Se l’ABS va in panne

No, non parlo di problemi al sistema frenante di un auto, ma delle famigerate Asset Backed Securities, o appunto ABS, la cui scomparsa dal mercato americano ha portato ad una contrazione dei prestiti al consumo, rendendo ancor più profonda la recessione negli Stati Uniti. Nel quarto trimestre del 2008 non c’e stata addirittura alcuna emissione di ABS collegate alle carte di credito, rispetto ai 23 miliardi di dollari dell’anno precedente.

Il Tesoro statunitense ha perciò annunciato il lancio del TALF, il Term Asset Backed Securities Loan Facility, che erogherà prestiti agevolati agli investitori che acquisteranno cartolarizzazioni con rating AAA- e riferibili a prestiti per l’acquisto di auto, di carte di credito, a prestiti studenteschi e a finanziamenti alle piccole imprese.

I prestiti erogati dal TALF saranno no-recourse, il che significa che il creditore (il Tesoro) non potrà rivalersi sul debitore insolvente aggredendone l’universalità dei beni, ma potrà solo recuperare il credito vendendo il titolo acquistato tramite il finanziamento.

Indovinate chi saranno i beneficiari di questo fiume di dollari (la prima trance è di 200 miliardi di dollari e l’obbiettivo è di generare mille miliardi di dollari in prestiti) sotto costo e a spese del contribuente: ma è ovvio, proprio gli amici banchieri che hanno causato la crisi finanziaria, le investment bank e gli hedge fund, i quali andranno a leva, cioè si indebiteranno a tasso agevolato grazie al TALF, ed acquisteranno le ABS, dando (forse) impulso a un mercato moribondo.

Per esempio gli investitori prenderebbero in prestito 92 milioni per comprare 100 milioni di ABS per sottostanti prestiti auto e sarebbe consentito loro di reinvestire a leva 12 volte tanto con un profitto annuo di oltre il 20% sulle ABS, presupponendo che non ci siano perdite. Per di più la Fed, a differenza di quel che farebbe una banca, non chiederà agli investitori l’emissione di garanzie se il valore di mercato delle ABS scendesse nel corso dei tre anni di vita del prestito.

Questo lampo di finanza creativa però potrebbe incenerire i suoi stessi geniali ideatori. Infatti c’è il rischio del clamore politico che potrebbe essere sollevato se gli investitori, come appare, raccoglieranno grandi ricavi. Da una prospettiva macroeconomica inoltre, il TALF potrebbe distorcere la leva del risparmio dei consumatori ora necessaria per un duraturo recupero economico, e infine c’è il rischio che dreni via liquidità ad altri importanti segmenti del mercato del debito.

Sembra che questa crisi non abbia insegnato nulla. Si ricorre di nuovo al meccanismo perverso che l’ha generata, il debito sul debito, la leva finanziaria. Oggi gli aiuti agli hedge fund domani come ieri i salvataggi e la nazionalizzazione delle banche. E’ come pompare droga nelle vene di un tossicodipendente o del Viagra in un impotente per provocare artificialmente magari una ripresa dei mercati che dia alla gente l’illusoria sensazione che il malato guarirà. Ma purtroppo il malato è allo stadio terminale.

La chiameremo Andrea

Dopo l’accordo di Venerdì scorso il governo controllerà il 36% di Citigroup mentre agli attuali azionisti rimarrà una piccola quota del 26%. Il restante 38% dovrebbe invece finire nelle mani dei nuovi azionisti, tra cui il principe saudita Al Waleed, altri investitori istituzionali e fondi sovrani.

E’ apparsa così quanto meno singolare la strana dichiarazione del CEO di Citi, Vikram Pandit: “Questa operazione dovrebbe tranquillizzare tutti coloro che paventavano la nazionalizzazione”.

“E’ come dire di essere mezza incinta” commenta il Dr. Doom, alias Nouriel Roubini, professore di economia alla New York University, uno dei pochissimi economisti a individuare sin dal 2004 il rischio subprime e a prevedere tutti gli sviluppi del disastro finanziario.

“Lo Stato ha già il controllo del sistema finanziario” dice Roubini, facendo notare che il governo ha già stanziato 9mila miliardi di dollari per salvare il sistema finanziario e ne ha già spesi 2mila miliardi. “Perciò facciamola finita con questa fissazione del ‘no alla nazionalizzazione’.”

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Banche stressate

Chi mi segue dall’inizio dell’anno, da quando cioè ho ripreso le pubblicazioni, sa come la penso sulla nazionalizzazione delle banche, sulla patrimonializzazione di quelle italiane e sui cosiddetti Tremonti Bond, riguardo ai quali mi chiedevo se avremmo visto presto quali sono le banche così malridotte da ricorrervi accettando condizioni tanto stringenti ed onerose.

A iniziare dal tasso di remunerazione di questi titoli assimilabili alle obbligazioni subordinate: dal 7,5 all’8,5%, almeno il doppio di quello offerto nelle emissioni di obbligazioni subordinate di questi ultimi mesi. Il decreto prevede inoltre che qualora le banche non rimborsassero i bond entro quattro anni, i tassi salgano progressivamente ogni anno. Un meccanismo equivalente a quello dei prestiti usurari. Perchè mai le “solide” banche italiane dovrebbero dunque ricorrervi, pagando un conto così salato?

Perchè in realtà non sono affatto solide e, come abbiamo già visto, il valore del loro attivo andrebbe abbattuto di una percentuale compresa tra il 60 e l’80 per cento. Sono con l’acqua alla gola e i Tremonti Bond servirebbero solo a tappare momentaneamente le falle e a tirare avanti ancora qualche mese. A dirlo non è solo un economista dilettante come il sottoscritto ma anche Alessandro Penati, Professore ordinario di scienze economiche alla Cattolica di Milano, che si è posto la mia stessa domanda. Nella sua risposta ci spiega che i Tremonti bond non servono a niente e che occorrerebbero almeno 130 miliardi di euro per salvare le banche italiane:

[…] La caduta dei prezzi di immobili e azioni, e l’ aspettativa delle sofferenze che la recessione causerà, ha ridotto le stime di mercato del valore dell’ attivo delle banche, assottigliandone e, in molti casi, azzerandone il capitale. Ecco perché il crollo dei titoli bancari. Per assorbire le perdite, attuali e prevedibili, e ricostruire il patrimonio delle banche non ci sono capitali privati sufficienti. Che piaccia o no, le risorse devono essere pubbliche.[…]

Ho provato a sottoporre le nostre quattro maggiori banche (Popolare, Intesa, Unicredit, Mps) a un mio stress test. La recessione è già ora la più grave degli ultimi 30 anni: a fine 2008, il Pil italiano era sceso cumulativamente (-2,9%) più che nel 1993 (-1,9%), nel 1983 e nel 2001. Ho pertanto ipotizzato che le sofferenze lorde crescano almeno ai livelli del 1994, e che il loro valore sia il 40% del nominale. Ho dimezzato il valore dell’ avviamento in bilancio: è il premio che le banche hanno pagato per le acquisizioni e fusioni degli anni scorsi, fatte a prezzi da bolla. E ho ridotto del 15% la sola componente azionaria dei titoli in portafoglio al 30/9 (metà della discesa della Borsa); del 35% i titoli di capitale non negoziabili, e del 10% la posizione in derivati. Le condizioni sono meno severe di quelle usate negli Usa: ma le potenziali perdite possono spazzar via tra il 72% e l’ 87% del patrimonio (post aumento per Unicredit) delle maggiori banche italiane. Per assorbire eventualmente queste perdite e riportare il loro patrimonio al 8% delle attività rischiose servirebbero 130 miliardi. Dunque, ha ragione la Borsa. E i Tremonti bond sono inutili. I capitali previsti appaiono insufficienti. E sono ulteriori debiti che le banche si accollano (pagandoli salati), quando il problema è invece di costringerle a fare pulizia e assorbirne le perdite.

L’inizio della fine

I nostri mezzi d’informazione, occupati ogni giorno a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica su argomenti graditi al manovratore (emigrazione clandestina, stupri, ronde, sicurezza, testamento biologico, scioperi selvaggi, etc.) non danno lo spazio e la rilevanza che meriterebbe alla catastrofe economica che imperversa sull’Europa e sul nostro paese.

Allora, per trovare notizie del summit di ieri a Bruxelles bisogna andarsi a leggere gli articoli sulle ultime battute di Berlusconi che, tra una barzelletta e l’altra, ha partecipato anche al vertice. Così fra le righe si riesce a capire che la riunione, convocata d’urgenza ed emergenza dal primo ministro della repubblica ceca, nonchè presidente di turno del Consiglio Europeo, Mirek Topolánek, è stata perfettamente inutile e si è conclusa, come sempre, con un nulla di fatto.

L’Agenda dei lavori comprendeva principalmente due argomenti: lotta al protezionismo e un piano di aiuti per i paesi dell’Est sull’orlo della bancarotta. Al primo dei due punti, sotto accusa gli aiuti di Nicolas Sarkozy all’industria automobilistica francese a condizione di lasciare la produzione in Francia, condizione che danneggia la Slovacchia e altri paesi dell’Europa centrale.

Ebbene scagli la prima pietra chi è senza peccato. Soprattutto se siede tra i primi quattro paesi d’Europa. Così sull’argomento si è glissato se non per riaffermare genericamente nel documento conclusivo che i paesi membri sono contro il protezionismo. Salvo fare comunque i propri comodi tra le mura domestiche. Come altro leggere anche questa strana e fortuita sequenza di coincidenze: lo Stato tedesco acquisisce una quota della Opel; la Opel vende una delle sue fabbriche in Germania alla Daimler, e la Daimler cancella il suo progetto di costruire una nuova fabbrica in Ungheria?

Ungheria che fa anche le spese del cambio di rotta della Merkel che pure aveva lanciato qualche giorno fa l’idea di un piano di aiuti per i paesi dell’Europa orientale e centrale. Non se ne fa nulla, salvo esaminare qualche singolo caso. La scelta di intervenire “caso per caso” vuol dire rinunciare ad una politica organica e comune lasciando i singoli paesi in difficoltà alla mercè delle diverse volontà e dei differenti interessi, riguardo alla loro esposizione e al loro debito, dei paesi più forti. Ma significa soprattutto un utilizzo col contagocce dei fondi e quindi nessuna possibilità di invertire la spirale recessiva.

E proprio la Cancelliera tedesca è stata la principale affossatrice della richiesta del primo ministro ungherese che ha proposto un pacchetto di salvataggio di 190 miliardi di euro avvertendo che senza questi aiuti calerebbe una nuova cortina di ferro tra Est ed Ovest. Evidentemente i grandi d’Europa sono convinti ognuno di stare meglio e di poter subire meno danni dell’altro dall’incombente crack finanziario dei paesi dell’Est europeo, e magari anche di guadagnarci qualche vantaggio.

Ripensandoci, questa volta il Summit non si è risolto con un nulla di fatto. Questa riunione potrebbe aver infatti rappresentato l’inizio dello sgretolamento dell’Euro-zona e persino dell’Unione Europea stessa. Sicuramente rappresenta il punto di non ritorno della crisi economica, il momento in cui il limite estremo dell’attuale crisi è diventato insormontabile e non sarà più possibile tornare indietro.

P.S.
Chi ritiene sbagliato aiutare i paesi dell’Europa dell’Est può leggersi il mio post Vento dell’Est per capire quali potrebbero essere le ripercussioni di una loro bancarotta.