Spot e realtà

Berlusconi e Tremonti continuano a sostenere che “noi ne usciremo meglio degli altri paesi”. Intanto l’Italia festeggia 24 mesi consecutivi di contrazione nelle vendite al dettaglio.


Anche la fiducia delle imprese non sembra molto sù.


Almeno speriamo che al prossimo vertice europeo sia pronto il piano di salvataggio promesso da Angela Merkel per i paesi europei in difficoltà, visto che lo spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli italiani è salito a 161 punti base, il più alto degli ultimi 12 anni. Se qualcuno dei miei lettori non lo sa, quello spread è indice di solvibilità di un paese: più è alto, più il mercato lo considera a rischio di bancarotta. Ormai siamo alla Grecia.

Citigroup, tanto rumore per nulla

I tentennamenti e le mezze misure di Obama e del suo Segretario del Tesoro nel formulare un piano efficace e definitivo per il salvataggio delle banche americane e di cui sto scrivendo da circa un mese (vedi tutti i post sull’argomento), insieme alla pesante revisione al ribasso delle stime sul Pil americano (-6,2%), hanno prodotto oggi l’ennesima depressione di Wall Street con Citigroup che ha aperto a meno 40 per cento.

Il tentativo di salvare Citi socializzando le perdite ma evitando la sua nazionalizzazione ha fatto uscire infatti dal cilindro dell’amministrazione americana il coniglio bianco di una semi-nazionalizzazione attraverso un accordo tra governo e Citi che prevede un’offerta di conversione in azioni ordinarie di 27.5 miliardi di dollari di azioni privilegiate vendute a privati investitori e contemporaneamente la conversione di 25 miliardi di dollari di azioni privilegiate attualmente in possesso del Tesoro in titoli ordinari con diritto di voto. E’ quanto rivela il Wall Street Journal nella sua versione online.

La conversione, se pienamente eseguita, lascerà in mano al governo il 36% delle azioni della banca mentre l’attuale azionariato verrà diluito al 26% e i nuovi azionisti deterranno il restante 38%. Inoltre il governo chiede un rimpasto del consiglio d’amministrazione, in cui entreranno dei nuovi consiglieri indipendenti, cinque nuovi su quindici componenti, mentre il Chief Executive, Vikram Pandit, dovrebbe mantenere il suo incarico.

I termini dell’accordo sono particolarmente onerosi per tutte le parti, sia per i possessori di azioni ordinarie che vedono diluite le loro quote sia per i possessori delle privilegiate che le convertiranno in titoli ordinari più rischiosi. Non è che ci sia molta scelta, comunque. Citigroup come incentivo ad aderire sospenderà il pagamento del dividendo sulle azioni privilegiate e per convincere i possessori di azioni ordinarie ad un voto favorevole emetterà dei diritti a favore degli azionisti privilegiati aderenti alla conversione che permetteranno loro di comprare azioni ad un penny se gli azionisti non approvano l’accordo.

L’accordo comporta, inoltre, non poche difficoltà legali sia negli Usa sia a livello internazionale visto che Citigroup opera in 100 paesi nel mondo. La legge del Messico ad esempio impedisce a qualsiasi impresa controllata da un Governo straniero in misura superiore al 10% di operare nel paese. Numerose filiali di Citigroup nel mondo potrebbero ritrovarsi nella situazione di dover modificare le loro carte costitutive o quantomeno chiedere nuovi permessi ai governi ospitanti.

Alla fine di tutto questo guazzabuglio il risultato sarà, comunque, il salvataggio di Citigroup? Le cure palliative non guariscono mai le malattie e questa semi-nazionalizzazione rischia solo di essere una inutile ma costosa tappa prima della definitiva e ineluttabile nazionalizzazione. Ma allora potrebbe essere troppo tardi.

Banche, croce e delizia dei governi

Mentre il guru Tremonti ad Anno Zero ci spiega che la crisi è stata creata dai mezzi di informazione ma che comunque è quasi una benedizione divina e il governo non fa niente e lo sta facendo pure bene, negli Stati Uniti Barack Obama ha affrontato di petto la situazione attraverso alcuni audaci provvedimenti e riforme che rappresentano la più grande redistribuzione di reddito dai ricchi alla classe media e povera del paese mai avvenuta almeno negli ultimi quarant’anni.

Dove il presidente americano appare invece timido è nei confronti delle banche, tanto da attirarsi le critiche di un suo sostenitore eccellente, il Premio Nobel 2008 per l’economia Paul Krugman che, nel suo blog sul New York Times on-line riprende una domanda rivolta a Geithner, Segretario del Tesoro ed ex direttore della Fed di New York, da Simon Johnson, altro economista americano:

How long can you say, “we are being bold” when in fact you are not?
Quanto a lungo potrai dire, “Dobbiamo essere coraggiosi” quando in realtà tu stesso non lo sei?

Ci sono molte cose che piacciono a Krugman nella strada intrapresa da Obama: l’assistenza sanitaria, la trasparenza del governo, la fine della guerra in Iraq. Anche il pacchetto di stimolo va bene, sebbene non sia sufficiente. Ma sul salvataggio delle banche, in molti di noi – dice Krugman – sta crescendo un senso di disperazione.

Obama e Geithner dicono delle cose giuste:

If you underestimate the problem; if you do too little, too late; if you don’t move aggressively enough; if you are not open and honest in trying to assess the true cost of this; then you will face a deeper, long lasting crisis.
Se sottovaluti il problema; se fai troppo poco, troppo tardi; se non ti muovi abbastanza aggressivamente; se non sei aperto ed onesto nel provare a valutare il reale costo di questo; allora dovrai fare fronte a una più profonda crisi di lunga durata.

Ma quello che stanno realmente facendo – nota Krugman – è proprio sottovalutare il problema, fare poco e troppo tardi, senza essere aperti ed onesti nel provare a valutare il reale costo. Il piano attuale sembra sia quello di conservare le banche in uno stato di coma semi-vegetativo garantendo implicitamente le loro obbligazioni e dribblando sulle necessità finanziarie, mentre si proclama che sono adeguatamente capitalizzate e si spera che le cose cambino da sole. Siamo di nuovo al Giappone, osserva amaramente Krugman, facendo riferimento al cosiddetto “decennio perduto”, la terribile crisi recessiva che negli anni ’90 colpì – e da cui non si è mai ripreso – il paese del Sol levante. Il risultato sarà probabilmente una crisi più profonda e di più lunga durata, conclude l’autorevole economista.

Le analogie con la situazione delle banche in Italia sono molte benchè si continui a favoleggiare di una presunta maggiore solidità del nostro sistema bancario. In realtà sappiamo che i nostri principali gruppi bancari sono i meno patrimonializzati del continente e del mondo e che il crollo incombente di alcuni paesi dell’Europa centrale e dell’est coinvolgerebbe fino al collo i nostri primi due big: Unicredit e Intesa Sanpaolo. Per quanto riguarda invece il Monte Paschi Siena vi rimando a Marco Sarli che oggi scrive nel suo blog a proposito dell’operazione Antonveneta:

…. l’impresa corsara del giovane avvocato Mussari, calabrese di nascita ma senese di adozione, ha inferto un colpo che credo proprio si rivelerà mortale….

La vendetta di Groenink

Camilla Conti e Lorenzo Di Lena hanno prodotto questo utilissimo lavoro in cui affrontano l’ipotesi di cosa succederebbe se lo stress test sulla solidità patrimoniale delle banche Usa fosse applicato anche per le big del credito italiane:

Guardando i numeri rischierebbe di trasformarsi in un crash test da cui, con l’eccezione di Ubi, il cui coefficiente patrimoniale “tangibile” si ridurrebbe comunque, la forza patrimoniale degli istituti nostrani verrebbe quasi dimezzata.

Lo abbiamo già visto nel mio post Stress Test che, ad esempio, il patrimonio netto del gruppo Monte Paschi Siena, risultante dalla trimestrale al 30 settembre 2008, è di 14.185 milioni di euro ma è comprensivo di 7.633 milioni di euro di avviamento (ben il 53,81% del patrimonio netto), dopo l’acquisizione di Banca Antonveneta. La forza patrimoniale del gruppo senese verrebbe dunque più che dimezzata.

A parziale consolazione, i due autori rilevano comunque che il Tce ratio, per quanto ridimensionato rispetto al tier1, resterebbe sopra la soglia (ritenuta) di sicurezza del 3%, sia nel caso Mps che per gli altri principali gruppi bancari italiani, se però considerassimo per buoni i loro bilanci patrimoniali, non tenendo conto delle svalutazioni intervenute negli ultimi mesi. Dunque “prognosi riservata”:

Secondo i prezzi di mercato le banche oggi valgono molto meno del valore di libro, in qual che caso appena il 20-30% del patrimonio netto contabile, quello “ufficiale” che risulta dai bilanci. Ciò significa che gli operatori ritengono che molte attività siano da svalutare o che la redditività sia destinata a peggiorare in futuro, per effetto di una grave crisi che comporterà perdite sensibili su crediti e simili (o un mix delle due cose).

Problema con il quale è stata invece costretta a fare i conti Royal Bank of Scotland in Gran Bretagna, dove i criteri contabili sono evidentemente più stringenti ed è richiesta più trasparenza che in Italia, avendo la banca con sede ad Edinburgo dichiarato una perdita di circa 28 miliardi di euro, in larga parte dovuta a svalutazioni sulla sua acquisizione di ABN Amro, avvenuta nell’Ottobre del 2007, e per perdite su crediti.

Oggi RBS annuncia una profonda ristrutturazione del gruppo che prevede l’impacchettamento delle sue attività in sofferenza congelate per i prossimi tre-cinque anni in una divisione non-core (una bad bank aziendale insomma) pari al 20% – per un valore di 270 miliardi di euro – del totale dei suoi asset.

RBS si ristrutturerà anche dimensionalmente abbandonando il 90% dei mercati asiatici e delle sue attività globali, disinvestendo il 45% di tutto il capitale impiegato, tagliando più di 3 miliardi di costi (si parla di 20.000 posti di lavoro in meno) e concentrando la sua operatività sul territorio britannico.

Ironia della sorte RBS si augura che lo Stato lasci presto il controllo della banca nel momento stesso in cui viene previsto l’incremento dell’attuale quota di maggioranza detenuta dal governo, pari al 57% del capitale, fino a circa il 70%, attraverso la conversione delle azioni privilegiate in ordinarie. Con queste premesse è difficile prevedere a breve un disimpegno pubblico.

La morale della storia è nella notizia che il maggior responsabile di questo disastro, Sir Fred Goodwin, già defenestrato mesi or sono dalla guida del gruppo, dovrà rinunciare a buona parte della ricca pensione che si era fatto assegnare, circa 750 mila euro all’anno, per intervento del Cancelliere dello Scacchiere che ha giudicato disdicevole che il cinquantenne Sir Fred goda di un tale privilegio dopo aver condotto alla disfatta, per le sue manie di grandezza spacciate per scelte strategiche, un gruppo bancario che, prima dello sciagurata operazione di ABN Amro, godeva di ottima salute.

Mi chiedo: in Italia potremmo aspettarci un simile finale per un presidente o un amministratore delegato di una banca? E, nel caso, avrebbe almeno diritto ad accedere al Fondo di solidarietà oppure non sarebbe più giusto che fosse condannato a chiedere l’elemosina fuori dei cancelli della villa di Groenink sulle colline senesi?

Il mio nome è Bond, Tremonti Bond

Come ci spiega Isabella Bufacchi sul Sole 24 Ore è improprio chiamarli bond o obbligazioni in quanto non sono titoli di debito ma strumenti ibridi più assimilabili alle azioni e in quanto tali sono titoli rischiosi nel caso la banca che li ha emessi dovesse andare in rosso. Nè è giusto chiamarli Tremonti Bond perchè non sono un’invenzione di Tremonti ma sono strumenti finanziari usati in altri paesi d’Europa, così come negli Stati Uniti o in Nuova Zelanda.

Comunque sia il ministro dell’Economia ha firmato oggi il decreto che dà il via libera alla sottoscrizione, da parte del Tesoro, di questi titoli emessi dalle banche italiane. Come contropartita, le banche pagheranno una cedola annuale compresa tra il 7,5 e l’8,5% per i primi anni, per poi crescere gradualmente e si impegneranno a favorire il credito alle imprese, soprattutto piccole e medie, e alle famiglie.

Il Tesoro richiede alle banche impegni specifici, articolati in 5 punti, che saranno oggetto di attento monitoraggio, promette il Ministero, sul modello applicato con successo in Francia:

a) il contributo finanziario per rafforzare la dotazione del fondo di garanzia per le Pmi;
b) l’aumento delle risorse da mettere a disposizione per il credito alle piccole e medie imprese;
c) per i lavoratori in cassa integrazione o percettori di sussidio di disoccupazione, la sospensione del pagamento della rata di mutuo per almeno 12 mesi;
d) la promozione di accordi per anticipare le risorse necessarie alle imprese per il pagamento della cassa integrazione;
e) l’adozione di un codice etico.

Ora finalmente non c’è che da aspettare questo strumento alla prova dei fatti. Vedremo presto quali sono le banche così malridotte da ricorrervi accettando condizioni tanto stringenti ed onerose? E, nel caso, servirà realmente ad accrescere le opportunità di finanziamento all’economia?

Piani misteriosi

Nazionalizzazione si, nazionalizzazione no. L’incertezza, oltre che stucchevole e pericolosa per la credibilità dell’amministrazione Obama, sta scadendo nella farsa.

Piani e voci di piani per il salvataggio delle banche vengono presentati quotidianamente dai giornali e dalle tv ma non si capisce perchè debbano funzionare nè cosa abbia veramente in mente il Segretario del Tesoro Geithner che, come Penelope, di giorno tesse la tela e la notte la disfa, cercando forse l’impossibile quadratura del cerchio: evitare il fallimento delle banche, socializzando le perdite, ma senza nazionalizzarle.

L’ultima pensata è quella di convertire le azioni privilegiate detenute dal governo in azioni ordinarie. A demolire questa ipotesi di lavoro ci pensa il Premio Nobel per l’economia Paul Krugman che ricorre a questo disegno per descrivere la situazione:

In alto l’attivo di una banca. In basso la linea del suo passivo, con le obbligazioni che ha verso le diverse controparti con segmenti di colori differenti secondo il loro peso decrescente (rosso il debito, verde per le azioni privilegiate, blu per le ordinarie). Il disegno descrive l’ipotesi che ci interessa: quella in cui l’attivo non è sufficiente a coprire i debiti.

Ciò nonostante, le azioni, sia privilegiate che ordinarie, hanno ancora un certo valore di mercato. Perchè? Perchè gli investitori ritengono che Geithner impedirà il collasso della banca, tutelando i creditori, ma con gli azionisti che riceveranno un premio se in qualche modo ci sarà un’inversione di tendenza.

Quel che si vuole fare è ripulire i bilanci della banca, di modo che essa non sia più sotto tutela dello Stato. Quando la FDIC (Agenzia federale che svolge una funzione simile a quella del nostro Fondo interbancario di tutela dei depositi) deve fare fronte alla situazione di una banca in queste condizioni, confisca la banca, espropria gli azionisti, paga una parte dei debiti e poi riprivatizza.

Quello che il Tesoro sembra invece proporsi ora è di convertire parte delle azioni verdi in azioni blu, cioè convertire azioni privilegiate in ordinarie. E’ vero che le azioni privilegiate hanno il valore del debito, il pagamento obbligatorio del dividendo, etc.. C’è qualcuno però che ritenga che la ragione per cui le banche sono in crisi è che esse siano strozzate dai loro obblighi nei confronti degli azionisti privilegiati invece che da quella linea rossa dei debiti?

Questo piano non risolve il problema e la sensazione di fondo è che l’amministrazione Obama abbia in mente solo un valzer di poltrone illudendosi che l’iceberg possa diventare più resistente mentre si scioglie.

La banda degli onesti

Nel recente vertice di Berlino tra i quattro principali paesi dell’Unione Europea, a cui hanno partecipato anche il presidente della UE, Barroso, il premier olandese, quello spagnolo e quello della Repubblica Ceca, gli hedge fund sono stati chiamati in causa tra i maggiori imputati dell’attuale disastro finanziario.

In particolare sono state proposte norme rigorose per imporre una più stringente regolamentazione, compresi una maggiore trasparenza e la sottomissione alle autorità di controllo. Di fatto questo sarà uno dei principali punti di cui verrà chiesta l’approvazione al summit del G20 di Londra in calendario il prossimo 2 aprile.

Ora ben venga una maggiore regolamentazione, ma sono davvero gli hedge fund responsabili della profondità di questa crisi? Che fossero presenti sulla scena del delitto, comprando e vendendo titoli tossici, è provato, ma sicuramente il loro ruolo è stato minore di quello delle “regolamentate” banche americane ed europee.

Naturalmente molti hedge fund sono stati chiusi negli ultimi sei mesi, ma nessuno di essi ha mancato di restituire alle banche i prestiti ricevuti. Non ce n’è stato un sol caso. E allora? Allora quale occasione migliore di questa crisi per mettere le mani sul malloppo?

Rassegna stampa

Il liberista Tremonti si accoda al liberista Greenspan, anzi rincara la dose e addirittura afferma che la nazionalizzazione delle banche americane andava fatta molto tempo prima. Comincio davvero a dubitare che la nazionalizzazione sia una buona soluzione, visto anche che il ministro dice sempre cose geniali ma non ne indovina mai una giusta.

I Giapponesi non vogliono essere da meno e il ministro delle Finanze Kaoru Yosano propone addirittura un intervento diretto del governo per comprare azioni in Borsa e tentare così di arginare la caduta delle quotazioni. Si avvererà così l’antica profezia che dopo le nazionalizzazioni tutti gli azionisti verranno spazzati via?

Bernanke invece fa l’oroscopo alla recessione e ci dice che la ripresa ci sarà nel 2010 se il pacchetto di stimolo di Obama avrà effetto. Non conosco l’ammontare dello stipendio del Presidente della Fed ma sicuramente sarà pagato profumatamente per esprimere opinioni così acute ed illuminanti.

Barack Obama invece entro il 2012 vuole dimezzare il debito pubblico. Come farà non l’ha detto ma stante che molti economisti prevedono che per uscire dalla recessione gli Stati Uniti hanno bisogno di risorse pari al doppio se non al triplo del suo debito pubblico spero non abbia in mente di abolire il dollaro e stampare una nuova moneta scambiata ad un decimo del valore dell’attuale banconota verde. I cinesi s’incazzerebbero.

Concludo questa breve rassegna stampa con Berlusconi che, come il presidente iraniano Ahmadinejad, vuole il nucleare. Avremo gli osservatori dell’Onu anche in Italia?

Stress test

Il Tesoro degli Stati Uniti inizia questa settimana gli “stress test” sulle principali banche utilizzando come indicatore di criticità il Tangible Common Equity (TCE) e non il Tier 1. Il TCE indica sostanzialmente quanto gli azionisti ordinari otterrebbero in ipotesi di scioglimento della società, ed esclude dai ratios le preferred shares e gli intangibles, come l’avviamento pagato per acquisire altre banche e i crediti d’imposta differiti.

Se il TCE dovesse essere usato come nuovo standard di valutazione della solvibilità delle banche anche in Italia, avremmo interessanti risultati, stante l’enorme incidenza di avviamenti da fusioni presenti nei bilanci dei nostri maggiori istituti di credito.

Tanto per fare un esempio, il patrimonio netto del gruppo Mps, risultante dalla trimestrale al 30 settembre 2008, è di 14.185 milioni di euro ma è comprensivo di 7.633 milioni di euro di avviamento (ben il 53,81% del patrimonio netto). Per fortuna non siamo in America, ma che succederebbe se al G20 di Londra si decidesse di adottare, a livello mondiale, lo stress test?