremento di 15mila unità invece dell’atteso declino di 3mila), il Presidente della Fed, Ben Bernanke, compare sul banco degli accusati davanti alla commissione del Congresso che sta indagando sulla fusione tra Bank of America e Merrill Lynch.

Il caso è nato da un’inchiesta – di cui mi sono già ampiamente occupato (qui e qui) – aperta dal procuratore generale di New York, Andy Cuomo, secondo il quale il famigerato duo Bernanke-Paulson fece pressione sul Presidente e CEO di Bank of America, Ken Lewis, perchè non rivelasse le crescenti perdite riscontrate nel corso dell’operazione di acquisizione della Merrill Lynch.

Rendere note le perdite di Merril Lynch, che nel quarto trimestre del 2008 ne totalizzò per 15,84 miliardi, avrebbe potuto dare agli azionisti di BofA l’opportunità di bloccare l’operazione e provocare il fallimento di Merrill.

“Non è qualcosa che ogni azionista avrebbe voluto sapere?” fu chiesto a Lewis da un funzionario della Procura. “Non potei” rispose il banchiere, affermando che furono Bernanke e Paulson a dirgli che non dovevano esserci fughe di notizie e che l’operazione doveva essere conclusa ad ogni costo, altrimenti ci sarebbe stato “un grande rischio per il sistema finanziario”.

In realtà, sempre secondo le prove in mano a Cuomo, lo scorso 21 dicembre Paulson disse a Lewis che il governo «avrebbe o avrebbe potuto» rimpiazzare i vertici della banca in caso di annullamento dell’operazione. Qualcosa più di un patriottico richiamo alla salvezza del sistema finanziario.

Oggi Bernanke, come qualsiasi banchiere centrale che si rispetti (chi non ricorda l’audizione del nostro Antonio Fazio davanti al Comitato Interministeriale per il Credito e Risparmio sul caso dei furbetti del quartierino?), ha smentito tutto, in particolare di aver “minacciato” il Ceo di BofA, Kenneth Lewis, perché procedesse come da accordi con l’acquisto della casa di brokeraggio. “Non sono stati posti alcuni limiti alle informazioni che BofA poteva rendere pubblici”, ha sostenuto Bernanke. “La responsabilità per l’informazione al pubblico è stata lasciata in toto a BofA”.

Ma l’arringa di Bernanke non si è fermata qui. Riprendiamo da Milano Finanza:

[Bernanke] ha negato di aver fatto pressioni su BofA per trattenere la banca dal fornire informazioni negative su Merrill Lynch. “Nè io, nè altri membri della Fed”, ha proseguito, “abbiamo mai ordinato, istruito, o consigliato Bank of America per impedirle di divulgare pubblicamente qualsiasi informazione riguardante Merrill Lynch”.

Nei giorni scorsi i repubblicani membri della commissione hanno diffuso delle e-mail, scritte da alti esponenti della Fed, dalle quali è emerso che la Banca centrale ha omesso di rendere pubbliche le sue posizioni sul caso e, secondo il repubblicano Issa, Bernanke avrebbe minacciato in “modo inappropriato” di silurare i vertici di BofA, se la banca si fosse tirata indietro dalla fusione con Merrill Lynch.

Ripercorrendo le tappe dell’intera vicenda, Bernanke ha ricordato come il 17 di dicembre la dirigenza di Bank of America avesse preso in considerazione l’idea di non procedere con l’acquisto di Merrill Lynch alla luce dei pesanti buchi che stavano emergendo nei suoi bilanci. “Questa informazione ha portato a una serie di incontri e discussioni tra Bank of America, le agenzie di controllo e il Tesoro”, ha deto Bernanke.

Durante queste conversazioni, “Kenneth Lewis ci informò che Bank of America stava considerando la possibilità di invocare la clausola nota come Material Adverse Event, o Mac, per rescindere il contratto di acquisizione. In risposta a Bank of America, io manifestai la mia preoccupazione che invocare la clausola Mac avrebbe comportato non solo grossi rischi per il sistema finanziario nel suo complesso, ma anche per Bank of America stessa, e questo per tre ragioni”.

La prima ragione indicata è l’incertezza provocata da un eventuale fallimento dell’operazione avrebbe scatenato una crisi di sistema ancora più grave che avrebbe potuto destabilizzare la stessa Bank of America oltre che ovviamente Merrill Lynch. In secondo luogo, invocare la clausola Mac dopo tre mesi di due diligence e di dichiarazioni in cui i vertici di Bofa si erano espressi sui vantaggi dell’integrazione, avrebbe generato dubbi nei mercati sulla capacità del gruppo di procedere a operazioni di rilievo.

In terzo luogo “sulla base delle analisi legali del nostro staff, noi ritenevamo che fosse alquanto improbabile che Bank of America potesse invocare con successo la clausola Mac e questo l’avrebbe esposta a pesanti penali”. La tesi di Bernanke è dunque di aver esercitato pressioni, nell’ambito della legittimità, ma solo per favorire i migliori interessi di Bank of America in primo luogo e dell’intero sistema finanziario in ultima istanza.

La decisione di procedure con la fusione è rimasta giustamente nelle mani del board di Bank of America e loro, tuona il numero uno della Fed, avevano l’obbligo di compiere le scelte ritenute nel migliore interesse dei loro azionisti e della loro azienda. “Personalmente non ho detto alla dirigenza di Bank of America che la Federal Reserve avrebbe intrapreso azioni con il board o il management se avessero deciso di procedere invocando la clausola Mac”.

In particolare, si è difeso Bernanke, “non ho dato mandato a nessuno di far sapere a Bank of America che la Federal sarebbe intervenuta se posta di fronte a queste circostanze. Ho ritenuto, insieme ad altri, che invocare la clausola Mac in questo caso avrebbe comportato rischi significativi per Bank of America, oltre che per Merrill Lynch e per l’intero sistema finanziario, è questa la preoccupazione che ho espresso a Lewis e ai suoi colleghi”.

Sappiamo come andò a finire Antonio Fazio con il gioco delle tre scimmiette. Oggi tocca al suo omologo a stelle e strisce? Non sarà certo un caso che in molti blog americani si parli ormai sempre più apertamente di una sua sostituzione. Lasciatemi però esprimere qualche perplessità sul nome che si sussurra come suo sostituto. Quello della volpe del premiato duo Geithner-Summers. Chissà se anche gli americani hanno qualcosa di simile al nostro detto “finire dalla padella nella brace”?

Lapsus

(ANSA) – ROMA, 25 GIU – Le attivita’ in Polonia di Unicredit mostrano una performance peggiore di quelle italiane. E’ quanto ha sottolineato l’amministratore delegato dello stesso gruppo Unicredit, Alessandro Profumo. ”I crediti in Polonia oggi performano molto meno che in Italia”, ha detto Profumo nel corso di una tavola rotonda all’East Forum, precisando che ”e’ importante avere la capacita’ di discriminare”.(ANSA)

(ANSA) – ROMA, 25 GIU – Le attivita’ in Polonia di Unicredit mostrano una performance migliore di quelle italiane. Lo ha precisato un portavoce di Unicredit, correggendo un lapsus dell’amministratore delegato dello stesso gruppo, Alessandro Profumo. ”I crediti in Polonia oggi performano molto meglio che in Italia”, ha detto Profumo nel corso di una tavola rotonda all’East Forum, precisando che ”e’ importante avere la capacita’ di discriminare”.(ANSA).

OK, diamogliela per buona, forse Profumo è distratto perchè è preoccupato che possa prendere piede in Italia l’idea di Vikram Pandit, CEO di Citigroup, che propone di ridurre del 50% i premi ai manager, lui in testa, e di distribuire l’equivalente tra il resto dei dipendenti.

Lezioni di storia (aggiornamento)

Vi ripropongo il post del 15 giugno ampliato (vedi in fondo) con la traduzione di altri stralci dell’intervista a Paul Krugman pubblicata nei giorni scorsi sul Guardian a firma di Will Hutton e nella quale il premio Nobel per l’economia getta un interessante sguardo anche sull’Europa.

Mercato Libero segnala oggi un’intervista sul Guardian a Paul Krugman. Da non perdere perchè, come sempre, il premio Nobel per l’economia, con la sua capacità di smontare i luoghi comuni, ci offre una visione non convenzionale e non “embedded” della situazione e delle prospettive della crisi.

Come quando, condendo l’apparentemente arida materia con un pò di ironia, che non guasta mai, si beffa dello stato confusionale in cui versano i repubblicani che attaccano l’amministrazione Obama per le indebite pressioni del Tesoro su Bank of America perchè concludesse l’acquisizione della ormai fallita Merrill Lynch, dimenticando che il misfatto avvenne sotto Bush ed ad opera del suo ministro Paulson.

Ma tant’è, chi non ricorda la favola del lupo che cercava ogni pretesto, pur di giustificare la sua intenzione di fare pranzo a base d’agnello? Ecco allora i nostri eroi vetero liberisti parlare di fallimento per il fatto che dopo quattro mesi di cura Obama il piano di stimoli fiscali non abbia ancora dato i suoi frutti, giacchè la disoccupazione stà ancora crescendo.

Un gioco da ragazzi per Paul Krugman, che pure non è stato tenero nemmeno con Obama e non gliel’ha di certo mandata a dire, dare una bella lezione di storia a questi quattro dinosauri citando proprio uno dei loro padri fondatori. A quanto pare se Obama non ha la bacchetta magica nemmeno il presidente Reagan la combinò poi tanto giusta se il tasso di disoccupazione continuò a salire per altri due anni dopo il via del suo programma di tagli fiscali!

Ma torniamo all’intervista. Il pensiero che tormenta Krugman, sono mesi ormai che continua a ripeterlo, è che corriamo il rischio di non uscire più da questa recessione, chiamando a sostegno dei suoi timori il parallelo con il “decennio perduto” del Giappone. L’intervistatore gli chiede da dove nasca il suo pessimismo: in fondo la situazione negli Stati Uniti e Gran Bretagna non è la stessa determinatasi in Giappone nei primi anni ’90. Sentite Krugman come argomenta il suo allarme che quello che è accaduto in Giappone possa accadere al mondo intero.

The thing about Japan, as with all of these cases, is how much people claim to know what happened, without having any evidence. What we do know is that recessions normally end everywhere because the monetary authority cuts interest rates a lot, and that gets things moving. And what we know in Japan was that eventually they cut their interest rates to zero and that wasn’t enough. And, so far, although we made the cuts faster than they did and cut them all the way to zero, it isn’t enough. We’ve hit that lower bound the same as they did. Now, everything after that is more or less speculation.

For example, were the problems with the Japanese banks the core problem? There are some stories about credit rationing, but they are not overwhelming. Certainly, when we look at the Japanese recovery, there was not a great surge of business investment. There was primarily a surge of exports. But was fixing the banks central to export growth?

In their case, the problems had a lot to do with demography. That made them a natural capital exporter, from older savers, and also made it harder for them to have enough demand. They also had one hell of a bubble in the 1980s and the wreckage left behind by that bubble – in their case a highly leveraged corporate sector – was and is a drag on the economy.

The size of the shock to our systems is going to be much bigger than what happened to Japan in the 1990s. They never had a freefall in their economy – a period when GDP declined by 3%, 4%. It is by no means clear that the underlying differences in the structure of the situation are significant. What we do know is that the zero bound is real. We know that there are situations in which ordinary monetary policy loses all traction. And we know that we’re in one now.

Già, spesso la gente parla delle cose senza conoscerle. Tutto quello che sappiamo è che in teoria le recessioni hanno fine quando le autorità tagliano di molto i tassi d’interesse, e basta questo per rimettere in moto le cose. Dal Giappone abbiamo imparato che questo non è stato sufficiente. Finora abbiamo tagliato i tassi più velocemente che in Giappone e fin quasi allo zero, e non è stato abbastanza. Ogni cosa avvenuta successivamente, quello che sta accadendo ora, è più o meno speculazione.

La misura dello shock cui è sottoposto il nostro sistema sta diventando molto più grande di quello che colpì il Giappone negli anni ’90. Loro non hanno avuto mai un’economia in caduta libera, un periodo in cui il Prodotto interno lordo è crollato del 3 o 4 per cento. Che ci siano delle differenze nei sistemi non è significativo. Quel che sappiamo è che la crescita zero è reale. Sappiamo che ci sono situazioni in cui le politiche monetarie perdono tutta la loro forza di trascinamento. Sappiamo che ci troviamo in una di queste situazioni.

E i segnali di ripresa? Krugman spera di sbagliarsi ma la domanda a cui rispondere è: da dove pensiamo venga questa ripresa? Non è facile dirlo se guardiamo a questi due ultimi anni nel loro complesso.

Who knows if the stockmarket makes sense or not? It was pricing in the possibility of an apocalypse a few months ago. That possibility seems to have receded, so it makes sense for the markets to come up, but that’s not saying that the economy is going to be great. If you do the comparison not with where they were three months ago, but where they were two years ago, then the markets still seem awfully depressed.

Chissà se i mercati azionari hanno o meno un senso? Pochi mesi fa sembrava l’apocalisse e questa possibilità sembra ora scongiurata, ma non c’è nulla che confermi che l’economia stia tornando ai livelli precedenti. Se comparate i listini azionari non con dove erano tre mesi fa, ma con due anni fa, allora i mercati sembrano ancora terribilmente depressi.

In conclusione, cosa vede dunque Paul Krugman dietro l’angolo? La “Nipponizzazione” dell’economia mondiale con qualche caso di “Argentinaficazione”, ovvero grappoli di paesi in default. Comunque non fermatevi qui, tutta l’intervista merita un’attenta lettura.

Update
Will Hutton. Lei sostiene che quel che è accaduto in Giappone potrebbe ripetersi in Usa e Regno Unito o, forse, per l’intera economia mondiale. Ricordiamo che il pil giapponese, quest’anno, sarà pari a quello del 1992: 17 anni perduti, insomma.

Paul Krugman. Sì, non credo che il pericolo si sia allontanato troppo. Certo si è ridotto il pericolo di una Grande depressione. Ma nel primo anno la crisi è stata assai peggiore che negli anni Novanta in Giappone.

W.H. Ma qual è la ragione di tanto pessimismo? Uno potrebbe risponderle: caro Krugman, il Giappone è un caso a parte. È un’economia votata all’export con una moneta molto sopravvalutata. Soprattutto, la risposta dei politici è sempre stata in ritardo, cosa che non è avvenuta a Londra o negli Usa.

P.K. La realtà è che in Giappone si è fatto quel che si è soliti fare di fronte a una recessione: tagliare i tassi fino a quota zero, ma non è stato sufficiente a far ripartire l’economia. E da noi, anche se siamo stati più tempestivi nel taglio, non è stato comunque sufficiente. Questa è l’essenza del problema. Tutto il resto è secondario. Ci sono situazioni in cui la politica monetaria tradizionale perde efficacia. E noi sappiamo che ne stiamo attraversando una.

W.H. Ma un ottimista potrebbe obiettare che ci sono quei segnali di ripresa che lei si rifiuta di vedere. Le Borse hanno recuperato un buon 25%. Il mercato immobiliare sembra aver toccato i fondo, la fiducia delle imprese è in risalita.

P.K. Ci sono segnali di assestamento, piuttosto che di ripresa. Le Borse, pochi mesi fa, ipotizzavano l’Apocalisse. Ora il rischio sembra superato, e i mercati azionari ne hanno preso atto. Ma non ci stanno segnalando che l’economia viaggia verso la ripresa. Non vanno confrontati i prezzi attuali con tre mesi fa. Se li paragoniamo a quelli di due anni fa, abbiamo la misura dello stato attuale di depressione.

W.H. Ci sono i problemi dell’indebitamento degli Stati, ma anche quelli connessi alle disponibilità economiche dei consumatori.

P.K. La crisi immobiliare e la caduta delle azioni hanno senz’altro impoverito le famiglie. Ed è probabile che i consumatori, carichi di debiti, incontrino difficoltà a spendere. La realtà è che la teoria economica ha studiato gli effetti del deficit nei Paesi del Terzo Mondo. Ma non abbiamo mai preso in considerazione l’ipotesi che questo si potesse verificare nei Paesi forti.

W.H. C’è un rischio Argentina o Malaysia fine anni Novanta…

P.K. Nel momento peggiore abbiamo attraversato una fase di «giapponesizzazione» con un un pizzico di «argentinizzazione». Ora abbiamo superato quel rischio. Ma la «giapponesizzazione» rimane.

W.H. Qual è il cuore del problema Giappone, 17 anni dopo lo scoppio della crisi?

P.K. È molto difficile creare abbastanza domanda interna, e così riequilibrare i flussi della bilancia commerciale, in un Paese con una realtà demografica negativa.

W.H. Dunque, il problema della «giapponesizzazione» è un mix di squilibri commerciali uniti all’invecchiamento.

P.K. Sì, ma non vale per gli Stati Uniti. Semmai è il caso di Germania e Italia.

W.H. Confesso che la tesi della «giapponesizzazione» a livello globale non mi convince granché. Ma credo che la tesi valga per la Germania e, per questa via, cominci a contagiare l’intera economia mondiale.

P.K. Il mercato interno tedesco è del tutto inadeguato. Il benessere della Germania, nei primi sette anni del secolo, è stato legata solo a un gigantesco surplus della bilancia commerciale. Com’è possibile che la Germania, che non ha subito la bolla immobiliare, abbia patito la peggior discesa del pil tra le grandi economie? La risposta è che loro esportavano in Paesi dove maturava la Bolla. Scoppiata questa, la Germania ha perso i clienti. È Berlino il problema vero su scala globale.

W.H. In cima al dossier c’è poi una possibile, devastante, crisi bancaria. Il Fondo Monetario teme che la Germania abbia almeno 500 miliardi di sofferenze non emerse. Le banche tedesche hanno mille miliardi di dollari, se non di più, investiti in cdo che possono essere assorbiti solo congelando le perdite. Noi inglesi abbiamo avuto Rbs, voi Americani Citigroup. La Germania ha perduto sei punti di pil senza che la crisi bancaria abbia toccato il fondo.

P.K. Questo è il versante finanziario della crisi. Certo, noi partiamo dall’ipotesi che la crisi sia essenzialmente finanziaria. Ma non è detto che sia vero. È vero che Lehman è stato il campanello d’allarme. Ma il crollo dell’immobiliare era precedente. La caduta del business è in buona parte dovuta all’eccesso di capacità produttiva, a sua volta provocato dal calo dei consumi e del crollo dell’immobiliare. Ristabilire la fiducia nella finanza è una condizione necessaria. Ma non sufficiente.

W.H. È un quadro desolante…

P.K. Sì, ed è anche per questo che sono così depresso.

W.H. Lei sostiene che siamo al 12esimo mese di una depressione destinata a durare 36 mesi, sebbene in forma meno grave. È una prospettiva scioccante.

P.K. Nella recessione del 2001 ci sono voluti 30 mesi prima che ripartisse il mercato del lavoro.

W.H. È ancora convinto che la strategia migliore passi dagli stimoli della politica fiscale?

P.K. Sì, è lo strumento migliore per frenare la recessione. È opinione comune che gli investimenti giapponesi in infrastrutture siano stati inefficaci. Io penso, al contrario, che hanno evitato il collasso. Obama ha messo in cantiere uno stimolo di poco inferiore al 5% del pil ma, in realtà, si tratta di un 4% spalmato in due anni e mezzo. Basta? Sono convinto che presto arriverà una seconda manovra di stimolo.

W.H. E poi?

P.K. Sotto con le regole della finanza. Bisogna imbrigliare il mostro. L’eccessiva crescita della leva nel settore privato è quel che ci ha resi così vulnerabili.

W.H. Più fisco, meno finanza. Così cambia la via americana al capitalismo.

P.K. Non sono così cosmico. Ma è vero che Gordon Gekko è arrivato tra noi grazie alla finanziarizzazione. Io penso che abbiamo bisogno di un po’ di welfare in più e anche di un po’ di socialdemocrazia. E di sindacato.

W.H. Chiudiamo con Obama. Lei lo ha molto criticato in passato.

P.K. Sono sempre più soddisfatto. Chiedevo uno stimolo fiscale più forte, penso che lo farà. Chiedevo più aggressività verso le banche: vedremo se si dovrà riprender la battaglia. Ma la riforma della sanità è buona, come la battaglia sul clima. Io, che ero scettico, comincio a sperare nel New Deal. Obama ha una grande personalità. Ed è un tale sollievo avere finalmente alla Casa Bianca uno che merita il tuo rispetto.

Prognosi riservata

Secondo Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, “anche se ci sono i primi segnali di un rallentamento della crisi, ci sono ancora rischi di una improvvisa emergenza per una inaspettata turbolenza dei mercati”.

Per il presidente della Bce tuttavia la priorità è “mantenere un equilibrio tra la necessità di agire in relazione alla grave situazione di oggi e all’altrettanto innegabile obbligo di ritornare su una situazione sostenibile nel medio termine”. Per ottenere questo, “i governi devono spiegare in che modo intendono allentare le misure di stimolo varate per far fronte alla crisi”.

In breve Trichet ci ricorda che il paziente da un lato è ancora in prognosi riservata, ammalato e soggetto a ricadute, dall’altro propone di ridurgli medicine e prestazioni sanitarie, se non addirittura di dimetterlo.

Ma Trichet non è l’unico a predicare oggi la priorità di ridurre il debito pubblico e di avviare politiche fiscali restrittive. Evidentemente la storia non insegna mai nulla e si tende a ripetere sempre gli stessi errori.

Le semestrali geleranno i germogli verdi

E’ raro vedere un presidente di una importante società quotata in borsa non accodarsi a chi per necessità professionale o ruolo istituzionale deve farci credere che il peggio è alle nostre spalle e l’economia è tutto uno scintillio di segnali positivi. Supera onestamente il proprio conflitto d’interessi il Vice Presidente della General Electric, John Rice, che in queste dichiarazioni rilasciate a Bloomberg afferma di non far parte del gruppo che vede germogli verdi e soprattutto di non averli ancora visti negli ordinativi. Forse a livello macro esisteranno statistiche che suggeriscono l’inizio di una ripresa dell’economia ma Rice non la vede ancora e consiglia di prepararsi ad altri 12 o 18 mesi di lacrime e sangue.

È un pò il concetto ripreso dal nostro economista Mario Deaglio che, in questa intervista a Sussidiario.it, a proposito dell’impennata dei mercati, afferma che essa è stata totalmente dovuta ai salvataggi delle banche ma che adesso tutti hanno paura dei bilanci semestrali che usciranno.

I segnali che arrivano dalle imprese, in Italia e all’estero, non sono buoni e quindi c’è l’impressione che la crisi possa estendersi anziché ridursi. La maggioranza dei commentatori ha creduto che con marzo la caduta produttiva fosse finita e ha sopravvalutato i germogli della ripresa. In realtà nelle ultime otto settimane il clima è cambiato e i germogli si sono gelati. Si è visto che la caduta era più forte del previsto e la ripresa più lontana. Senza dubbio sarà molto più lenta di quello che si pensava fino a due mesi fa.

La caduta forse non è più in picchiata, ma chi può affermare onestamente che è davvero terminata?

25 Luglio

La storia si ripete sempre due volte:
la prima volta come tragedia,
la seconda come farsa. (Karl Marx)

Nel giorno in cui dettava a Mavalà una vana controffensiva, persino il fido Gianni Letta l’abbandonava firmando un articolo su “moralità e crisi sociale” per l’Osservatore Romano.

Scrive Concita De Gregorio su l’Unità:

…non è per la dissennata politica economica, il lavoro che manca, la crisi, non per le leggi scritte su misura per garantirsi l’impunità, per le ronde e per i bavagli alla giustizia e ai giornali, per la corruzione eletta da anni a sistema. No. È per un giro di minorenni e di prostitute da catalogo, alla fine, che il sistema si sfarina.

Già, là dove tutto e tutti fallirono potè l’uccello. Il re è nudo, solo, con la cannuccia in mano. Si avvicina il 25 luglio. E ora, chi sarà il nuovo Badoglio?

Il Piano Regolatore

Il Regulatory plan del duo Geithner-Summers, la Grande Riforma dei mercati finanziari, è riuscito a scontentare sia i sostenitori che gli avversari del Presidente americano che pure ha deciso di spenderci in prima persona la sua autorevole faccia. Secondo Barry Ritholtz, che si schiera al centro, tra i pragmatici, lo spropositato tomo di oltre ottanta pagina si distingue per il gran numero delle mezze misure e l’assenza di quelle che sarebbero state necessarie per prevenire il ripetersi della crisi.

Some very obvious omissions from the plan include:

1) No major changes for the ratings agencies!

This is a giant WTF from the White House. It implies that the team in charge STILL does not understand how the problem occurred.

The ratings agencies are not the only bad actors, but they are a BUTFOR – but for the rating agencies putting a triple A on junk paper, many many funds could not have purchased them, the number of mortgages securitized would have been much less, the insatiable demand on Wall Street for mortgage paper would have also been much lower.

Why is this important? If mortgages originators couldn’t sell a mass amount of loans, they would not have had the need to give a mortgage to anyone who could fog a mirror — and that means no Liar Loans, no NINJA loans, and no huge subprime debacle.

Better Solution: Take apart the ratings oligopoly! Eliminate the Pay for Play/Payola structure. Strip Moody’s S&P and Fitch from their uniquely protected status — they have proven they are neither worthy nor competent. Open up ratings to competition –including open source.

2) Turn Derivatives into Ordinary Financial Products: The Obama team does a series of minor steps for Derivatives, but they don’t go far enough.

Better Solution: Force derivatives to be traded like option/stocks, etc. (including custom one off derivatives) Trade them only on Exchanges, full disclosure of counter-parties, transparency and disclosure of open interest, trades, etc. REQUIRE RESERVES LIKE ANY OTHER INSURANCE PRODUCT.

3) If they are too big to fail, make them smaller.”

That is the famous quote from Nixon Treasury Secretary George Shultz, and it applies to the banks as well as insurers, Fannie & Freddie, etc.

We have a situation where 65% of the depository assets are held by a handful of huge banks – most of wom are less than stable. The remaining 35% is held by the nearly 7,000 small and regional banks that are stable, liquid, solvent and well run.

Better Solution: Have real competition in the banking secrtor. Limit the size fo the behemoths to 5% or even 2% of total US deposits. Break up the biggest banks (JPM, Citi, Bank of America)

4) The Federal Reserve, Despite its Role in Causing the Crisis, Gets MORE Authority:

Under Greenspan, the Fed did a terrible job of overseeing banking, maintaining lending standards, etc. Why they should be rewarded for this failure with more resposibility is hard to fathom. Yet another example of rewarding the incompetent.

Better Solution: Have the Fed set monetary policy. They should provide advise to someone else — like the FDIC — who haven’t shown gross incompetence.

5) Require leverage to be dialed back to its pre-2004 levels. Have we even eliminated the Bears Stearns exemption yet? This was a 2004 SEC decision to exempt five biggest banks from the mere 12 to 1 prior levels. Note that all 5 are either gone, acquired or turned into holding companies.

Better Solution: 12-to-1 should be enough leverage for anyone . . .

6) Restore Glass Steagall: The repal of Glass Steagall wasn’t the cause of the collapse, but it certainly comntributed to the crisis being much worse.

Better Solution: Time to (once again) separate the more speculative investment banks from the insured depository banks.

All of which suggests that the status quo preserving, sacred cow loving, upward failing duo of Lawrence Summers and Tim Geithner are still in control of economic policy. The more pragmatic David Axelrod and the take-no-prisoners, don’t-give-a-shit-about-Wall Street Rahm Emmanuel have yet to assert authority over the finance sector.

Non così demolitorio il giudizio di Paul Krugman che pur avanzando riserve dello stesso tenore si salva in corner con un bel “molto meglio che niente”. Per quel che mi riguarda e per quel che può contare la mia opinione avrete capito che sono convinto che il piano è destinato a fare la fine della spazzatura e che comunque ci penserà la invincibile lobby dei banchieri di Wall Street e dintorni a svuotarlo di quel poco di significativo che contiene attraverso gli emissari che siedono al Congresso.

Il Sensale

(ANSA) – BRUXELLES, 19 GIU – “Abbiamo parlato del gas e in Ucraina c’è una situazione di emergenza. Si tratta di trovare un accordo tra ciò che la Federazione russa mette sul tavolo come contributo e l’Unione europea. Si tratta di una somma non minore di 3-4 miliardi di euro”. Lo afferma il premier Silvio Berlusconi, nel corso della conferenza stampa al termine del vertice europeo. (ANSA).