Così parlò il sindacato del Monte Paschi Siena

“Il Consiglio di Amministrazione della Banca Monte dei Paschi di Siena nella seduta di giovedì 29 gennaio ha approvato un rapporto che consente ai dipendenti del Gruppo di utilizzare il TFR residuo per l’acquisto di azioni della Banca. E’ una decisione condivisa e anzi da noi più volte sollecitata, in quanto consente ai lavoratori di poter usufruire a questo scopo di una quota di salario differito altrimenti utilizzabile solo per i fini previsti dalla legge.” Letto e sottoscritto: i sindacati del Monte Paschi Siena.

Sarebbe questa la giusta risposta alle attenzioni mediatiche strumentali ed interessate? Meglio per i fini del Monte Paschi che per quelli previsti dalla legge? Un’ultima domanda: quanti lavoratori in difficoltà finanziaria si precipiteranno a dare fondo alla liquidazione per comprare a 1,15 e magari rivendere a 1 euro ( o anche, chissà, a 0,50) per poter estinguere comunque il proprio debito con la Banca? Est modus in rebus e purtroppo siamo anche in tempi un pò sospetti. But the show goes on.

Democrazia finanziaria

Una battuta che circola in America tra i sostenitori di Obama dice che la politica finanziaria dell’amministrazione Bush consisteva nel lasciar fare ai banchieri di Wall Street i loro buoni affari a spese dei contribuenti e che con Obama è esattamente il contrario. Lo spero, perchè se è vero che proprio ieri il Presidente americano ha affermato che i premi che si sono autoassegnati i banchieri nel corso del 2008 (18 e rotti miliardi di dollari) sono “vergognosi”, non è altrettanto chiaro cosa abbia in mente il suo neo Segretario del Tesoro, Timothy Geithner, con il lancio della Bad Bank che dovrebbe rimuovere dai bilanci delle banche gli attivi tossici. Soprattutto, sono curioso di sapere come cavolo farà a stabilire un prezzo della spazzatura senza fare il solito regalo ad azionisti e management, a spese dei contribuenti.

Il cigno nero della Fondazione Mps

Qualche informazione in più per la Fondazione Monte Paschi Siena, che oltre alla barzelletta del dividendo ci ha raccontato anche quella di voler “privilegiare”, tra gli investimenti, “le partecipazioni ed i fondi di private equity rispetto agli strumenti finanziari tradizionali”, dal miglior sito italiano di economia, Icebergfinanza di Andrea Mazzalai.

E la Fondazione Mps preferisce i fondi di private equity

Un amico che ha poca dimestichezza con l’inglese mi ha chiesto cosa dicono i due articoli del Financial Times e del Wall Street Journal da me citati (vedi mio precedente post Accanimento terapeutico, in fondo) e se ho qualcosa di personale contro i fondi di private equity.

Per quanto riguarda i fondi di PE non li ho particolarmente in antipatia, mi limitavo a segnalare che potrebbero diventare il fattore scatenante di una nuova bolla esplosiva, confortato in questo da quanto riportato dai due autorevoli quotidiani economici.

Il Financial Times anticipa che nelle prossime settimane i sottoscrittori di questi fondi riceveranno delle desolate lettere nelle quali verrà comunicato loro che le perdite riportate nel 2008 ammonteranno a un 20 – 30 per cento del valore investito e addirittura che…

[…] the actual losses could far exceed 30 per cent, since many of these companies were bought and taken private at the peak of the financial frenzy. In many deals – particularly ones struck in 2006 and 2007 – private equity firms paid a 25 per cent premium to public market levels to take their targets private.

Le attuali perdite potrebbero anche essere superiori al 30 per cento perchè soprattutto nel 2006 e nel 2007 i fondi di PE hanno offerto premi del 25% per acquisire i loro target. Per garantire questi rendimenti e per ristrutturare e risanare le aziende acquisite, i fondi di PE sono ricorsi massicciamente al leveraggio, indebitandosi enormemente con le banche, per multipli di 3 o 4 volte il valore delle aziende stesse, per cui, secondo il FT, considerata anche la discesa del 40% del valore del mercato, in realtà le perdite potrebbero aggirarsi intorno al 60 per cento innescando, aggiungo io, un effetto a catena.

Carlyle, Fortress, K.K.R., Cerberus, Apollo, lo stesso colosso Blackstone già toccato dalla crisi immobiliare, sono i nomi dei maggiori fondi che potrebbero saltare, trascinando con sè, in un effetto domino, altre centinaia di fondi, soprattutto fondi pensione, che hanno investito nei loro asset.

Questi fondi hanno continuato ad acquisire aziende negli ultimi anni a ritmo esponenziale, facendo utili enormi ma acquistando a prezzi sempre più elevati e con un ricorso sconsiderato alla leva finanziaria, cioè indebitandosi con le banche per 3 o 4 volte più di quanto essi abbiano investito (parliamo di almeno 700 miliardi di dollari negli USA).

I finanziamenti sono stati concessi dalle Banche a condizione che queste aziende generassero determinati flussi di cassa e redditività che se non rispettati (caso estremamente realistico in una fase di prolungata recessione) determinerebbero la restituzione dei finanziamenti, cosa che potrebbe costringere i fondi, per ripagare il debito, a vendere le aziende o pezzi di esse a prezzi da saldi natalizi.

Inoltre anche gli investitori cercherebbero di uscire dai fondi che, trovandosi in posizione di scarsa liquidità sarebbero costretti ancora una volta a svendere altri asset.

Ma c’è di peggio: se le banche non riuscissero a farsi ripagare, avendo a loro volta cartolarizzato quei crediti e trasformati in obbligazioni piazzate ad istituzioni finanziarie (magari fondi pensione o fondi obbligazionari) si creerebbero i presupposti per un altro caso “subprime” con ripercussioni inimmaginabili.

La conferma di quello che bolle in pentola viene dai dati USA che riguardano le aziende partecipate da fondi di private equity. L’articolo sul Wall Street Journal ci dice che “non si tratta di recessione ma di devastazione” e che i fallimenti di queste aziende sono in accelerazione: 15 in settembre, 23 in ottobre, 27 in novembre e 28 in dicembre e secondo una ricerca del Boston Consulting Group almeno il 50% delle aziende sostenute da fondi di private equity sono destinate a default per i debiti, con perdite complessive per i fondi di 1 trilione di dollari.

[…] before they save other companies, it appears private-equity firms will first have to save themselves.

Ma evidentemente la Fondazione Mps è in possesso di altre informazioni.

Corrida spagnola

Non tutte le disgrazie capitano al Monte Paschi Siena, per fortuna. Sicuramente Unicredit se la passa anche peggio, per il suo coinvolgimento nello scandalo Madoff e l’ esposizione, non si sa quanto profonda, al buco nero della spazzatura tossica. Per non parlare di Banca Intesa compromessa per svariati miliardi nelle più grosse e dubbie operazioni industriali italiane, a cominciare dalla vicenda Alitalia.

Ma quando si finisce dalle stelle alle stalle, la notizia fa anche più rumore, soprattutto se la vittima della legge del contrappasso è uno che ha le mani in pasta anche qui in Italia ed ha amici fidati anche tra i soliti noti del nostro mondo bancario ed assicurativo. Stiamo parlando di don Emilio Botin che, dopo l’affare con il quale ha venduto al triplo del suo valore Banca Antonveneta, sembrava con il vento in poppa ed uscito indenne dalla crisi finanziaria mondiale.

Poi è arrivato l’affaire Madoff. “Se non comprendi del tutto uno strumento finanziario, non comprarlo”, diceva don Emilio e, aggiungeva, “Se non compreresti per te stesso uno specifico prodotto, non cercare nemmeno di venderlo”. Parole che devono essere risuonate davvero beffarde alle orecchie dei suoi clienti che hanno perso 2 miliardi e mezzo di euro nella “suola” rifilatagli dal Santander Optimal (davvero Optimus) Fund e che non hanno perso tempo nel portare l’ineffabile don Emilio in tribunale.

Ma ora don Emilio non deve fronteggiare solo una miriade di clienti incazzati per un investimento che il Santander definiva “impeccabile” e per il quale pagavano anche fior fior di commissioni, ma se la deve vedere pure con i soci della banca che hanno rotto il religioso silenzio nel quale si svolgevano le Assemblee presiedute dall’incontestato presidente.

L’ultima assemblea, svoltasi Lunedì, sembrerebbe essersi addirittura trasformata in una specie di corrida, con alcuni azionisti ad accusarlo di essere un “incompetente” e il buon don Emilio a chiedere l’intervento della forza pubblica, contestato, come se non bastasse Madoff, persino per il presunto incauto acquisto della Sovereign Bancorp di Boston. Cose dell’altro mondo per chi era abituato ad approvazioni bulgare e a far accettare le sue decisioni come dogmi di fede.

Accanimento terapeutico

Secondo una fonte riportata in un’agenzia della Reuter, Banca Mps utilizzerà l’articolo 15 del decreto anticrisi per risolvere in gran parte l’obiettivo di aumentare il Tier1 fino al 6%. Cos’è quest’articolo 15? Un’altra delle geniali trovate del ministro Tremonti, la possibilità di poter derogare ai criteri contabili Ias che ha trovato largo consenso in Europa per ridare fiato alle istituzioni finanziarie moribonde. Un artificio in deroga al principio “mark to market”, per cui gli asset delle banche possono essere contabilizzati al prezzo di acquisizione e non in base ai loro prezzi correnti di mercato, detto in soldoni.

Il Tier1 del Mps a fine settembre era di 5,2%. Appare quindi fondato il calcolo di alcuni analisti che lo ritengono oggi, a seguito delle successive svalutazioni di borsa, a circa il 4,5%. I cinquanta punti base (600 milioni di euro), recuperati con l’applicazione dell’art.15 del decreto anticrisi, rivaluterebbero il tier1 solo al 5%, un indice ancora insufficiente. Ecco allora la necessità di cedere altri asset, che però nella situazione attuale di mercato risultano invendibili, come dimostra anche la richiesta di proroga a tutto il 2009 fatta all’Antitrust per la cessione degli sportelli.

Nel frattempo viene diffusa una lunga ed articolata nota della Fondazione nella quale, tra l’altro, “vengono indicate come da privilegiare”, tra gli investimenti della Fondazione, “le partecipazioni ed i fondi di private equity rispetto agli strumenti finanziari tradizionali”. Mi chiedo se non sia meglio organizzare una gita direttamente a Las Vegas piuttosto che entrare in quella che potrebbe essere la prossima bolla speculativa ad esplodere (leggi qui e qui). Evidentemente siamo alla canna del gas.

Uomini o caporali?

Non ci sono più solo Dagospia e Mercato Libero, o altri blog accusati di essere poco attendibili, a puntare l’indice sul Monte Paschi Siena e a riconoscere dati e fatti incontrovertibili e a testimoniare che senesi e dipendenti un pò preoccupati avrebbero ragione ad esserlo. Basterebbe leggere quanto scrive Adriano Bonafede su Repubblica del 26 gennaio:

Il 2009 sarà un anno difficile da dimenticare per il plucentenario Monte dei Paschi di Siena […] perché sarà probabilmente l’ anno in cui la banca toscana dovrà inchinarsi di fronte allo Stato e accettarne umilmente l’ aiuto. Difficilmente, infatti, il coefficiente patrimoniale che misura la solidità di una banca, il ‘Core Tier 1’, potrà risollevarsi oltre il 5 per cento in cui si trova. Secondo alcuni analisti, inoltre, sarebbe già sceso al 4,5 […] E, comunque sia, si tratta del livello più basso tra tutti gli istituti di credito italiani.

[…] a Siena l’ ordine è di minimizzare. In fondo, si dice, la ricapitalizzazione potrebbe anche non servire. Piani di vendita di asset (principalmente un pool di sportelli e di immobili) sono già in atto e serviranno a riportare il Core Tier 1 in zona sicurezza, al 6 per cento. Ma sostengono alcuni analisti non sembra proprio il momento migliore per vendere gli asset, e infatti finora nonostante gli sforzi Mps non c’ è riuscito, mentre lo sprofondare della crisi economica potrebbe presto far emergere perdite rilevanti sui crediti, che potranno essere assorbite solo con un patrimonio più alto. [leggi articolo completo]

Ma se anche questa non fosse un’informazione seria e responsabile, allora come contestare lo stesso Marco Sarli, economista e giornalista, attualmente impegnato nell’ufficio studi della UILCA?

[…] vorrei soffermarmi oggi sulle prospettive del terzo gruppo bancario italiano, sì proprio di quel Monte dei Paschi di Siena che è giunto in questi giorni a capitalizzare poco più di 6 miliardi di euro, 3 miliardi cioè di meno di quanto ha pagato la fulminea acquisizione di una Banca Antonveneta peraltro privata di quella ex banca di credito speciale che l’astuto Don Emilio Botin, forse credendo al mito della maledizione del povero Groenick, ha ceduto a parte a un’altra banca incassando un miliardo di euro tondo tondo.

[…] La novità vera è data dal fatto che, grazie all’improvvida e dispendiosa mossa del giovane avvocato calabrese che dalla poltrona di presidente della fondazione si è per tempo spostato a quella della banca, la partita si è spostata sulla scrivania occupata per la terza volta dal ministro italiano dell’Economia, quel Giulio Tremonti che … [leggi articolo completo]

E il Sindacato del Monte Paschi, rimarrà ancora in silenzio? Recupererà la voce? Oppure continuerà ancora… ad esibirsi in playback?

Tutto bene madama la marchesa?

Giustamente le organizzazioni sindacali di Antonveneta si preoccupano delle “innumerevoli problematiche esistenti nelle varie realtà geografiche”, dei “gravi disagi e difficoltà fra i colleghi, che quotidianamente devono affrontare condizioni lavorative difficili e mutevoli”, degli “sportelli avanzati”, degli inquadamenti, dei “notevoli ritardi con cui vengono erogati gli assegni relativi al TFR ed al sostegno al reddito” e, dulcis in fundo, anche se non sembra ci sarà molta trippa per gatti, del sistema premiante.

Fanno il loro mestiere. Ma c’è qualcuno che si preoccupi, soprattutto tra i loro colleghi del Monte Paschi Siena, del destino di questo gruppo bancario? La nave ormai senza più vele al vento sembra arenata tra le secche e gli scogli della crisi. Ci si preoccupa giustamente di turare le falle e di far galleggiare alla bell’e meglio l’imbarcazione. Ma quale futuro e quali prospettive attendono il suo equipaggio? C’è un capitano che conosca la rotta e sappia come rimettere le vele al vento? Oppure tutto va bene così madama la marchesa? Quel che si ode è solo un balbettio…