Prognosi riservata

Da ilsussidiario.net

Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) rivede nuovamente al rialzo il costo della crisi finanziaria: le svalutazioni, entro il 2010 – afferma nel Global Financial Stability Report – «potrebbero raggiungere i 4.000 miliardi di dollari, di cui due terzi facenti capo alle banche».

Del totale fanno parte, per la prima volta, gli asset originati in tutti i mercati e non solo in quello americano, per il quale la stima delle potenziali perdite è stata portata a 2.700 miliardi, dai 2.200 miliardi di gennaio 2009 e i 1.400 miliardi di ottobre.

«Il sistema finanziario globale – aggiunge l’Fmi – resta sotto un severo stress a fronte di una crisi che riguarda famiglie, aziende e banche sia nelle economie avanzate che in quelle emergenti». «Il processo di deleveraging – aggiunge – sarà lento e doloroso nonostante le misure prese».

Se è vero che il sistema finanziario americano ha digerito finora 920 miliardi di svalutazioni, ne mancano all’appello, per gli Stati Uniti, ancora quasi 1.800 miliardi e quindi siamo solo appena al 30%, altro che restituzione degli aiuti ricevuti con il TARP! Tanto è vero che il Segretario del Tesoro Geithner, proprio oggi, in un’intervista riportata dal Wall Street Journal, nell’escludere la restituzione del TARP solo sulla base dello stato di salute di singole banche, fa capire che la prognosi del sistema finanziario è ancora riservata:

“Vogliamo essere sicuri che il sistema finanziario non sia solo stabile, ma anche che non determini una più profonda contrazione dell’attività economica. Dobbiamo avere abbastanza capitale sufficiente a sostenere una ripresa.”

Ma le stime del FMI sono paradossalmente ottimistiche, checchè ne dica Tremonti, e potrebbero essere destinate a crescere ulteriormente se peggiorasse la crisi dei paesi dell’Est Europa. L’Europa infatti ha in mano ben il 74% di tutti i 5 mila miliardi di dollari di prestiti fatti in quei Paesi: le banche europee sono 5 volte più esposte rispetto a quelle statunitensi e giapponesi su questo fronte e hanno una leva finanziaria (il loro passivo totale rispetto al patrimonio netto della banca) pari al 150% delle banche statunitensi e giapponesi.

Questo è l’avvertimento che lancia il report del FMI secondo il quale «i collegamenti» fra Est e Ovest «creano un ciclo di azioni e reazioni che potrebbero esacerbare la crisi».

La maggior parte delle economie emergenti europee – spiega l’Fmi – sono infatti dipendenti dalle banche del Vecchio Continente occidentale che, di fatto, possiedono molti degli istituti di credito dell’Europa dell’Est.

«Le banche madri – si legge nel rapporto – sono concentrate in pochi paesi (Austria, Belgio, Germania, Italia, Svezia). E questi collegamenti creano un ciclo di azioni e reazioni tra i Paesi dell’Europa emergente e quelli occidentali che potrebbe esacerbare la crisi».

Gli esperti del Fondo osservano che «il deterioramento delle condizioni finanziarie delle sussidiarie dell’Europa dell’Est influenza la liquidità e la posizione di capitali delle banche-madri, e questo a sua volta ha portato non solo ad un abbassamento del rating e a più alti costi, ma ha ridotto di fatto la capacità di finanziamento proprio delle sussidiarie».

Altro che luci e bagliori di speranza in fondo al tunnel!

Bank of America fa crollare le altre big bank

Toh, anche gli utili di Bank of America volano, nel primo trimestre, e si posizionano a 4,2 miliardi di dollari. Poi ti accorgi che i profitti rivenienti dalle attività di Merril Lynch pesano sul risultato per almeno 3 miliardi al netto dei costi per l’operazione di acquisizione, così come la vendita della quota in China Construction Bank contribuisce all’utile per 1,9 miliardi. Già solo senza queste due operazioni i conti sarebbero in rosso. Se poi consideriamo che BofA prevede di dover coprire, nel trimestre, 13,4 miliardi di perdite su crediti allora si comprende anche perchè il suo Presidente e CEO, Ken Lewis, non festeggi e rimanga così sobrio.

Il buon Ken anzi confessa che vede un futuro “estremamente difficile, soprattutto a causa del deterioramento della qualità del credito determinato dalla debolezza dell’economia e dalla crescita della disoccupazione”. Viva la sincerità. Ma che altro potrebbe dire se le perdite per svalutazioni sono passate a 6,94 miliardi rispetto ai 2,72 miliardi dell’anno precedente, i nonperforming asset sono più che triplicati a 25,74 miliardi, 7,51 miliardi in più dalla fine dell’anno, e le perdite nel settore carte di credito nel primo trimestre ammontano a 1,77 miliardi?

E Ken Lewis non ha confessato ancora tutto. Non bisogna dimenticare il soccorso ricevuto dai nuovi criteri contabili introdotti con il mark to fantasy, i 4,5 miliardi dei contribuenti americani girati a BofA da AIG e gli altri aiuti ricevuti direttamente con il TARP. E chissà cos’altro. Tuttavia tanta improvvisa sincerità, dopo le reticenze e gli allegri annunci dei suoi colleghi, oggi suona strana. Le Borse girano verso il cattivo tempo e Wall Street precipita nel profondo rosso, trascinata al ribasso proprio dai titoli del settore finanziario: BofA (-14,06%), Citigroup (-12,88%) Wells Fargo (-8,64%).

Update: C’è chi non la pensa come me, ma forse non abbiamo visto lo stesso film o forse al cinema non c’è nemmeno andato o è uscito dopo i titoli di testa.

Habemus stress test?

Ieri sono fallite altre due banche americane, la Great Basin Bank of Nevada e la American Sterling Bank del Missouri. Questa mattina Bloomberg ha dato notizia di un ulteriore rinvio della data in cui verranno resi noti gli stress test (si era parlato del 24 aprile). Ma ora sembra finalmente esserci una data definitiva, il 4 maggio, si presume del 2009.

Tuttavia la discussione sembrerebbe molto accesa tra gli uomini del Tesoro e le altre autorità regolatrici del mercato sul se pubblicare o meno i dati completi. La preoccupazione principale è che essi possano penalizzare le banche più deboli. Gli altri punti oggetto della diatriba sarebbero: quali risultati dare, come classificarli e chi deve comunicarli.

In più c’è il problema che se tutte le banche supereranno il test potrebbe essere messa in discussione la credibilità del test stesso e se qualche banca non lo superasse sarebbe costretta ad accettare ulteriori aiuti e il controllo del governo e potrebbe essere punita da investitori e clienti.

Insomma una bella gatta da pelare anche perchè, se pure le banche che non superano il test hanno sei mesi di tempo per mettersi in regola, il mercato non aspetterebbe nemmeno cinque minuti per dire la sua. Non vorremmo dover rispolverare il giorno dopo, proprio il 5 maggio, in memoria di qualche Chief Executive Officer di nostra conoscenza, gli immortali versi

Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro.

Giulio, il giardiniere

Il nostro Ministro dell’Economia continua a stupirci con le sue dichiarazioni. Ieri, forse ancora nei panni di sismologo dopo la sua visita a L’Aquila, aveva escluso “il rischio di un’apocalisse finanziaria negli Stati Uniti e in Est Europa” affermando anche che “il punto di caduta sembra essere raggiunto”.

Oggi leggo un resoconto più dettagliato della sua performance al convegno dell’Aspen, dove ha indossato i panni a lui più congeniali dello studioso ottocentesco che vede dei “piccoli segnali positivi”, degli indicatori “empirici” che mostrano un rallentamento della caduta” nelle lettere e pacchi spediti, nel traffico autostradale e nell’arrivo dei container nei porti italiani rilevati dall’agenzia delle dogane.

da “Oltre il giardino

BENJAMIN RAND: Non c’è più margine per aumentare l’inflazione, è andata più lontano che poteva. Hai raggiunto i limiti massimi di tassazione, la dipendenza energetica dall’estero è vicina ad un punto di crisi, e, dovunque io guardi, il cosiddetto sistema della libera impresa è al collasso.

PRESIDENTE: Non pensi che dovrei tentare, huh?

RAND: Assolutamente no.

PRESIDENTE: Siete d’accordo con Ben, Signor Gardiner? Oppure pensate che possiamo stimolare la crescita attraverso incentivi temporanei?

CHANCE: Se le radici non vengono tagliate, tutto va bene e andrà bene nel giardino.

PRESIDENTE: …Nel giardino?

CHANCE: Esatto. In un giardino la crescita ha le sue stagioni. Ci sono primavera ed estate, ma ci sono anche autunno ed inverno. E poi di nuovo primavera ed estate…

PRESIDENTE: …Primavera ed estate… Giusto…Autunno e inverno. Proprio vero.

RAND: Credo che il nostro assai perspicace amico voglia farci capire, Signor Presidente, che dobbiamo accettare le inevitabili stagioni della natura anche se siamo sconvolti dalle stagioni della nostra economia.

CHANCE: Sì. Esatto. Ci sarà una crescita in primavera.

Gli stressanti stress test che non stressano per niente

Dopo i suoi colleghi di Wells Fargo, JPMorgan e Goldman Sachs che si sono avvicendati nei giorni scorsi, oggi è toccato al Chief Executive Officer di Citigroup, Vikram Pandit, presentare “utili al di sopra delle attese” per il primo trimestre 2009.

La recita è andata secondo copione. Anche Pandit non vede l’ora, dice, di restituire i soldi del Tarp. Non vede l’ora ma non dice, come d’altronde gli altri, nemmeno il giorno. Purtroppo anche per Citigroup, come per le altre big, non è tutto oro quello che luccica, e i dati pubblicati nella presentazione ci dicono che le perdite sui crediti stanno ancora rapidamente salendo, come mette in evidenza Calculated Risk con dovizia di grafici.

Anche Citi prima di rastrellare soldi sul mercato (e prima che la borsa crolli di nuovo)

It made sense to delay the launch of the exchange offer until we could tell the market exactly what the results of the stress test are.

Già, gli stress test che ho ribattezzato spot test (nel senso di spot pubblicitari) e che “devono servire a tranquillizzare il pubblico e non a scatenare il panico” (come ho scritto nel mio post di mercoledì) e i cui risultati saranno strombazzati, questa è l’ultima dichiarazione di un funzionario del Tesoro, il prossimo 24 Aprile.

Sicuramente non c’è il rischio di sorprese, e come potrebbe essere il contrario? Accorre a confortare questa mia battuta addirittura Nouriel Roubini, che almeno gli stress test vorrebbe prenderli sul serio, con un articolo dal titolo (e dal link) chilometrico e, questo sì, davvero stressante

Stress Testing the Stress Test Scenarios: Actual Macro Data Are Already Worse than the More Adverse Scenario for 2009 in the Stress Tests. So the Stress Tests Fail the Basic Criterion of Reality Check Even Before They Are Concluded.

I reali dati macroeconomici per il 2009 sono già peggiori di quelli che disegnano lo scenario più avverso negli stress test. I reali dati macro del primo trimestre per le tre variabili usate negli stress test – tasso di crescita, tasso di disoccupazione e svalutazione del prezzo delle case – sono già peggiori di quelli che stanno alla base dello scenario previsto dalla FDIC e ancor peggiori di quelle per il più avverso degli scenari per il 2009. Perciò gli stress test sono falliti prima ancora di essere terminati. Parola del Dottor Doom.

Update: “Eliminando dal proprio orizzonte esistenziale una cosmicità sgradevole, inquietante e stressante, l’uomo consegue così una omeostasi psichica che lo fa vivere meglio, alimentando l’ottimismo e la speranza anziché il turbamento e la disperazione” (da Wikipedia). E’ l’interessante chiave di lettura che ci fornisce Phastidio.net a proposito dei risultati di Citigroup ma che potrebbe essere validamente applicata a molti dei soggetti finanziari e istituzionali che oggi sembrano vivere in un rassicurante universo parallelo, diverso da quello in cui vive il resto dell’umanità.

Sciame sismico

Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti esclude che vi possa essere “il rischio di un’apocalisse finanziaria negli Stati Uniti e in Est Europa” così come prospettato nei mesi scorsi. Parlando al convegno dell’Aspen Institute, Tremonti ha aggiunto che “il punto di caduta sembra essere raggiunto”.

Il Monte Paschi Siena tiene famiglia

Ha proprio ragione quel noto politico che afferma che in Italia il più efficace ammortizzatore sociale è la famiglia. E con centinaia di migliaia di precari in mezzo alla strada il Sindacato non può che salutare come “di grande rilevanza sociale” la decisione di assumere al Monte Paschi Siena 100 figli di dipendenti. Cose che possono succedere solo in Italia e in provincia di Siena (e Grosseto).

Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno

Il trio Obama-Bernanke-Geithner vede piccoli e timidi segnali di ripresa. Ottimismo a tutti i costi e da tutti i pori è la strategia del momento insieme ai bilanci truccati, gli stress test che diventeranno spot test o pubblicità ingannevole, fate voi, perchè come ammette ingenuamente un funzionario del Tesoro americano “devono servire a tranquillizzare il pubblico non a scatenare il panico”. Altrimenti come potrebbero le banche convincere tanti investitori a sottoscrivere un bell’aumento di capitale?

E’ la strategia della comunicazione che conosciamo bene: ripeti una balla all’infinito ed essa diventerà la verità. Non è un caso che Bernanke abbia annunciato che moltiplicherà i briefing con la stampa. La realtà sono le dichiarazioni delle autorità, le conferenze stampa, mentre al contrario tutto il resto, dati, numeri, fatti, è diventato virtuale e inattendibile, un’invenzione di economisti paranoici e di istituti di ricerca che danno i numeri al lotto.

Non so se questo atteggiamento pagherà anche alla lunga o se qualcuno alla fine tirerà fuori i forconi. Credo poco a questa seconda ipotesi, almeno a breve: basta guardare all’oblio nel quale sono cadute tutte le rassicurazioni, le svolte, le riprese dietro ogni angolo che ci hanno propinato in questi ormai 21 mesi di tempesta perfetta economisti, analisti e politici di ogni ordine e grado. La discesa è andata avanti inarrestabile, nell’impunità dei responsabili, di chi doveva vigilare e non ha vigilato, gli stessi che continuano a governare i nostri destini.

La situazione però ricorda quell’episodio in cui Bertoldo, condannato a morte, riesce a ingannare per un pò il boia avendo espresso l’ultimo desiderio di potersi scegliere l’albero al quale essere impiccato. Di albero in albero, il furbo contadino riesce ad evitare l’esecuzione così come chi sta gestendo la crisi pensa di esorcizzarla con fantasmatici segnali di ripresa per evitare la resa dei conti in nome e per conto di quei banchieri che l’hanno provocata e vorrebbero ristabilire lo stesso ordine di prima.

Ci riusciranno? Possibile che riescano a tirare le cose per le lunghe, producendo altri danni peggiori, ma alla fine rimarrà un solo albero, l’ultimo, e dovranno arrendersi alla ferrea legge dei dati e dei fatti che vorrebbero cancellare: aumento della disoccupazione, caduta dei prezzi al consumo e della produzione industriale, diminuzione delle vendite al dettaglio, dei prezzi delle case e l’ondata di pignoramenti in arrivo questo mese (si stima un + 40%). Questi crudi dati ci dicono purtroppo che non abbiamo ancora toccato il fondo. Il resto è solo propaganda.

La madre di tutte le crisi valutarie

Un grafico da paura, che riprendo dal blog Flute Thoughts. Quantifica l’esposizione, in termini percentuali del Prodotto Interno Lordo, delle banche dei paesi europei nei confronti dei paesi emergenti dell’Europa dell’Est che stanno sperimentando “la madre di tutte le crisi valutarie”. Il paese più a rischio è l’Austria ma anche l’Italia, pur se in buona compagnia, non scherza. Non mi sembra questo il caso di rispolverare il vecchio detto “mal comune, mezzo gaudio”.