Indisciplinati

Il nostro premier ci spiega che gli antidoti per il virus della crisi sono l’ottimismo e lavorare di più ma sono sempre meno quelli che gli danno retta. Infatti, dopo due rialzi consecutivi, torna a scendere, a marzo, anche la fiducia dei consumatori. Lo rende noto l’Isae nel suo rapporto mensile, precisando che l’indice è calato da 104 a 99,8 in prossimità dei valori della fine dell’anno scorso.

L’indicatore relativo al quadro economico generale segna la flessione più marcata, portandosi a 62,1 da 70,4 di febbraio, e scendono anche gli indicatori relativi alle attese a breve termine (da 90,7 a 85,3): si tratta dei minimi dalla fine del 1993.

Tra gli indisciplinati non ci sono solo gli italiani. Mentre infatti Obama vede “segnali di ripresa”, in Giappone, il secondo mercato al mondo dopo gli Stati Uniti, le esportazioni nel mese di Febbraio crollano del 49,4% (-58,4% quelle verso gli USA) e le importazioni del 43% rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Geithner e l’aritmetica

Ancora il Premio Nobel Paul Krugman:

Lasciate da parte la questione se il piano Geithner è o meno una buona idea. Una cosa nel modo in cui viene presentata è chiaramente falsa: i funzionari dell’amministrazione continuano a dire che non c’è nessuna sovvenzione, che gli investitori avrebbero partecipazioni di valore ridotto. Questo non è vero. Perché? A causa dei prestiti no-recourse, che finanzieranno l’85 per cento delle attività acquistate.

Permettetemi di offrire un esempio numerico. Supponiamo che ci sia un asset di incerto valore: potrebbe valere 150 o 50. Quindi il valore previsto sarà di 100.

Ma supponiamo che io posso comprare questo asset con un prestito no-recourse pari all’85 per cento del prezzo d’acquisto. Quanto potrei essere disposto a pagare per quell’asset?

La risposta è: poco più di 130. Perché? Tutto quello che dovrei metterci sarebbe il 15 per cento del prezzo, cioè 19,5, se l’asset costa 130. Questo è il massimo che posso rimetterci. D’altro canto, se l’asset raggiungesse un valore di 150, io guadagnerò 20. Quindi sarà un buon affare per me.

Si noti che la quota di partecipazione azionaria del governo non importa – il calcolo è lo stesso se gli investitori privati coprono tutto o solo una parte del capitale. E’ il prestito che fornisce la sovvenzione.

E in questo esempio si tratta di un ingente contributo, il 30 per cento.

L’unico modo per affermare che la sovvenzione è bassa è quello di dire che c’è solo una piccola probabilità che gli asset acquistati secondo il piano perderanno al massimo il 15 per cento del loro prezzo d’acquisto. Tenuto conto di quanto è successo negli ultimi 2 anni, è ragionevole questa previsione?

Update: Un altro modo di dirlo è che attraverso il finanziamento di una gran parte dell’ acquisto con un prestito no-recourse, il governo sta in effetti offrendo agli investitori un’opzione put per addolcire l’operazione.

L’illusione è l’ultima a morire

Non è la prima volta che Tim Geithner, così come fece per mesi il suo predecessore al Tesoro americano, Hank Paulson, annuncia il nuovo, ennesimo, ultimo e definitivo piano salva-banche destinato poi a finire nel dimenticatoio. Più tardi ne conosceremo meglio i dettagli ma sin d’ora possiamo dire che purtroppo è l’edizione riveduta e corretta di uno dei primi piani Paulson andati “dispersi”:

il piano da un trilione di dollari che Geithner dovrebbe presentare nei dettagli domani rischia di essere una riproposizione vitaminizzata del famoso Master Liquidity Enhance Conduit che l’ex (?) investment banker Hank Paulson propose tra squilli di trombe e suon di fanfare nel lontano settembre del 2007, un piano da cento miliardi che almeno aveva il merito di essere basato sullo sforzo congiunto di Citigroup, Bank of America e J.P. Morgan-Chase, le tre entità creditizie private che si guadagnarono così sul campo l’eterna riconoscenza delle terrorizzate autorità monetarie statunitensi, ma che, dopo avere occupato per settimane le prime pagine dei quotidiani finanziari e non, naufragò miserevolmente tre mesi dopo, notizia molto inquietante che la stampa più o meno embedded relegò in microscopici trafiletti.

Marco Sarli, l’autore del brano, ci dà conto anche di un’intervista di Obama nella quale il Presidente avrebbe detto a proposito delle virulente polemiche che hanno per oggetto Geithner che “Se presentasse le dimissioni, gli direi che mi dispiace, ma deve ancora completare il suo lavoro!”, che più che una difesa sembra un licenziamento a certo tempo data confermando così la voce delle scommesse che si farebbero negli ambienti politici e finanziari americani sul benservito al Segretario del Tesoro entro giugno.

Ma torniamo al piano Geitner per dire che è molto più complesso di quello che prevedeva Paulson un anno fa ma ne ricalca la filosofia, che è quella secondo la quale se il governo si impegna a trattenere gli asset tossici fino alla scadenza e quindi ne garantisce il loro rimborso ne rende appetibile il loro acquisto da parte dei privati attraverso finanziamenti e prestiti statali concessi a vario titolo fino all’85% del valore dell’investimento. Si tratta della più gigantesca operazione di socializzazione delle perdite di tutti i tempi che regalerà migliaia di miliardi dei contribuenti americani a hedge fund, private equity e istituzioni finanziarie a vario titolo.

Per la verità, stando a due articoli comparsi sul New York Times e sul Wall Street Journal, il piano, come tutti i giochi delle tre carte che si rispettino, prevede appunto tre forme di intervento per disinnescare la bomba degli asset tossici. Il meccanismo di tutti e tre i tipi di intervento è sempre lo stesso, quello cioè già detto che consiste nella possibilità per i privati di acquistare assets illiquidi con denaro che verrà messo a disposizione del governo americano attraverso prestiti o investimenti diretti con il denaro del contribuente americano, ma, a seconda dello strumento e del soggetto erogatore saranno utilizzate tre carte:

  1. La FDIC, creando una nuova entità che comprerà i mutui tossici con il contributo del governo fino all’80% del capitale e il resto proveniente dal settore privato e che provvederà fino all’85% del valore dell’investimento con prestiti “no-recourse” – che significa che il creditore (il Tesoro) non potrà rivalersi sul debitore insolvente aggredendone l’universalità dei beni, ma potrà solo recuperare il credito vendendo il titolo acquistato tramite il finanziamento – o con garanzie contro la perdita di valore degli asset, il che, più o meno, è la stessa cosa.
  2. Il Tesoro, creando più fondi d’investimento per comprare obbligazioni tossiche con il contributo del governo fino al 50% del loro valore e il resto sempre con interventi privati. Anche qui dovrebbero essere previsti prestiti no-recourse e garanzie come nel caso precedente.
  3. Il TALF, il Term Asset Backed Securities Loan Facility, già lanciato all’inizio di Marzo dal Tesoro per erogare fino a 1000 miliardi di prestiti agevolati agli investitori che avessero acquistato cartolarizzazioni con rating AAA- e riferibili a prestiti per l’acquisto di auto, di carte di credito, a prestiti studenteschi e a finanziamenti alle piccole imprese e che ora verrà ampliato in modo da permettere alla Fed di acquisire altri tipi di asset tossici. Anche per questo fondo erano previsti prestiti no-recourse.

Siamo alle solite: quale sarà il “prezzo giusto” da pagare per i titoli tossici? E, come si vede, niente di nuovo sotto il sole. Un revival rivitaminizzato del piano Paulson ai tempi di Bush stroncato impietosamente da molti economisti tra cui Paul Krugman:

If you think it’s just a panic, then the government can pull a magic trick: by stepping in to buy the assets banks are selling, it can make banks look solvent again, and end the run. Yippee! And sometimes that really does work.

But if you think that the banks really, really have made lousy investments, this won’t work at all; it will simply be a waste of taxpayer money. To keep the banks operating, you need to provide a real backstop — you need to guarantee their debts, and seize ownership of those banks that don’t have enough assets to cover their debts; that’s the Swedish solution.

C’è qualcuno che pensi che siamo di fronte a una crisi dovuta solo al panico oppure non è vero che essa affonda le radici in una crisi reale e che le banche non hanno un attivo sufficiente a coprire i loro debiti? Se è vero il primo caso allora facciamo finta che non sia successo niente e riportiamo indietro le lancette dell’orologio al 2006 come stanno facendo Geithner e Bernanke. Ma se più realisticamente siamo di fronte alla seconda ipotesi allora nel giro di qualche settimana o di pochi mesi assisteremo ad un nuovo tonfo dal quale sarà ancor più difficile rialzarsi.

Ci ricorda Andrea Mazzalai in questo articolo che invito a leggere integralmente:

Per tutti coloro che sono affascinati dai lampi che provengono dal fondo del tunnel, lampi rigorosamente ” quantitative easing ” ovvero tutti gli interventi messi in atto dalla Federal Reserve innondando di nuova moneta il mercato, suggerisco vivamente di andare a dare un’occhiata alla storia facendo quattro passi nel …..”ventennio perduto”.

Il Nikkei non appena la Boj diede il via al ” quantitative easing ” volò per circa cinque/sei settimane per oltre il 20 % prima di ricadere al suolo quattro mesi più tardi stabilendo nuovi minimi. Ma ovviamente oggi è tutto diverso……noi quello che è successo in Giappone non lo vivremo mai, vero?

L’arcobaleno sta tramontando dietro la riva del fiume…….più che navigo nella storia, più la sensazione è che dalla Storia non impareremo mai!

Aggiornamento. Secondo Paul Krugman il piano di rilancio dell’economia americana messo a punto dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama e dal segretario al Tesoro Timothy Geithner sarà un fiasco, perché non prevede il controllo pubblico delle banche più esposte. “Obama si sta giocando la propria credibilità e se questo piano fallirà – come senza dubbi succederà – (il presidente) non sarà verosimilmente in grado di convincere il Congresso a finanziare le azioni che avremmo dovuto decidere all’inizio”, scrive Krugman nel suo editoriale sul New York Times, insistendo che occorre fare molto in fretta perchè ogni mese che passa sono 600mila disoccupati in più.

La soluzione proposta dal Nobel dell’economia è la seguente: salvare le banche con una soluzione alla svedese degli anni novanta: “il governo ristabilisce la fiducia nel sistema garantendo numerosi (ma non necessariamente tutti) debiti delle banche. Nel contempo acquisisce il controllo delle banche realmente insolventi, per ripulirne i conti”.

Krugman non esclude che gli asset tossici valgano più di quanto si pensi adesso, ma giudica il piano Geithner confuso, macchinoso, probabilmente inutile e non legato al mercato. “Se il valore degli asset sale – scrive l’economista – gli investitori ne approfittano; ma se cala possono lasciar perdere. Ciò non significa far lavorare i mercati, ma è soltanto un modo indiretto e mascherato di sovvenzionare l’acquisto di asset tossici”.

La casta degli intoccabili

Non ne ho mai parlato finora perchè l’argomento è inflazionato e non capisco gli americani che stanno facendo tutto questo baccano per 165 milioni in dollari di bonus finiti nelle tasche dei dirigenti di AIG. Certo, è immorale, si doveva evitare di erogarli e una volta fatta la frittata è giusto trovare il modo di recuperali, ma quei soldi rappresentano appena un decimo dell’uno per cento di quanto dato dal governo ad AIG per salvarsi e finito nelle mani dei creditori, azionisti e banche di ogni angolo della terra, europa compresa. Non è questo il vero scandalo e sperpero di denaro pubblico che non è servito a salvare il gigante delle assicurazioni che ora pretende altri miliardi per evitare il fallimento?

Apro un inciso. Mentre scrivo, mi cade l’occhio sulla notizia che oltre lo sceriffo Cuomo ad occuparsi della vicenda c’è anche il procuratore generale del Connecticut secondo il quale di bonus, AIG, non ne ha pagati 165 bensì 218 milioni per la gioia dei deputati del Congresso che ora potranno trasformare la commedia messa in scena negli ultimi giorni, in farsa. La vicenda dei bonus infatti è caduta come manna sui politici americani, pronti a scandalizzarsi e a proporre i più fantasiosi modi per il recupero del malloppo, spingendosi fino a ipotizzare l’introduzione di una tassa retroattiva. Cosa non si farebbe per lo spettacolo e per finire sotto le luci della ribalta! Perchè quando le luci si spengono i membri del Congresso tornano ai loro vecchi vizi e con le amate lobbies dei banchieri di Wall Street. Che fine ha fatto il piano proposto da Obama per salvare i proprietari di casa che consentiva loro di rinegoziare i mutui con le banche? Probabilmente l’argomento non fa audience a Wall Street.

Detto questo, anche nel salvataggio di AIG siamo alla farsa o alle comiche finali, se preferite. Pur di non nazionalizzare o di non lasciar fallire il gigante delle assicurazioni il governo è disponibile a iniezioni di 100 miliardi alla volta girandoli direttamente dalle tasche dei contribuenti a quelle dei creditori senza riuscire mai a venire a capo del problema. Per il Tesoro e la Fed non esistono le mezze misure, come potrebbe essere l’applicazione del Chapter 11 della legge sui fallimenti, con alcuni accorgimenti che tutelino in qualche modo gli azionisti e le banche creditrici che, comunque, dovrebbero cominciare a mettersi nell’ordine di idee di dover pur pagare qualche prezzo. Ma questo più che con la fattibilità tecnica cozza contro l’amara verità che esiste una casta di intoccabili, e non solo negli Stati Uniti, quella dei banchieri che stringono in pugno i politici e le nostre vite.

Anche Intesa Sanpaolo chiede aiuto allo Stato

Dopo che Berlusconi ha affermato per l’ennesima volta a Bruxelles che il sistema creditizio italiano è solido e non ha bisogno di aiuti di stato, anche Intesa Sanpaolo segue l’esempio di Unicredit (4 miliardi di euro) e Banco Popolare (1,45 miliardi) e si mette in fila per avere 4 miliardi sotto forma dei cosiddetti Tremonti Bond, che altro non sono che un aiuto di stato.

Per la verità Corrado Passera, l’amministratore delegato della banca, pochi giorni fa aveva giudicato come “demagogiche” le condizioni per accedere a questo prestito ma evidentemente avere 4 miliardi a buon mercato fa sempre comodo quando i ratios di patrimonializzazione scendono a livelli di guardia. Con questa iniezione di liquidità arriverà a un tier 1 del 7,4% sempre ben al di sotto di quell’ 8 per cento che è la soglia minima sopra la quale si trovano tutte le banche americane ed europee concorrenti. Lo stesso discorso vale per Unicredit e Monte Paschi Siena, la prossima richiedente.

Si dirà che le banche italiane non hanno titoli tossici in bilancio. Ma sia Unicredit che Intesa sono esposte per molti miliardi nei confronti dei paesi dell’est e comunque, abbiamo visto, il loro patrimonio, insieme a quello di Monte Paschi Siena, dovrebbe essere svalutato di un buon 70-80 per cento se fossero applicate le stesse regole che vengono utilizzate per gli “stress-test” delle loro concorrenti straniere. Quello della solidità delle banche italiane è rimasto un cavallo di battaglia solo del nostro premier, una delle tante barzellette che racconta nei vertici agli altri leader europei.

Stampa libera

Giuseppe Mussari e Antonio Vigni del Monte Paschi Siena hanno ricevuto l’Award di banchieri dell’anno da Milano Finanza. Il premio è stato assegnato per il successo avuto con l’operazione Antonveneta. Ma Botin ha incassato oppure no i 9 miliardi per la vendita della banca veneta?

Il giuramento di Bruxelles

Quella tra i paesi europei sembra una nobile e singolare gara a chi fa di più spendendo di meno, all’insegna del prendi tre al prezzo di due. Dice il vostro premier parlando del suo governo: «quello che noi stiamo preparando, in aggiunta al già fatto, è molto più creativo di quello che stanno facendo gli altri Paesi a noi collegati». Sicuramente è in testa alla classifica del torneo, giacchè con soli 5 miliardi veri, attraverso la loro moltiplicazione miracolosa, avrebbe attivato centinaia di miliardi in grandi e piccole opere pubbliche, aiuti alle imprese, sussidi ai disoccuppati e cementificazione dello stivale, isole comprese, abbellendo per di più il panorama. E, visto il successo avuto in patria, intende anche dare «qualche idea agli altri e sono sicuro che saremo ascoltati con molta attenzione ».

I grandi d’Europa, contagiati dal suo esempio vincente, hanno così deciso di varare un grande piano di stimolo a livello europeo. Dotazione complessiva: 5 miliardi di euro. Ma non basta. L’Unione europea resta preoccupata dalla crisi finanziaria e dalla diffusione dei titoli tossici delle banche e continua a considerare obbiettivo prioritario la regolamentazione dei mercati, rispondendo di no a quello spendaccione di Obama che ci aveva invitati a ulteriori e immediati interventi di stimolo economico. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha invitato a valutare gli effetti degli interventi già stanziati dai singoli governi, prima di considerare ulteriori misure e ha esortato a dare all’esterno un «segnale di unità». E, come a Pontida, hanno giurato che questa sarà la linea del Piave di tutta l’Europa al prossimo G20 di Londra.

Con questi auspici e queste premesse il meeting in terra britannica sarà purtroppo quello che è stato già previsto nel nostro Fumo di Londra e cioè un’inutile gita. Con conseguenze che non vogliamo nemmeno immaginare, sperando che, per almeno una volta, non si avverino le catastrofiche previsioni dall’autorevole centro di ricerca europeo del LEAP (Laboratoire Européen d’Anticipation Politique) pubblicate nel suo rapporto n.33 di cui vi posso offrire alcuni stralci grazie al faticoso e lodevole lavoro di traduzione e divulgazione svolto dal sito Informazione Scorretta a cui vi rimando per la sua completa lettura.

Il LEAP/Europe 2020 delinea due possibili scenari per il futuro, in funzione del risultato del G20 del 2 di Aprile, ossia nel caso il vertice si concluda o meno con un accordo.

I due possibili scenari:
1. Verso una crisi risolvibile in 3-5 anni
2. Verso una crisi fuori controllo lunga un decennio

I due scenari possibili: 1. verso una crisi risolvibile in 3-5 anni

L’implementazione di una nuova moneta di riferimento potrebbe essere la seguente:

Aprile-Luglio 2009: il FMI e le principali banche centrali propongono una nuova moneta di riferimento, definiscono i tempi di lancio e le regole

  • Stabilizzazione dei mercati
  • Ritorno della fiducia
  • Continua la crescita della disoccupazione

Agosto-Dicembre 2009: creazione di un Istituto Monetario Globale da parte del FMI e dalle banche centrali le cui monete costituiranno il paniere, lancio di un contest internazionale via internet per la scelta del nome, definizione dei tassi di cambio.

  • Definizione della cornice globale della regolamentazione finanziari
  • Tendenza alla stabilizzazione dei prezzi delle materie prime
  • Continua la crescita della disoccupazione
  • Fine del crollo del commercio globale

Gennaio – Marzo 2010
Rimpiazzo del sistema SDR del FMI e aumento di capitale del FMI denominato nel nuovo paniere di monete

  • Lancio di piani di salvataggio delle economie più indebolite
  • Stabilizzazione del prezzo dell’energia
  • Stabilizzazione della discoccupazione
  • Instabilità sociale negli USA (15% disoccupazione)
  • Rischio contenuto di colpi di stato militari a seguito delle riduzioni dei budget
  • UK aiutati da FMI e UE
  • Disordini in Cina e Russia

Aprile 2010 – Aprile 2013: passaggio al nuovo sistema monetario internazionale per tutti i mercati dell’energia e delle materie prime e di tuti i conti internazionali (naturalmente tranne quelli denominati in una moneta specifica)

  • Riavvio del commercio globale
  • Crescita del PIL in Asia, Russia, Europa e delle nazioni produttrici di energia
  • Stabilizzazione del PIL USA al 20% in meno del 2008 e dello standard di vita americano al 30% in meno
  • Riforma del sistema sanitario americano: copertura del 100% della popolazione
  • Nuova serie di accordi del WTO
  • Riforma dell’ONU
  • Creazione di una Unione Asiatica ed apertura della Area di Libero Scambio del Pacifico (APEC)

I due scenari possibili: 2. verso una crisi fuori controllo lunga un decennio

Le date sono solo indicative: non pretendiamo di anticipare la data degli eventi con molti anni di anticipo. Ma vale la pena considerare la sequenza ed il passo dei processi descritti di seguito.

Aprile-Luglio 2009: Il G20 non è in grado di avviare una alternativa al sistema monetario internazionale attuale.

  • Conflitti tra i nuovi piani di salvataggio e le nuove regolamentazioni
  • Adozione di mezze misure e compromessi che incoraggiano la perdita di fiducia del pubblico
  • Fallimenti di grandi aziende USA
  • Nazionalizzazione delle banche USA con effetto domino in Europa e Asia
  • Impossibilità del governo inglese di finanziare il suo debito se non con la Banca d’Inghilterra
  • Crollo della Sterlina e intervento del FMI e dell’UE per evitarne il default

Agosto-Ottobre 2009

  • Competizione frontale USA-EU-Asia per attirare i risparmi non più sufficiente a finanziare i deficit pubblici
  • Incapacità e mancanza di interesse ad acquistare buoni del tesoro USA creati per finanziare il debito americano esponenziale da parte di Cina, Giappone e monarchie dei paesi produttori di petrolio
  • Acquisto dei buoni del tesoro americani da parte della FED e crollo del dollaro.
  • Default del sistema finanziario americano, governo compreso
  • Crescita della disoccupazione in tutto il mondo

Novembre 2009 – Marzo 2010: in mancanza di una agenda comune, è impossibile convocare un nuovo G20

  • Disoccupazione al 20% in USA
  • Disordini quotidiani in Cina da parte dei lavoratori immigrati
  • Elezione di un governo socialista in Giappone
  • Manifestazioni quotidiane nelle principali città europee
  • Crollo del gettito fiscale in USA, molti stati (Texas e California per esempio) rifiutano di inviare la quota fiscale a Washington
  • Moltiplicazione di attacchi su obiettivi federali negli USA, lanciati dai militanti di estrema destra
  • Avvio del ritiro delle truppe americane da più della metà delle basi all’estero per tagli di budget
  • Disastro del tessuto economico globale (linee di produzione interrotte dai fallimenti dei principali fornitori)

Aprile 2010 – Aprile 2014:

  • Mancanza di cibo, medicine, pezzi di ricambio, energia in numerose aree del globo
  • Caduta del 30% del PIL americano e del 50% dello standard di vita americano rispetto al 2008
  • Conflitti a fuoco negli USA
  • Erosione della frontiera a sud degli USA
  • Rischio secessione da parte dei singoli stati USA, tentazione di compiere azioni militari contro di loro da parte del governo federale
  • Completamento del ritiro delle truppe dall’Europa
  • Creazione dell’Unione Sudamericana su iniziativa di Brasile, Venesuela, Peru e Argentina
  • Stato di emergenza in Russia per preservare l’integrità nazionale, divisione dell’Ucraina
  • Migrazione di massa dall’Africa all’Europa
  • Riduzione dello standard di vita del 20% in EU rispetto al 2008
  • Colpi di stato fondamentalisti nei paesi arabi, produttori di petrolio compresi
  • Gravissima crisi economica in Israele, che decide di attaccare le installazioni nucleari iraniane
  • Caduta della produzione petrolifera per mancanza di investimenti
  • Maggioranze di estrema destra vincono le elezioni europee nel 2014 con lo slogan “Europa agli Europei”
  • Creazione dell’Unione Asiatica, firma di accordi speciali con gli stati americani che si affacciano sul pacifico.

2014 – ….

  • Nelle nazioni-giocatori principali, salgono al potere i leader che decidono di giocare il nuovo Gioco: “Vince il più forte”.
  • Ad un secolo dalla prima guerra mondiale, il mondo assomiglia molto all’Europa del 1914.

Quando la cura è peggiore del male

Visto che nessuna misura antirecessiva sembra avere successo, a Ben Bernanke, alias Bernspan (personaggio mitologico frutto di un incrocio genetico tra Bernanke e Greenspan, suo più famoso predecessore alla presidenza della Federal Reserve), non rimaneva che stampare moneta per “rivitalizzare” i mercati. E’ quanto farà secondo l’annuncio dato ieri di voler acquistare 300 miliardi di dollari in titoli del Tesoro e ulteriori 750 miliardi in titoli garantiti da mutui.

Dopo una prima reazione positiva oggi Wall Street risponde con il rosso.

Gli analisti parlano di paure su un possibile balzo dell’inflazione nel lungo termine a causa delle decisioni della Fed. “Non si tratta soltanto di quanto altro possano mettere in atto, ma delle conseguenze che tutte le loro manovre avranno”, dice Alan Lancz, presidente di una società di consulenza sugli investimenti con base in Ohio. (Reuters)

Come dire, le autorità finanziarie stanno facendo tutto e il contrario di tutto, dando l’impressione di non saper più che pesci prendere per salvare un sistema ormai inesorabilmente fallito. Anche le Borse, a volte, seguono una loro logica razionale.

C’è comunque chi, nella follia generale, conserva ancora un pò di lucidità:

The inflation part is a leap of faith. If inflation is driven by the so-called “output gap,” i.e., how far the US economy is below potential output, then prices will not increase much, the yield curve steepens moderately, and banks make out like bandits (it’s just an expression).

But if the whole world is moving more into an emerging market-type situation then (a) inflation expectations become deanchored (central bank jargon for “really scary”), (b) potential output falls as we massively deleverage, and (b) people move increasingly into alternative assets – storable commodities spring to mind – and we get some serious inflation.

If oil prices jump, then we have an even bigger inflation problem. Oil is not storable, supposedly. But if you can explain to me exactly why oil prices rose as they did during the first part of 2008, despite the slowing global economy, I might be greatly reassured that we are not heading immediately into a runaway inflation spiral.

Si, potremmo sentirci tutti più rassicurati, soprattutto se i pompieri chiamati a spegnere l’incendio non fossero gli stessi che hanno appiccato il fuoco e non cercassero di salvare solo i banchieri.