Il senno di poi

“Guardando indietro, sarebbe stato meglio che durante il culmine del boom del mercato azionario i banchieri avessero ricevuto pingui premi per il fallimento piuttosto che per il successo delle loro scalate bancarie”, scrive il Financial Times.

Barclays, for example, must still be thanking its lucky stars for not pulling off its proposed acquisition of ABN Amro. As for Royal Bank of Scotland, its former chairman admitted this week that its successful takeover of the Dutch bank in partnership with Fortis and Santander had been a huge mistake. Fortis too has had to pay a colossal price for its ABN adventure. Only the Spanish bank ultimately managed to profit from the transaction.

Sì, Barclays ancora ringrazia la sua buona stella per l’insuccesso della sua offerta per ABN Amro, mentre l’ex chairman di Royal Bank of Scotland questa settimana ha ammesso che la sua vittoriosa scalata in partnership con Fortis e Santander alla banca olandese è stata un grande errore. Anche Fortis ha pagato un prezzo colossale per la sua avventura con ABN Amro. In definitiva solo Santander è riuscita a ricavare un profitto dall’operazione.

Ricordo sempre quando le tre banche, per giustificare la loro offerta stratosferica, parlavano di scelta “strategica”. Oggi, come ieri, c’è ancora qualcuno che parla di scelta “strategica”. A quanto pare, la Storia a volte si ripete, ma spesso sotto forma di farsa.

Primavera precoce o torna il gelo?

C’è chi sembra apprezzare e chi invece ha molte perplessità sul piano salva banche di Geithner e anche sul team economico di Obama.

L’impressione è che i veri nodi rimangano la nazionalizzazione delle banche ed il timore di Obama per i repubblicani, o meglio per i poteri e le lobbies che essi rappresentano.

Interpreto così le argomentazioni poco convincenti del presidente americano in questa intervista, nella quale afferma che non è possibile nazionalizzare le banche in un sistema come quello americano dove le banche sono migliaia e perchè la nazionalizzazione non fa parte della cultura americana.

Ora è vero che le banche sono migliaia, ma è anche vero che il rischio è concentrato su poche. Lo stesso piano Geithner prevede lo “stress test”, il controllo della solidità dei bilanci preventivo all’erogazione degli aiuti, per le istituzioni finanziarie con asset per oltre 100 miliardi di dollari, riducendo la platea a sole 14 banche. Inoltre non passa giorno che la FDIC (l’agenzia federale che garantisce la solvibilità delle banche) non salvi qualcuna delle tante piccole banche nazionali.

Seconda considerazione: nazionalizzare non farà forse parte della cultura dei contribuenti americani ma nemmeno il salvataggio delle banche sembra faccia parte della loro cultura vista la sollevazione popolare che ha provocato e non c’è dubbio che la nazionalizzazione sarebbe meno costosa del piano Geithner come ci spiega questo post su Phastidio.net:

Ecco un argomento piuttosto robusto a favore della nazionalizzazione come tecnica di riduzione del danno: la somma delle capitalizzazioni di borsa di Citigroup, JPMorgan e Bank of America ammonta complessivamente a 158 miliardi di dollari. Mettiamoci pure Wells Fargo, ed arriviamo a poco meno di 250 miliardi di dollari per comprarsi quattro-diconsi-quattro ex moloch della finanza globale a prezzo di saldo (e quasi di stralcio). Eppure il programma annunciato ieri dal Segretario al Tesoro Timothy Geithner è destinato a fornire (per iniziare) tra 250 e 500 miliardi di dollari solo per tentare di rimuovere dal bilancio delle banche le cartolarizzazioni tossiche. Ridicolo, se non fosse drammatico.

Concludendo sembra davvero, all’apparenza, che l’unica vera ragione per non nazionalizzare i colossi bancari americani sia il terrore dei democratici di pronunciare quella parola e di essere quindi accusati di statalismo dai repubblicani. In realtà basta guardare chi c’è nel suo team per capire che Obama è ostaggio delle lobbies di Wall Street.

Oggi il simbolo della ” Speranza ” è stato costretto ad ammettere …..” I screwed up …….. ” ad essere gentili significa….” ho combinato un bel casino” …al di la del suo amico Tom Daschle l’intera composizione del suo team economico e non, è stata l’essenza delle lobbies che da sempre sequestrano la democrazia americana e mondiale……si una nuova era di responsabilità……..

Bill Richardson, Nancy Killefer chiamata alla supervisione del budget federale, Timothy Geithner, William Lynn lobbista dell’industria delle armi vice segretario alla difesa numero due al Pentagono, Larry Summers uno dei padri della ” Deregulation ” che non sopporta la presenza del saggio Gandalf secondo indiscrezioni da Bloomberg sino ad arrivare a Mark Patterson di cui abbiamo già parlato. Di Gary Gensler sentirete parlare da Mario Margioco che sul Sole 24 Ore di oggi in prima pagina imprime una magistrale pennellata in ” Obama sul filo del rasoio populista ” [continua]

B. factor

Otto milioni di italiani in stato vegetativo permanente hanno assistito l’altro ieri al Grande Fratello, qualche altro milione a X Factor e allo speciale di Emilio Fede sulla povera Eluana. Altro che eutanasia, siamo ormai allo sterminio di massa.

Accordi a perdere

Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Mi devo cospargere il capo di cenere. Si anche Perestroika può sbagliare, soprattutto quando si dimentica che la realtà supera spesso la fantasia.

Non avendo notizie dettagliate sulla possibilità data al personale del Monte Paschi Siena di utilizzare il 100% del trattamento di fine rapporto per l’acquisto di azioni Mps avevo creduto che questa facilitazione fosse regolamentata come negli altri precedenti che, da che mondo è mondo, prevedono solitamente l’acquisto di azioni emesse dalla banca ad un certo prezzo con il vincolo della loro non negoziabilità per un certo periodo di tempo.

Invece no, mi sbagliavo: l’acquisto avviene sul libero mercato e, se si vuole, è possibile rivendersi i titoli immediatamente monetizzando definitivamente l’importo del TFR.

Non vorrei essere critico ad ogni costo ma mi sfuggono due cose. Il Monte Paschi ne ha tratto un vantaggio? Non credo, anzi, ha ridotto le sue disponibilità di qualche milione di euro e se fossi nei panni di un azionista mi incazzerei. E il Sindacato cos’ha da rullare i tamburi? Credevo fosse una sua propensione favorire la previdenza integrativa e non invece il rischio, spacciandolo per “partecipazione”.

Eufemismi

Preceduto nei giorni scorsi dal martellante battage pubblicitario di Milano Finanza, il Monte Paschi Siena si appresta a chiedere aiuto a Tremonti.

Infatti il Direttore Generale Antonio Vigni ha riconfermato oggi l’interesse della Banca per il prestito obbligazionario del governo italiano che potrebbe essere lanciato nelle prossime settimane.

“Confermiamo il nostro interesse per il cosiddetto Tremonti bond,” ha detto Vigni “voglio sottolineare che il pacchetto italiano di aiuti non è un piano di salvataggio come quello che abbiamo visto negli Stati Uniti”.

Sottolineatura quanto mai opportuna perchè chiedere un prestito al governo ad un tasso del 7,5% più che a un salvataggio assomiglia sicuramente a qualcosa che in Italia viene descritto con tutt’altro termine.

ParapaPonziPonzipò

La crisi finanziaria ci ha mostrato come tutto il sistema si fondasse su una gigantesca catena di Sant’Antonio o, come lo chiamano negli Stati Uniti, schema Ponzi. Quello che da a pensare è che anche tutte le ricette per risolvere la crisi sembrano basarsi sullo stesso principio.

La valanga di titoli tossici emessi in una catena di cartolarizzazioni senza fine per scaricare sempre su qualcun altro il rischio del credito alimentato da un folle uso della leva finanziaria rimane il problema che non fa dormire il nuovo Segretario del Tesoro Timothy Geithner se è vero che non passa giorno che non si apprenda di più di un particolare del suo piano o che non vengano montati e rismontati pezzi della favoleggiata Bad Bank, diventata ormai come l’Araba Fenice.

L’ultima notizia ce la fornisce il Wall Street Journal secondo cui Geithner starebbe pensando non già più ad una bad bank bensì ad una “Aggregator Bank” finanziata non solo dal settore pubblico ma anche da istituzioni private che acquisterebbero i famigerati mortgage-backed securities ed altri asset tossici e che, secondo il quotidiano economico, potrebbero in seguito anche guadagnarci se quei titoli incrementassero (?) il loro valore.

The so-called “aggregator bank” would be seeded with some money from the $700 billion financial-sector bailout fund, but most of the financing would come from the private sector. Private firms would purchase mortgage-backed securities and other troubled assets and could reap the benefits if those assets eventually rise in value. The idea is not yet certain to be included in the final plan, but appears to be a leading solution to a central problem: how does the government rid the financial system of its toxic assets.

L’uovo di Colombo. E perchè non cartolizzare anche quei prodotti tossici? La storia della monnezza di Napoli ci ha insegnato che anche la spazzatura può diventare un affare. Pile senza fine di titoli tossici stoccati in milioni di ecoballe in attesa di finire in un termovalorizzatore e magari spazzatura riciclata dall’industria finanziaria sulle nostre tavole come facevano con i formaggi scaduti. Si può fare, no?

Banchieri coraggiosi

Paolo Panerai, su Milano Finanza, ha scritto che

[…] il coraggioso presidente, Giuseppe Mussari, e l’altrettanto coraggioso direttore generale, Antonio Vigni, si trovano con un patrimonio un po’ scarso a causa dell’acquisizione di Antonveneta, avvenuta sfortunatamente proprio poco tempo prima dell’esplosione della crisi.

Ma Mps è una banca solida e ha un azionista di comando solidissimo, come la Fondazione senese: non è così precipitato nella drammatica crisi in cui si sono trovati istituti, come la Royal Bank of Scotland, che avevano compiuto operazioni di acquisizione (la olandese Abn Amro) più o meno nello stesso periodo del Monte.

L’acquisto di Antonveneta, anche se a prezzo caro, era ed è fondamentale per Mps per mantenere la sua autonomia come terzo gruppo bancario italiano. La banca senese aveva anche asset sufficienti da vendere per far salire il parametro Core tier 1; ma Mussari e Vigni hanno preso saggiamente tempo per non dover svendere, come la crisi esplosa gli avrebbe imposto.

Il rapporto patrimonio impieghi e sofferenze è al 5,3% ma si sa che è tale non per perdite su titoli tossici ma per un acquisto strategico. Se quindi a Siena decideranno di chiedere i fondi dello Stato, il parametro potrà risalire ai livelli del resto del mercato e il lavoro in profondità che Mussari e Vigni stanno facendo potrà proseguire con risultati lusinghieri come è stato finora sul piano dell’efficienza e della redditività.

Questo pezzo deve aver lasciato una scia di pericolosa sostanza viscosa da Milano fino a Siena, ma non mi interessa qui discutere sulla viabilità delle strade: c’è già Infotraffico ad occuparsene. Mi preme solo sottolineare alcune inesattezze presenti nell’articolo.

L’offerta del Consorzio RBS-Santander-Fortis per ABN Amro risale al Maggio 2007, prima dell’esplosione della bolla finanziaria, avvenuta nell’agosto dello stesso anno. L’offerta del Monte Paschi Siena per Antonveneta è del Novembre 2007 in pieno crollo delle borse e i vertici della banca senese hanno avuto la possibilità di ripensarci fino al maggio 2008. Non parliamo quindi “più o meno dello stesso periodo” a meno che Panerai non abbia un calendario taroccato, magari gentile omaggio del Monte Paschi Siena.

Il rapporto patrimonio impieghi e sofferenze era al 5,3% a Settembre 2008. Oggi, dopo l’ulteriore svalutazione dei mercati è al 4,5%.

Per quanto riguarda la mancata cessione di alcuni asset devo dire che l’ipotesi avanzata da Panerai è davvero suggestiva ma mi fa leggermente sorridere: più che alla saggezza di qualcuno io attribuirei la cosa alla situazione del mercato. Tant’è che la Banca ha chiesto una proroga all’antitrust per la cessione degli sportelli non credo per saggezza ma perchè costretta dalla mancanza di compratori. Ma qui entriamo nel campo minato delle opinioni e sicuramente la mia è meno autorevole di quella dell’imparziale giornalista.

Al quale, in conclusione, faccio però notare che non ci ha spiegato per quale motivo se “Mps è una banca solida e ha un azionista di comando solidissimo” dovrebbe chiedere i fondi dello Stato (a un tasso del 7,5%). Un piccolo neo nel suo obiettivo ed argomentatissimo scritto.

Premiato Consorzio & C.

ABN Amro, già acquisita da Fortis e nazionalizzata dopo il fallimento di quest’ultima, sarebbe in trattativa con Royal Bank of Scotland per ricomprarsi alcuni asset che erano passati alla banca scozzese poco più di un anno fa a seguito della scalata vincente del Consorzio formato da Santander, Fortis e appunto RBS. La banca scozzese aveva speso circa 28 miliardi di euro per l’acquisizione delle attività corporate di ABN Amro ed ora sembrerebbe costretta a svendere per pochi spiccioli alla stessa ABN Amro buona parte di quegli asset, dopo le gravi perdite dichiarate per il 2008 (guarda caso pari sempre a 28 miliardi di euro).

La nemesi di questa vicenda si sta così completando, dando ragione a quei pochi che all’epoca con lungimiranza avevano giudicato il passo fatto dal Consorzio più lungo della gamba. L’unico, per ora, ad essersi salvato, don Emilio Botin, il presidente del Santander, che però ha avuto la fortuna di incontrare dei generosi banchieri italiani che gli hanno fatto incassare con la cessione di Antonveneta il triplo del suo valore e il doppio di quanto speso. Cosicchè può permettersi oggi di chiudere il bilancio 2008 con un utile netto di 8,88 miliardi e di rafforzare i conti con 3.57miliardi di profitti straordinari, la maggior parte dei quali rivenienti dalla cessione delle attività di ABN Amro in Italia.

Can che abbaia non morde

Il Presidente Barack Obama da una parte pronuncia parole durissime contro i banchieri perchè nonostante il disastro generale, di cui sono stati i maggiori responsabili, si sono assegnati poco meno di 20 miliardi di dollari di premi nel 2008, e dall’altra si prepara ad aprire le casse federali per fare loro un grazioso cadeau di 2 o 3mila miliardi (o trilioni come preferiscono dire gli americani) di dollari per salvarli.

Sto parlando del piano con il quale verrebbe costituita una Bad Bank che dovrebbe assorbire tutti gli asset tossici, i titoli spazzatura, che sono ancora nei bilanci delle banche americane (e non solo americane) e che le rendono tecnicamente tutte fallite. La “filosofia” sulla quale si basa il piano è che, come dice il Segretario del Tesoro, Geithner,

“We have a financial system that is run by private shareholders, managed by private institutions, and we’d like to do our best to preserve that system.”
“Abbiamo un sistema finanziario sostenuto da azionisti privati, gestito da istituzioni private e dovremmo fare del nostro meglio per preservare questo sistema.”

Siamo sicuri che non ci sia niente di meglio da fare? Per spiegare il problema, ricorrerò a questo esempio che prendo in prestito da un editoriale sul New York Times del premio Nobel per l’economia Paul Krugman che descrive la posizione di un’ipotetica banca che ha chiamato Gothamgroup, Gotham per brevità.

Sulla carta Gotham ha attività per 2mila miliardi di dollari e passività per 1,9mila miliardi, cosicchè il suo valore netto è pari a 100 miliardi. Ma una sostanziale quota del suo attivo è rappresentata – diciamo 400 miliardi – da derivati su mutui e altra spazzatura tossica. Se la banca cercasse di vendere quegli asset non ne ricaverebbe più di 200 miliardi.

Perciò Gotham è una banca zombie, un morto che cammina: è ancora operativa, ma la realtà è che è già fallita. Le sue azioni non sono completamente prive di valore – essa ha ancora una capitalizzazione di mercato di 20 miliardi di dollari – ma questo valore è interamento basato sulla speranza che gli azionisti vengano salvati dal soccorso del governo.

Perchè il governo dovrebbe salvare Gotham? La risposta è ovvia: il fallimento della Lehman Brothers ha dimostrato che lasciar collassare una grande banca può essere veramente rischioso per la salute dell’economia e un buon numero delle maggiori istituzioni finanziarie sono oggi pericolosamente vicine al ciglio del precipizio.

Le banche hanno bisogno di ricapitalizzarsi. In tempi normali le banche raccolgono capitali vendendo azioni a privati investitori che in cambio ricevono una partecipazione alla proprietà delle banche. Se le banche, nella situazione attuale, non riescono a raccogliere abbastanza capitali da investitori privati, il governo dovrebbe fare quello che farebbe un investitore privato, osserva Paul Krugman: fornire i capitali in cambio di una quota della proprietà.

Allora? Se i contribuenti devono pagare il conto del piano di salvataggio delle banche, per quale ragione essi non devono avere una partecipazione, almeno fintantochè non vengono trovati dei privati compratori? Invece l’amministrazione Obama sembra stia facendo anche l’impossibile per evitare quest’esito, quasi che fosse la peggiore delle sciagure.

Sicuramente lo sarebbe per la lobby dei banchieri che ancora, nonostante Obama alzi la voce, sembra invece avere delle sponde amiche nella sua amministrazione. Infatti se fossero vere le notizie che circolano, il piano di salvataggio conterrebbe due interventi: acquisizione da parte del governo di alcuni asset “cattivi” e garanzie contro le perdite per gli altri asset. Le garanzie rappresenterebbero un gran regalo agli azionisti delle banche; l’acquisizione potrebbe anche non esserlo, se i prezzi fossero “giusti”, ma probabilmente, come riportano i quotidiani economici, sarebbero basati su “modelli di stima” piuttosto che su prezzi di mercato, e anche in questo caso il governo farebbe un gran regalo a spese dei contribuenti che in cambio non avrebbero niente, solo titoli che varrebbero quanto la carta straccia.

In Italia siamo maestri in questo genere di salvataggi nei quali si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti. I contribuenti si accollano i debiti, mentre ad azionisti e manager amici si lasciano i profitti. Vi ricorda niente questo meccanismo? Non vorrei che Obama, oltre all’olio d’oliva marchigiano, finisse per importare anche la finanza creativa all’italiana.